Oggi i Lupercali: Auguri a tutti!

300px-Altar_Mars_Venus_MassimoPassato San Valentino, e il suo solito accompagnamento tra il melenso e l’indigesto di baci, abbracci, carezze e sdolcinature varie, arriva la vera festa dell’amore, i Lupercali, in latino Lupercalia. La festa fu istituita da Romolo e Tazio che, anche se non è molto ricordato, governarono insieme per cinque anni, dopo il ratto delle Sabine. L’antefatto della festa è curioso: a Roma le donne sembravano improvvisamente diventate sterili e così il popolo andò in processione al bosco sacro a Giunone per avere dalla Dea un consiglio sul da farsi. Il responso fu quanto meno sconcertante. Le donne dovevano essere penetrate da un caprone! Un Augure etrusco che aveva accompagnato la processione, però, diede una interpretazione meno sconvolgente, per la quale non doveva essere necessariamente praticata la zooerastia così come sembrava richiedere la Dea. Bisognava sacrificare un capro, e trarre dalla sua pelle delle strisce (dette februae) con cui battere le donne. Pare che dopo dieci mesi lunari dopo questa singolare pratica, molte donne partorirono. Fu Numa Pompilio poi, a disciplinare i riti della festa.

La festa si svolgeva durante i giorni infausti di Febbraio, mese che prende il nome proprio dalle februae fatte con la pelle del caprone, che andavano dal 13 al 15 del mese, e culminava con una corsa di due schiere di baldi giovani delle due principali tribù di Roma, i Fabii e i Quinzi, nudi e muniti delle fruste di februae, che colpivano tutto quello che gli capitava dinanzi per purificarlo. Le donne romane facevano a gara a farsi colpire dalle fruste perché questo significava che sarebbero rimaste incinta di lì a poco ed offrivano ai baldi giovani il loro ventre. Naturalmente, per completare l’opera, era necessario anche fare altro, e difatti la festa era in realtà una tre giorni di orgie collettive, perché in realtà il suggerimento della Dea era di accoppiarsi con “caproni” ben dotati e fecondi per esserne ingravidate, dove per caproni si intendevano i robusti e baldi giovani che non a caso si aggiravano nudi “battendo” le donne che incontravano e che offrivano loro il ventre. Secondo la tradizione, durante i Lupercalia, una vergine poteva essere deflorata da qualunque pellegrino. Naturalmente gli accoppiamenti erano del tutto casuali e non tenevano in alcun conto i vincoli del matrimonio o le differenze di classe.

La festa durò molto a lungo, oltre mille e duecento anni poiché fu abolita nel 495 d.c. da Papa Gelasio I che rimproverò ai cristiani la loro partecipazione alla festa e la vietò. E per festeggiare l’amore tra i fidanzati così come lo concepiva la chiesa cristiana, riesumò la leggenda del Vescovo Valentino, vissuto nel terzo secolo e fatto santo da poco.

Per la verità alcuni dubitano persino della sua esistenza e anche del martirio, poiché appare quanto meno strana la decapitazione di un vecchio novantasettenne che non poteva certo rappresentare un gran pericolo per l’Impero, ma di lui si raccontavano diverse storie “miracolose” in tema d’amore, tra cui questa. Pare che Valentino avesse unito in matrimonio una giovane cristiana, Serapia, con il centurione Sabino. Poco dopo il matrimonio, si scopre che Serapia era affetta da una grave malattia e Sabino chiede a Valentino di farli morire insieme. Valentino li benedice e loro muoiono abbracciati. Subito dopo, Valentino viene decapitato e martirizzato. Insomma, un feuilleton degno del peggior Chretièn de Troyes, l’indimenticabile autore della lacrimosa storia d’amore e di morte di Tristano e Isotta e di Lancillotto e Ginevra, altro polpettone di amore impossibile e morte che ci angoscia da diversi secoli. Insomma, altro che amore e sesso gioioso degli antichi, qui la dominante è la morte alla quale inevitabilmente conduce la “passione” amorosa, passione che contiene interamente il concetto del “pathos” greco come sofferenza inevitabile e senza rimedio. Non fu facile convincere i romani ma da lì a poco, non ce ne restarono più.

Infatti, all’epoca, Roma non era altro che un piccolo villaggio e cinquant’anni dopo, durante la guerra tra i Goti e i Bizantini, fu abbandonata del tutto per oltre nove mesi, quando Totila decise di evacuare la città deportando i settemila abitanti rimasti e proseguire la sua guerra contro i Bizantini. Che la festa e le sue pratiche fossero incompatibili con la rigida morale cristiana è assolutamente evidente. Non era così per i Romani cui evidentemente “semel in anno” piaceva gozzovigliare a abbandonarsi alle orgie. Ma da dove nasceva questa licenziosità dei costumi, così distante dalla logica del matrimonio, pure introdotto e codificato da Numa Pompilio? In proposito ho una mia idea un po’ originale e diversa da quella usuale che lega i riti dei lupercali alle pratiche dei pastori di sacrificare un capro o una pecora per tenere lontani i lupi dalle greggi. Lo stesso nome della festa viene probabilmente dall’unione delle parole lupus e hircus, il lupo e il caprone, e sappiamo l’importanza che aveva ed ha il lupo nella tradizione romana. Tuttavia questo non spiega il carattere erotico e licenzioso della ricorrenza, che a mio avviso nasce dalla particolare cura che Numa Pompilio mise per conciliare le antiche pratiche delle società gilaniche, con le nascenti esigenze della società patriarcale.

Le società matriarcali (o gilaniche, come le definisce Marija Gimbutas, con un termine più adatto a definire l’assenza di autorità che è invece insito nella parola matriarcato), per il lato delle pratiche sessuali, erano caratterizzate da una diffusa omosessualità sia maschile che femminile nonché dal fatto che erano le donne a scegliere il maschio da cui farsi fecondare. Questo comportava che molte donne scegliessero lo stesso maschio, senza che ciò avesse alcuna conseguenza sul piano dei rapporti, poiché la gelosia era allora del tutto sconosciuta. Le conseguenze, invece, erano notevoli sul piano stesso della sopravvivenza dell’umanità, poiché in questo modo la varietà genetica era fortemente compromessa. I villaggi erano essenzialmente abitati dalle donne e dai maschi prescelti, mentre gli “esclusi” se ne allontanavano fondando altri villaggi fatti di soli uomini e al massimo con poche donne. Tra queste c’erano le “lupe”, non gli immaginari animali della tradizione, bensì le donne che per una ragione o per un’altra desideravano avere rapporti con più uomini. Tra queste c’è probabilmente da annoverare quella Acca Larenzia, “moglie” di Faustolo che trovò i due gemelli fondatori di Roma sulla riva del fiume e li portò alla donna perché li allattasse.

A mio avviso è stato il “gene egoista” a spingere gli uomini verso l’autocoscienza e instillargli il desiderio di avere ciascuno una propria discendenza. Nella società gilanica, gli umani non avevano una coscienza chiara di sé stessi, ma tutti si identificavano e si confondevano nella comunità di uomini e donne e nella Grande Madre, che simboleggiava la terra ed era rappresentata dalla donna più anziana del villaggio. La crescita spirituale ed intellettuale dell’umanità, invece, richiedeva che gli uomini acquisissero coscienza di sé e della propria individualità. Il mito di Narciso che si innamora della propria immagine e muore per cercare di raggiungerla sta a rappresentare proprio le difficoltà ed i pericoli della coscienza di sé. Senza questa, era possibile che l’umanità si estinguesse a causa dell’indebolimento del proprio patrimonio genetico. Nel Lazio, c’erano molte società gilaniche. Una di queste era probabilmente Curi, in cui c’erano qualche migliaio di donne ed alcune decine di uomini “accettati” da quella comunità. Roma, invece, fu inizialmente una città di “esclusi”, composta quasi esclusivamente da uomini. Lo deduciamo dal fatto storico del ratto delle sabine e dagli eventi che l’hanno seguito. Nelle società gilaniche non esisteva un’autorità giuridica, che invece era essenziale nel patriarcato, per cui la definizione di “re di Curi” esposta dagli storici romani a proposito di Tito Tazio è quanto meno discutibile. Certamente egli era uno degli uomini del suo villaggio che si trovò a dover combattere una guerra impari contro i romani dopo il ratto delle sabine. Ricordo che Tito Livio parla di oltre 900 donne rapite dai romani durante la festa indetta con il proposito bellicoso di prenderle, ed allora Roma aveva si è no un migliaio di uomini. Dopo il rapimento, Tazio si mette a cercare alleati per andare a riprendere le donne rapite. Il problema evidentemente, era che nel suo villaggio gli uomini erano pochi e non avvezzi ai combattimenti, e nonostante trovi sostegno ed alleati in una decina di villaggi gilanici vicini, non riesce a mettere in piedi un esercito abbastanza potente da sconfiggere i circa mille romani che gli avevano portato via le donne. E che, soprattutto, le avevano segregate in casa, così che ogni maschio potesse avere la sua discendenza. Senza questa segregazione, era probabile che le donne tornassero ai loro abituali e liberi costumi sessuali, ed il piano del “gene egoista” di garantire la moltiplicazione dei tipi genetici sarebbe miseramente fallito.

Comunque, Tazio riesce a costituire un esercito di tutto rispetto e muove contro Roma, ma non combatte contro i Romani, piuttosto trova un accordo per popolare la città e si trasferisce con le sue donne rimaste e molti uomini del suo esercito sul Quirinale, entrando a far parte a pieno titolo della popolazione di Roma. Tazio a questo punto, viene davvero eletto re insieme a Romolo ed insieme governano la città mescolando le antiche pratiche sessuali con i nuovi costumi elaborati dalla logica del patriarcato. Alla sua morte segue, dopo poco, l'”ascesa in cielo” di Romolo, probabilmente ucciso da qualcuno che non aveva accettato la nuova situazione e, dopo un periodo di turbolenza e di scontri in città, i Romani e i Sabini decisero di eleggere re Numa Pompilio, al quale affidarono il difficile compito di creare delle regole che conciliassero vecchie e nuove esigenze.

Numa era un sabino che ben conosceva la forza e la debolezza delle società matriarcali dalle quali proveniva e, per prima cosa, elaborò un nuovo calendario basandolo sul ciclo (femminile) della luna, mentre quello di Romolo si basava sul ciclo maschile del sole, creando due nuovi mesi, Gennaio e Febbraio, e il tredicesimo mese, il Mercedario, nel quale venivano effettuati i pagamenti dei debiti. Oltre alle pratiche sessuali, infatti, uno dei grandi problemi fu che il patriarcato aveva inventato il denaro ed i prestiti ad usura, e quindi il calendario, che nelle società gilaniche scandiva il ritmo della natura e indicava le feste più importanti, divenne essenziale per calcolare gli interessi sui prestiti. Il mese Mercedario veniva indetto dai Pontefici Minori ogni due anni, con la durata di 22 o di 23 giorni. Questi pontefici erano gli addetti alla vigilanza ed alla manutenzione di Ponte Sublicio, il ponte mobile che collegava le due sponde del Tevere all’altezza dell’attuale Porta Portese, dove ogni due anni si svolgeva un grande mercato con le genti del nord, essenzialmente Etruschi ma anche altri popoli, all’esito del quale i debitori erano in grado di pagare i debiti senza strangolarsi. Il ponte era smontabile e la sua vigilanza era essenziale per la sopravvivenza di Roma, poiché i pericoli per la città venivano essenzialmente dal nord. Quando Porsenna cerca di rimettere sul trono Tarquinio il Superbo, l’ultimo re etrusco di Roma, si avvicina nottetempo al ponte cercando di sorprendere la guarnigione di pontefici e di entrare facilmente in città, ma fu fermato da Orazio Coclite che da solo tenne testa alle truppe etrusche mentre i compagni dietro di lui, smontavano il ponte per impedire il passaggio dell’esercito nemico.

Numa Pompilio, istituì anche il matrimonio e ne regolò i riti e le tipologie. Allo stesso tempo, aprì alcune finestre sul vecchio mondo gilanico, istituendo la festa del lupercali in cui le pratiche sessuali riprendevano le antiche abitudini delle società matriarcali. Un’altra finestra fu la festa di Anna Perenna, che si svolgeva ad inizio dell’anno, alle Idi di Marzo il 15 del mese, la cui istituzione è però incerta. Anche quella festa si traduceva in un’orgia collettiva come ci ricorda Ovidio nel Fasti.

Non dobbiamo dimenticare che nelle società antiche la bisessualità era la regola e l’eterosessualità l’eccezione. Ma per gli uomini, l’amore vero era con altri uomini e non con le donne, con cui “dovevano” accoppiarsi per proseguire la specie senza che questo, però, comportasse necessariamente l’amore verso di esse. Lo stesso valeva per le donne che, tuttavia, a causa delle logiche del patriarcato, avevano sempre meno autonomia. Le pratiche del Tiaso greco delle case romane e, successivamente, degli harem arabi, stanno a indicare una predilezione verso l’omosessualità degli uomini e delle donne di quel tempo. Per la morale romana, una donna doveva essere fedele al marito finché non rimaneva incinta, poi poteva fare quello che voleva con chiunque. Naturalmente questo valeva per le donne sposate a uomini in grado di fecondarle, mentre per le altre, magari sposate con uomini esclusivamente omosessuali, l’occasione di praticare sesso e farsi ingravidare era data da feste come i Lupercali e la festa di inizio anno.

La rigida morale cristiana e la nascita di una società fondata su una famiglia monogamica dominata dall’uomo, fece mano a mano scomparire queste pratiche antichissime, che comunque resistettero a lungo, fino oltre la caduta dell’impero. Ora che il modello di famiglia monogamica sta svaporando nella nuova licenziosità della società moderna, e stanno riaffiorando le logiche delle antiche società gilaniche, egualitarie, anarchiche ed essenzialmente libere, una rilettura degli eventi che hanno portato alla fine del matriarcato ed all’instaurazione del patriarcato deve essere fatta sfrondando l’analisi da pregiudizi etici e ideologici. La mia idea è che stiamo andando verso la fine del patriarcato e della logica del potere verso una nuova società gilanica nella quale, tuttavia, la coscienza di sé ha la possibilità non solo di esistere ma di crescere con maggiore intensità rispetto al patriarcato. Insomma, se il patriarcato è stato essenziale per lo sviluppo della coscienza e per la salvezza dell’umanità dal pericolo di estinzione, oggi le sue pratiche bellicose hanno di nuovo messo in pericolo la sopravvivenza dell’umanità. È quindi necessario, da punto di vista dell’umanità intera e del “gene egoista” che ne regola i comportamenti individuali, che le logiche del potere e della sopraffazione siano sostituite da nuove pratiche di convivenza pacifica che allontanino il pericolo delle guerre e della violenza.

L’idea della Faz contiene questi elementi essenziali. Una Faz è libertaria, essenzialmente anarchica e pacifista e induce gli umani a considerare la collaborazione e la convivenza più efficace dal punto di vista individuale della lotta senza quartiere di tutti contro tutti, cui sono ormai ridotte le nostre società. Il significato profondo della rivoluzione prossima ventura è in questa necessità. Senza la quale l’intera umanità è a rischio. È un passaggio difficile, ma necessario, come fu il passaggio dal matriarcato al patriarcato. Più difficile, probabilmente, ma altrettanto necessario.

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