Della guerra e della pace

La distruzione della ragione

Difficile dire qualcosa di ragionevole anche dopo un mese dall’inizio della guerra in un mondo in cui la ragione sembra essersi eclissata. György Lukács nel suo Ontologia dell’essere sociale scrisse che “L’ideologia non è forse mai stata così importante come per l’appunto nell’epoca della deideologizzata manipolazione raffinata degli uomini“. La nuova fisica che univa indissolubilmente soggetto e oggetto in una unità inseparabile, gli appariva come lo strumento per distruggere la ragione. Non riuscì a coglierne la reale essenza rivoluzionaria, ma ne vide gli effetti nell’eclissi dell’ideologia come guida dei comportamenti e fucina delle idee. In un certo senso aveva ragione, visto che dopo la caduta dell’URSS si diffuse in tutto il mondo occidentale, come e più del Covid 19, l’idea della “fine della storia” proposta dal filosofo e politologo Fukuyama nella metà degli anni 90 dello scorso secolo. L’ideologia democratico liberale generata dal capitalismo occidentale aveva prevalso sull’ideologia comunista e questa si era dissolta, rendendo ineluttabile la vittoria del capitalismo in tutto il mondo.


Di qui l’idea della fine della storia intesa come conflitto e competizione tra ideologie diverse, e la certezza della vittoria delle sedicenti democrazie occidentali su ogni altra forma di governo. La fine della storia avrebbe comportato anche la fine delle guerre e dei conflitti, generando una sana competizione tra le nazioni, o meglio tra i popoli in una economia globalizzata, nella gara per la migliore crescita economica e sociale. L’illusione è durata poco, la prima guerra del golfo, e poi le guerre nella ex Jugoslavia, in Cecenia, in Georgia, in Angola, in Burundi, in Afghanistan e in altri mille angoli della terra, se potevano sembrare inizialmente i colpi di coda di una vecchia concezione del mondo dura a morire, mostrarono la loro natura dopo l’11 settembre e l’attentato alle torri gemelle di NY. Si trattava della rivolta del resto del mondo contro l’occidente, ma non per esserne assimilati, ma per rivendicare la propria differenza e la propria autonomia nella scelta della penna con cui scrivere la propria storia. Certo, si tratta di una risposta vecchia e tutta iscritta in una logica di potere, non c’è niente di nuovo nella guerra dei talebani o degli armeni o dei curdi, se non la rivendicazione della propria peculiarità nazionale e del potere che ne deriva. Buttare Marx nel cestino dei rifiuti della storia è stato, credo, prematuro. Lo guerra delle ideologie non è che una immagine proiettata sullo schermo degli eventi dalle motivazioni dello scontro reale che nasce da ragioni economiche. Il terreno di coltura è la scarsità e lo strumento per la gestione dello scontro è il potere che, sempre più evidentemente, si manifesta come potere economico e finanziario. La seconda guerra mondiale è stata vinta più dai russi, dai cinesi e dagli inglesi che dagli americani, basta guardare il sacrificio di vite che ha comportato e la resistenza ostinata e vincente dei russi all’invasione tedesca e degli inglesi ai bombardamenti tedeschi per rendersene conto. Tuttavia, dopo la guerra, gli americani hanno imposto il dominio della propria moneta, stabilendo che solo il dollaro era convertibile in oro, e tutte le altre monete dovevano parametrarsi al dollaro. Qui ha pesato la sostanziale indifferenza dei marxisti del Cremlino e di Stalin verso le questioni monetarie, considerate da Marx una superfetazione dei rapporti economici sostanziali, al pari delle ideologie e come queste sostanzialmente non decisive. A Yalta, l’URSS pretese ed ottenne un controllo politico sui paesi occupati durante la guerra e trascurò del tutto la questione della moneta. D’altra parte gli americani si erano premuniti con l’accordo di Bretton Woods del luglio 1944, mentre la conferenza di Yalta avvenne a febbraio 1945: Stalin e i suoi non si accorsero nemmeno che gli USA avevano già costruito la loro bomba atomica monetaria che non fu minimamente messa in discussione a Yalta. E quando ad agosto gli USA tirarono la prima bomba atomica reale su Hiroshima, l’URSS fu indotta a dotarsi di armamenti simili impiegando energie e risorse crescenti nell’apparato di deterrenza nucleare e trascurando del tutto la battaglia economica, nella convinzione che l’economia pianificata fosse ideologicamente superiore al capitalismo e alla logica del mercato. Errore vistoso, e sempre più evidente cui però il gruppo dirigente dell’URSS non seppe porre rimedio alcuno, stante il fatto che lo stalinismo aveva esaurito la spinta rivoluzionaria del comunismo ingabbiandola nel burocratismo e nel formalismo della Terza Internazionale. Insomma, checché nel pensassero Lukács e i marxisti, lo scontro vero era sul piano economico e finanziario e non su quello ideologico, e in questo senso era chiaro sin dalla metà degli anni settanta che l’avventura del comunismo guidato dai marxisti del mondo, era prossima alla conclusione. Nel 1980 scommisi con un amico, che me ne sarà buon testimone, che l’URSS sarebbe crollata nel giro di dieci anni, quando ancora la sua forza sembrava indistruttibile e il suo dominio in espansione. Andò proprio così (sui tempi ebbi molta fortuna, però), e la caduta del muro di Berlino e la successiva dissoluzione dell’URSS cominciarono proprio nel 1989. I movimenti rivoluzionari che dalla metà degli anni ’60 per una quindicina di anni misero a nudo le contraddizioni del capitalismo e cercarono una nuova via al socialismo, diversa dal centralismo burocratico sovietico e dal pauperismo cinese dell’epoca di Mao Dse Dong, senza riuscire a trovarla, ottennero però una rivoluzione dei costumi che fu funzionale alla rottura delle rigide strutture sociali delle borghesie occidentali e alla scoperta di nuovo mercati e nuove forme di dominio. Marcuse e Vaneigem, Horkheimer e Adorno, rappresentarono crudamente la miseria morale e intellettuale e l’alienazione dell’homo faber nel capitalismo e misero allo scoperto la frantumazione del pensiero filosofico nella dialettica che Heidegger riassume nel nichilismo dell’occidente e nella sua alienazione alla natura umana. Poi ci fu l’assuefazione, la caduta dell’intelligenza, la rarefazione della cultura, la scomparsa della critica. Il dominio si impose dagli schermi televisivi, in una pluralità apparente che celava la sostanziale monoliticità ideologica funzionale al nascondimento del reale strumento di dominio, il potere finanziario. Nel brodo culturale degli anni ’60 e ’70 nacque internet come spazio di conoscenza e di crescita della coscienza, e tuttora lo è nonostante i tentativi di ingabbiarlo, condizionarlo, limitarne la capacità espressiva e la voluta e sistematica distruzione di ogni capacità critica da parte delle strutture di potere. Su internet c’è tutta la conoscenza del mondo, ma occorre avere gli strumenti critici per poterla trovare senza farsi stordire dal rumore di fondo, sempre più assordante, della stupidità e del vuoto culturale che la distruzione della scuola ha generato. Resta tuttavia, la possibilità di crescita culturale e chi non ha perduto o è stato capace di costruirsi una coscienza critica, ha a disposizione un numero illimitato di canali di informazione e di conoscenza. Internet è la singolarità tecnologica che spariglia le carte sul tavolo e prefigura una via per la costruzione di nuove forme di aggregazione sociale, in cui il territorio non è più l’unico elemento unificante, e le ideologie svaniscono perché incapaci di rispondere alle esigenze profonde dell’umanità.

La natura dello scontro

La distruzione della ragione mette a nudo le antiche paure di solitudine e di smarrimento dell’uomo posto di fronte a sé stesso a interrogarsi sul proprio destino. L’unità dell’essere, la sincronicità delle coscienze in quella universale, l’indifferenza del tempo, sono concetti ancora troppo avulsi dall’esperienza quotidiana perché possano essere assunti come guida dei comportamenti individuali. Ma è comunque la filosofia a dover dare una risposta adeguata a queste paure e a questi interrogativi. La tentazione opposta e da battere con ogni mezzo, è il ritorno al mondo delle contrapposizioni ideologiche e delle guerre che traducono la distruzione della ragione in distruzione dell’umanità. E’ un bivio fondamentale quello che la situazione attuale ci pone. Era prevedibile che il potere non avrebbe ceduto il suo dominio senza combattere, e la sua lotta è ora contro l’umanità tutta. Preferisce distruggerla, piuttosto che svanire nel nulla. La guerra e la pace sono due facce della stessa medaglia, la perpetuazione con mezzi diversi della medesima forma di potere. Il bivio vero è tra il potere e una nuova e diversa forma di relazione tra gli umani, in cui il potere svanisce e la creatività è la guida. Non dobbiamo cercare la pace, che è una continuazione della guerra e che ci confina nello stesso scontro ideologico che ha caratterizzato l’ultima manifestazione del potere. L’obiettivo è la nullificazione della guerra, la sua eliminazione dal dizionario delle possibilità dell’uomo, la distruzione delle armi e di ogni mezzo di coercizione. In gioco c’è il destino dell’umanità, la sua sopravvivenza, la sua affermazione come genus vitale che trasforma il mondo con la creatività, con l’intelligenza e con la bellezza. E’ la bellezza che salverà il mondo, non l’atomica.

Il ritorno al passato

Ritorna la fine della storia, come pericolo da un lato, della fine dell’umanità, e dall’altro come la fine della storia del potere. L’alternativa è questa. La prima risposta a questa alternativa è, come si poteva immaginare, un ritorno al passato, ai nazionalismi, agli scontri ideologici, alle menzogne della rappresentazione di un conflitto tra il bene e il male, in cui ciascuno pretende di essere il bene e scaglia addosso all’altro la maledizione del male assoluto. In questo ritorno indietro, la politica non è più in grado di dare risposte perché completamente privata di strumenti ideologici con i quali ha dominato il mondo a partire dalla fine del settecento. E’ evidentemente falsa la narrazione corrente dello scontro di ideologie e di sistemi politici che caratterizza i media nella attuale situazione. Non c’è alcuna contrapposizione ideologica se non uno scontro tra nazionalismi né tanto meno una contrapposizione politica, ma solo una pura lotta di potere, svestita di tutti gli orpelli che hanno sempre avvolto nelle loro nebbie, le ragioni fondanti delle guerre, che sono sostanzialmente economiche. Ha ragione Papa Francesco quando dice che l’umanità deve cancellare la guerra dalla storia, prima che la guerra cancelli l’umanità. Gli strumenti di distruzione sono diventati talmente potenti che la cancellazione dell’umanità è un pericolo concreto da almeno settant’anni. Cinquemila anni fa l’umanità corse ancora il pericolo di essere cancellata dalla storia. Le società gilaniche stavano riducendo la capacità di procreazione dell’umanità fino ad azzerarle. Era necessario e imprescindibile un nuovo e totalmente diverso modo di relazionarsi e di generare esseri umani in sostituzione delle vecchie generazioni perché l’umanità potesse sopravvivere e avviare una nuova fase di espansione e di crescita. Ho ipotizzato che fu il nostro sistema genetico a spingere quegli uomini a creare le società patriarcali, costringendo gli umani a moltiplicare gli effetti della generazione di altri umani. Questo non poteva avvenire che tramite la violenza che, allo stesso tempo, generava coscienza di sé poiché nell’atto di appropriazione o di aggressione l’altro doveva essere separato e opposto al soggetto agente. Nelle società gilaniche non esisteva la coscienza di sé, e nemmeno la violenza come strumento di regolazione dei rapporti tra gli umani. Non esistevano gli individui, ma tutti erano uniti nello spirito della grande madre. La violenza delle società Kurgan e la separazione tra soggetto e oggetto, ebbero il risultato di moltiplicare i tipi genetici e il numero degli esseri umani sulla terra. La scienza e la tecnica crebbero esponenzialmente per alimentare le guerre che erano consustanziali alla stessa esistenza delle aggregazioni umane. Sembra paradossale che la guerra avesse come conseguenza la moltiplicazione del numero degli umani, ma in realtà è andata proprio così, fino al secolo scorso. Poi la guerra è diventato lo strumento per la distruzione dell’umanità e, allo stesso tempo, è cessata del tutto la sua funzione di creazione della coscienza di sé: anzi, per convincere le persone ad andare a fare a guerra è necessario fare leva sulle loro paure di solitudine e di timore della coscienza di sé, aggregandole in strutture che rispondono alla logica del branco e nelle quali la coscienza di sé viene mortificata e sostanzialmente eliminata. Il patriarcato, da strumento per la crescita e la diffusione dell’umanità si è trasformato nella struttura che può portare l’umanità alla distruzione e che ne impedisce la crescita e l’affrancazione dalle logiche del potere.

Del conflitto tra il Bene e il Male

La guerra iniziata un mese fa, ci ha riportati indietro di settant’anni, a una logica di contrapposizione e di violenza che l’umanità sembrava aver abbandonato, almeno dopo aver raggiunto una situazione di benessere e di creatività sufficiente a far considerare la pace più conveniente della guerra. In realtà, la guerra continuava a covare sotto le mentite spoglie di guerra commerciale, guerra informatica, guerra della narrazione, si manifestava, per chi era capace di vederla, sotto diverse forme di provocazione tese a indebolire l’avversario e ridurlo a impotenza per poterlo conquistare più facilmente. Lo sviluppo tecnologico ha definitivamente risolto il problema della fame e della produzione agricola: le sacche di disperazione e di morte per fame (che interessano ancora quasi un miliardo di persone), non dipendono dalla incapacità di produrre ma da scelte politiche e dalle contraddizioni del capitalismo, che è costretto a limitare e/o distruggere la produzione per le esigenze di massimizzazione dei profitti del capitale finanziario. Dal punto di vista tecnologico siamo già nella società dell’abbondanza, e la scarsità ormai, non riguarda più i beni da produrre, ma la finanza e la moneta che viene tenuta artificialmente scarsa perché attraverso essa si genera il potere. Le cryptovalute e il QE delle banche centrali di tutto il mondo, hanno dimostrato chiaramente che la moneta non può più essere lo strumento di gestione del potere, visto che è facilmente generabile in funzione della creazione di ricchezza e della necessità di una sua più larga diffusione. La prossima fine del potere finanziario, l’ultima espressione di dominio del mondo della logica del potere, ha scatenato l’esigenza di creare situazioni di guerra. Prima la pandemia, e ora la guerra in Europa. Anche nel resto del mondo ci sono guerre che causano ogni anno centinaia di migliaia di morti e distruzioni immani, ma chiuso nella sua bolla di incoscienza, il mondo occidentale non le considerava nemmeno se non marginalmente. Il risalto che viene dato a questa guerra, nasconde la volontà del potere di riportare l’umanità indietro nell’orologio della storia e porla di fronte alla possibilità della sua estinzione. Ritorna la dottrina, mai dismessa in realtà, del first strike, l’attacco preventivo nucleare che distrugge la capacità di reazione del “nemico” come profilassi per impedire la propria distruzione. C’è il piccolo particolare che anche se riuscisse, il first strike provocherebbe parecchie decine di milioni di morti, ma nessuno ha sollevato obiezioni di fronte a questa eventualità. Il mediatico ha spinto milioni di persone nel mondo occidentale a mettersi l’elmetto in testa e il telecomando in mano per partecipare a questa guerra, fornendo armi e combattendola in altre forme, economiche, cibernetiche, etniche e altro, ma piano piano la coscienza dell’inutilità e della follia della guerra si sta facendo strada. Chi ha provato a cercare le ragioni della guerra anche nelle considerazioni di geopolitica derivanti dalla lotta per il potere, è stato tacciato di essere una quinta colonna del nemico. Però è difficile dire al Papa che è putiniano perché dice che le armi sono una follia. La notizia deve essere riportata, ma non commentata, se non di sfuggita, e nelle ore in cui l’audience è minore, così resta un’affermazione che non ha conseguenze nel mondo reale ma solo in quello spirituale. A parole, sono tutti contro la guerra, ma non si rendono conto del fatto che continuare a produrre armi e distribuirle non la fa finire ma la alimenta all’infinito. La logica del “Si vis pacem para bellum“, con la quale i romani hanno costruito un impero che ha dominato il mondo per molte centinaia di anni, viene ripetuta passivamente, proprio perché siamo ancora nella stessa logica dell’impero romano. Logica calda e rassicurante finché si vince e per coloro che stanno in posizioni di privilegio. Un po’ meno, quando le legioni vengono sconfitte e per chi viene investito dalla durezza del capitale finanziario che dominava l’antica Roma come oggi domina il mondo occidentale. Basta leggersi le terribili cronache di Salviano di Marsiglia per riscontrare con stupore che gli effetti del potere economico non erano allora molto diversi da quelli che il capitalismo produce oggi.

Ah, dimenticavo la lotta della democrazia e della libertà contro l’autocrazia e la schiavitù. Già, la democrazia dell’1% che domina e tiene in schiavitù con le sue armi il 99% (vi ricordate questo movimento, represso a forza di manganellate e processi negli USA), la democrazia di un sistema plutocratico in cui il potere è gestito da coloro che posseggono gli strumenti finanziari, la democrazia del Bilderberg, delle superlogge massoniche, la democrazia del voto per candidati predefiniti dai partiti e che comunque contano poco o nulla perché sono tutti legati a lobbies, a logge più o meno massoniche, a multinazionali e gruppi di potere, che determinano chi può apparire in televisione e farsi votare e chi non può. La libertà di tenere un’arma in mano con cui ammazzare un vicino antipatico o un po’ di studenti in una scuola perché gli tira così, la libertà di sparare qualunque corbelleria senza tema di essere smentiti da chicchessia in un mondo in cui lo spirito critico è stato deliberatamente distrutto, la libertà di fare esattamente quello che il sistema di potere ti permette di fare e di dire la tua opinione finché questa non viene vista come pericolosa per il sistema: allora si viene sbattuti in galera o ammazzati oppure, se ti va bene, esclusi dal sistema mediatico così che la tua opinione resta circoscritta a poche decine di persone, mentre altri milioni sentono cose completamente diverse (chiedere a Tony Negri, ad Assange, a Martin Luther King e alle migliaia di altri oppositori di questo sistema: Matrix e Platone, vi hanno mica insegnato qualcosa, per caso?). Ci si può baloccare con la libertà di dire quello che i padroni del mondo vogliono sentirsi dire, esattamente come capita nelle autocrazie (da Tienanmen a Navalny, anche se su questo viene qualche dubbio di autenticità dello spirito autenticamente libertario). I tentativi degli occidentali di andare a suscitare movimenti democratici nel resto del mondo sono caratterizzati da fallimenti drammatici e da profonde strisce di sangue e distruzione. E se l’occidente ancora produce il 50% della ricchezza del mondo, esso rappresenta a mala pena il 13% della popolazione mondiale, e il resto del mondo li guarda con sospetto e un malcelato odio. Dai paesi arabi, all’Africa, al sud America, e soprattutto India e Cina, le due nazioni più popolose del mondo intero, e persino da Israele (udite! udite!) si leva una condanna per l’occidente e non per la Russia, perché credono alla sue dichiarazioni di essere stata provocata dall’Occidente, dato che hanno vissuto storie analoghe sulla propria pelle. Vi ricordate di Colin Powell con la provetta in mano e Tony Blair con il dossier dei servizi, che erano le prove della creazione di armi chimiche da parte dell’Iraq di Saddam? Beh, non era vero niente, ma le loro menzogne hanno causato milioni di morti e l’instabilità che ancora continua in tutto il medio oriente, con terroristi, bande armate, autocrati e altri soggetti poco raccomandabili, nati dalle ceneri degli stati che hanno abbattuto. A torto o a ragione, il resto del mondo vede nella Russia il baluardo contro l’arroganza, la prepotenza e il dominio del mondo da parte dell’Occidente, perché la Russia ha testate nucleari a sufficienza per poter distruggere gli USA e tutti i paesi occidentali e porre fine al loro dominio. Dominio che è destinato comunque a finire perché i loro tassi di crescita (economica e demografica) sono multipli di quelli dell’Occidente. E allora è chiaro che questo è l’ultimo scontro, l’Armageddon della logica del potere, delle finte ideologie e delle guerre. E se ne esce o con il disarmo completo oppure come “freedom fries“, le patatine della libertà fritte dall’olocausto nucleare. E’ un passaggio difficile e angusto e purtroppo l’alternativa non è ancora pronta, anche se la storia in certe circostanze, ha delle accelerazioni spettacolari e i cambiamenti avvengono in un tempo quasi impercettibile. Sono le donne che dovranno immaginare e creare le fondamenta della nuova società, basandola sul loro spirito creativo e sulla loro capacità di inclusione e solidarietà. Il principio della nuova società sarà senza alcun dubbio femminile, che non significa femminista, movimento che ha caratterizzato la liberazione delle donne dalla subordinazione patriarcale al maschio. Sarà una società senza subordinazione e senza potere, perché l’abbondanza della produzione illimitata lo rende del tutto superfluo, senza capi e senza violenza, com’è proprio dello spirito femminile, anche se ci sono donne di potere e che imitano gli uomini nelle loro guerre, ma si tratta, appunto di imitazioni. Una società della cultura e dell’intelligenza, fondata sull’amore per la generazione e sul desiderio di bellezza che ne una componente fondamentale. La società dei viaggi spaziali e della diffusione della vita nell’universo (non della conquista dell’universo, che è un’altra cosa).

Non so come finirà, ma è certo che è cominciato lo scontro finale che decreterà o la morte del potere o la scomparsa dell’umanità. E’ la lotta della vita contro la morte e speriamo che il gene egoista intorno al quale siamo stati costruiti abbia previsto per tempo le contromisure. Perché la morte dell’umanità sarebbe anche la sua morte, e se noi siamo caduchi, il gene egoista ha invece la pretesa di essere eterno e non ha ancora costruito una macchina alternativa in cui riprodursi. Prendiamo il coraggio e diamoci da fare per cambiare questo mondo, è arrivato il momento di farlo o di scomparire per sempre.

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3 pensieri su “Della guerra e della pace

  1. Sono d’accordo su tutto eccetto che sul finale. Dire che saranno le donne a “dover” immaginare e creare una nuova societa’ mi sembra riduttivo e soprattutto va a rompere la reciprocità relazionale bio-psico-sociale che tiene indissolubilmente uniti i sessi maschile e femminile. Io piu’ che altro direi che la nuova societa’ si dovra’ basare x forza sul rapporto fra il sesso femminile e quello maschile,intesi anche come componenti psicologiche e biologiche che possono essere presenti in senso inverso,cioe’ il femminile nel maschile e il maschile nel femminile,ma e’ proprio questo rapporto che dovra’ essere riletto e vissuto in maniera diversa. Le guerre nella macro dimensione per me non sono altro che degli squilibri amplificati che si ravvedono gia’ all’interno dei gruppi,intesi in senso ampio,ma gia’ su piccola scala,come la famiglia,la coppia,i rapporti madre figli e padre figli etc. Si deve ripartire da qui. E’ probabile che molti problemi siano causati da un attaccamento insicuro (per dirla alla bowlby) che gia’ si instaura nei figli perche’ esso e’ gia’ presente nei genitori. Quindi credo sia necessario che la coppia prenda coscienza dell importanza di essere guidata nel percorso di crescita per uscire bene dal processo separazione-individuazione.

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    1. Obiezione interessante e ti ringrazio per averla formulata. Sono d’accordo su fatto che la nuova società si dovrà basare su una riformulazione del rapporto fondamentale delle società umane, al quale entrambi i sessi devono dare un apporto determinante. Dico che la trasformazione deve essere guidata dal “femminile”, per la semplice ragione che il “maschile” viene da millenni di dominio e di generazione di rapporti di subordinazione ed è difficile che nell’animo maschile possa liberarsi delle scorie dell’eredità del patriarcato. Tuttavia, è assolutamente evidente che la ridefinizione dei rapporti tra i sessi veda coinvolti entrambi, ed è probabile che ci saranno vari tentativi che andranno a fallire e altri che invece avranno successo. difficile dirlo e difficile preconizzare, ma è la questione più importante da affrontare. ti dirò che è pure difficile trovare interlocutori disposti a liberarsi fino al punto di riuscire a discutere di questa questione in modo libero.

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      1. La donna sa essere violenta esattamente come l’uomo,ma ovviamente usando strumenti diversi,perche’ delle differenze esistono fra maschile e femminile,anche se nella societa’ occidentale si fa del tutto per appiattirle. Dunque credo che la societa’ debba essere guidata da entrambi i sessi,in modo che nessuno dei due prevalga sull’altro. Nel momento che dico questo pero’ sento di essermi fiondato in un mondo parallelo,che penso non si paleserà per molto a venire.

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