L’errore fatale del potere

Ci sono momenti nella storia in cui gli uomini al potere commettono degli errori tattici che si rivelano a posteriori essere tragici errori strategici. In genere questo accade quando il potere è più forte e dominante, e la causa è spesso l’arroganza, la presunzione e la superficialità degli uomini di potere. Un esempio classico è quello commesso da Augusto quando affidò a Publio Quintilio Varo le province germaniche appena conquistate e presuntuosamente ritenute già pacificamente romane. Varo era un burocrate che sapeva poco o nulla di guerra e tanto meno dei Germani e dei Cherusci, la tribù alla quale apparteneva Arminio. Si fidò completamente di lui allontanando gli ufficiali romani che cercarono di metterlo in guardia, e finì nella trappola di Teutoburgo nella quale perì insieme a due legioni e alle speranze romane di una rapida espansione nell’est europeo. L’errore tattico fu fatale per le mire espansionistiche romane, e si trasformò in un limite strategico, poiché da quel momento il fiume Reno rappresentò il limite invalicabile all’espansione romana ad est.

Quel limite all’espansione territoriale segnò anche l’inizio del declino dell’impero, la cui economia si fondava essenzialmente sulla tratta degli schiavi che rappresentavano il motore dell’economia romana e consentivano agli imperatori di tenere bassa la pressione fiscale interna e alimentare le legioni con nuova linfa vitale. Commentando le imprese di Giulio Cesare in Gallia notai che durante i nove anni di campagne militari, la resa di gran lunga maggiore fu la vendita del milione circa di schiavi che Cesare mandò a Roma, e che rappresentò i nove decimi di tutti i ricavi delle sue campagne in Gallia. Il rimanente, era costituito dai tributi che tutte le tribù della Gallia furono costrette a mandare a Roma durante lo stesso periodo.

Tornando ai nostri tempi, un altro grave errore tattico è stato recentemente commesso dalle élite al potere. Un errore tattico che si sta rivelando sempre più un errore strategico perché mette a repentaglio i fondamenti stessi del potere. Sto parlando della decisione del Governo Usa di sequestrare e sostanzialmente derubare la Russia delle sue riserve in dollari depositate dalla Banche Centrale Russa presso le banche e le istituzioni finanziarie americane ed europee. Si tratta di circa 300 miliardi di dollari, e l’intento degli occidentali nel prendere questa misura è stato di colpire con una dura sanzione la Russia per l’avvio della sua campagna militare in Ucraina. Che gli americani e i loro alleati usino le sanzione come un’arma di ricatto politico non è certo una novità: ci sono molti stati nel mondo che subiscono le sanzioni americane ed europee da decine di anni perché non si sono adeguati alle logiche del potere occidentale. Basti pensare a Cuba, all’Iran, al Venezuela, all’Afghanistan, al Cile di Allende e così via di seguito. Anche nei confronti di questi paesi sono state a volte prese misure di sequestro di fondi depositati presso le Banche occidentali, ma si è sempre trattato di misure di ritorsione contro analoghi provvedimenti dei paesi sanzionati, o di provvedimenti di recupero di crediti vantati, a torto o a ragione, nei loro confronti, e in ogni caso le dimensioni erano molto contenute e sostanzialmente irrilevanti. Mai ci si era trovati di fronte a un sequestro di così larghe proporzioni e all’inizio di una situazione di conflitto regionale che non coinvolge nemmeno i paesi che hanno operato il sequestro e il paese sanzionato. Ufficialmente, infatti, né la Nato né l’Europa e tanto meno gli Usa, a parole, sono entrati in guerra contro la Russia: a parole, perché di fatto la guerra è già iniziata non solo per la fornitura di armi e logistica militare, ma per il chiaro sostegno operativo che l’intelligence militare occidentale sta fornendo all’esercito ucraino che, in fondo, fornisce essenzialmente carne da cannone in questa guerra.

Non era mai successo per la semplice ragione che il potere degli Usa si fonda non solo sulle cannoniere e le portaerei, dislocate nelle oltre ottocento basi militari in giro per il mondo, ma soprattutto sul generale consenso nei confronti del dollaro e delle istituzioni finanziarie americane. E il consenso, com’è noto, si basa sulla fiducia del rispetto delle regole elementari di trattamento delle risorse depositate presso queste istituzioni. Gli Usa hanno un debito pubblico molto elevato, pari al 132,6 del Pil americano. l’Unione Europea in confronto, ha un rapporto debito Pil pari al 96%, più o meno come il Regno Unito (95,3%), mentre la Cina sta al 73,3% e la Russia praticamente non ha debito pubblico, poiché questo si attesta intorno al 17% del Pil del paese. (Fonte, Il Sole24Ore del 24 giugno 2022). Il 70% circa di questo debito è tenuto da cittadini e istituzioni finanziarie americane, e il resto da istituzioni finanziarie estere, soprattutto Banche centrali che hanno utilizzato i titoli del debito pubblico Usa come riserve finanziarie. Paradossalmente, queste riserve corrispondono al livello dell’indebitamento con l’estero dell’economia americana: paradossalmente, poiché il potere del dollaro è tanto più forte quanto più è debole l’economia che lo emette. Com’è noto, e l’ho fatto più volte notare nei miei scritti, il potere del dollaro nasce con gli accordi di Bretton Woods del 1944: fu allora convenuto che solo il dollaro poteva essere convertito in oro, che in effetti allora era depositato per lo più nelle banche americane, e che tutte le altre monete dovevano essere parametrate sul dollaro. Gli americani si impegnarono a non stampare più di diecimila miliardi di dollari e con questo accordo in pratica, riuscirono ad espandersi in tutto il mondo del dopoguerra acquisendo imprese e produzioni strategiche per i loro interessi. Questo meccanismo si interruppe bruscamente nel 1971, quando i paesi produttori di petrolio, stanchi delle manovre finanziarie sul dollaro (che veniva fatto deliberatamente cadere per abbassare di fatto il costo delle importazioni di petrolio), pretesero il pagamento in oro, e i paesi europei chiesero agli americani di convertire le loro riserve in dollari in rispetto degli accordi di Bretton Woods. Senonché, gli Usa avevano, fino a quel momento, stampato la bellezza di ottantamila miliardi di dollari e le loro riserve in oro non erano nemmeno un quarantesimo di quella cifra. Nixon fu costretto a dichiarare l’abrogazione unilaterale degli accordi di Bretton Woods relativamente al cambio del dollaro in oro, e nel mondo, in quel torrido 15 agosto, ci fu un momento di gelo e di smarrimento. tuttavia ci si accorse che non era affatto necessario avere l’oro come riferimento per emettere moneta, e che il sistema funzionava benissimo anche avendo come riferimento altre commodities o semplicemente le potenziali attività da finanziare (insomma, quelle chiacchiere e tabacchiere di legno per le quali, secondo la prudente tradizione, il Banco di Napoli non fa pegno). Dopo un periodo di sbandamento, il dollaro riprese ad essere il principale attrattore di capitali del mondo grazie alle politiche di alti tassi di interesse della FED e alla liberalizzazione del mercato finanziario voluta da Reagan.

I principali detentori di titoli di debito Usa all’estero sono cinesi, giapponesi, arabi e belgi. Il presupposto di tali acquisti è ovviamente la fiducia nelle istituzioni finanziarie americane: ed è proprio qui il punto nodale e l’errore tattico di fondo che incrina irrimediabilmente questa fiducia. E’ l’errore tattico che si traduce in disastro strategico. Immaginate che la vostra banca decida di congelare e sequestrare i vostri soldi, regolarmente depositati presso un conto corrente, perché avete preso a schiaffi il vostro vicino di casa e questi potrebbe reclamare un risarcimento danni. Certamente arriverà la Polizia per farvi smettere, e ci sarà un giudice che vi giudicherà per le vostre azioni e magari vi condannerà a un risarcimento dei danni. Dopodiché potrete fare appello contro la sentenza di condanna, e comunque per portarvi via i soldi si devono seguire certe regole stabilite dalla legge (esecutorietà dei titoli, pignoramenti, vendite forzate, eccetera). Insomma, che c’entra la vostra banca con la lite con il vostro vicino? Niente, anzi in genere le banche erano vicine ai loro clienti e cercavano di tutelarne gli interessi a tutti i costi, magari anche con comportamenti al limite o fuori dalla legge, per esempio nascondendo dietro scatole fumose i vostri soldi per sottrarli alle pretese dei terzi creditori. E invece qui, la vostra banca agisce per prima contro di voi sequestrandovi i soldi perché siete stato cattivo e perché domani potrà risarcire il vostro avversario. Se questa cosa capitasse a un vostro amico o conoscente, pensereste che non ci si può fidare di una banca così fatta e che è prudente togliergli i soldi dalle mani al più presto pere evitare che capiti anche a voi. Ora, immaginate che cosa hanno pensato i governanti di Cina, Arabia Saudita, Emirati, India e altri simili paesi che sono gonfi di titoli del debito pubblico Usa. Gli americani, ad esempio, potrebbero pensare domani che la guerra in Yemen è un crimine contro l’umanità (lo è, ma dato che finora è conforme ai loro interessi, si guardano bene dal dirlo), e sequestrare i fondi dell’Arabia Saudita depositati presso di loro. O imporre sanzioni ai paesi dell’Opec perché non buttano fuori la Russia dall’organizzazione o perché riducono la produzione per tenere alto il prezzo del petrolio. Il sequestro dei trecento miliardi di dollari che Elvira Nabiullina, Governatore delle Banca centrale Russa aveva (ingenuamente) depositato nelle istituzioni finanziarie occidentali fidando sul rispetto delle regole generali di fiducia tra le banche, ha scatenato il panico in tutto il resto del mondo. Ciascun paese ha il suo “buco nero” per il quale può domani essere accusato dagli americani e sottoposto a sanzioni ritrovandosi dalla sera alla mattina senza soldi per fare fronte alle proprie obbligazioni. Ed è cominciata non solo una lenta ma costante fuga dal dollaro, ma anche un’affannosa ricerca di un’alternativa ad esso come moneta di riferimento. Il dollaro è tuttora la moneta di riferimento per le transazioni internazionali, e non solo per le merci che provengono dagli Usa, ma anche per le transazioni tra altri paesi del mondo. Questo fatto, ovviamente, sostiene la domanda globale di dollari, ma sta venendo rapidamente meno: i paesi del BRICS stanno elaborando un sistema di pagamenti alternativi e nel frattempo un numero crescente di transazioni tra di loro viene effettuata in monete locali o in monete di paesi amici, come il Yuan cinese, ad esempio. La facilità con cui le banche russe sono state estromesse dal sistema di pagamenti SWIFT, ha mostrato che gli occidentali non si fanno scrupoli di utilizzare un meccanismo studiato per facilitare gli scambi mondiali come un’arma politica. Ma in fondo, lo Swift non è altro che un programma che può ben essere sostituito da un altro programma che sia sottratto all’uso politico di un paese con pretese di dominazione globale. E se si riduce la domanda di dollari, c’è la conseguenza certa di un’implosione del debito pubblico americano e soprattutto del debito estero, con una forte inflazione interna e una svalutazione del dollaro e delle monete sue alleate, euro e Sterlina, soprattutto.

Aver rotto il patto di fiducia tra depositanti e banche comporta il rischio di un tracollo del sistema finanziario occidentale che si fonda proprio su questo patto di fiducia. Certamente, per comprare merci Usa ed europee è necessario acquistare dollari e euro, ma anche per comprare merci cinesi o indiane è necessario acquistare Yuan e Rupie. E se le economie occidentali, sul piano finanziario valgono poco meno del 50% del Pil mondiale, esse contano per il 24% circa del PPA, ovvero del Pil per Potere di Acquisto, e il 13% circa della popolazione mondiale. E se le economie occidentali sono stagnanti o in recessione, le economie dei paesi terzi sono invece in rapida crescita e alla fine le loro logiche finiranno per prevalere. A meno che non si faccia una guerra talmente devastante da inibire quella crescita e fondare il potere sulle cannoniere piuttosto che sulle monete. Già, appunto, la guerra.

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