Dell’ipocrisia

L’ipocrisia era l’unico peccato che Gesù non poteva sopportare. “Tutti i peccati vi saranno perdonati, tranne quelli contro lo Spirito Santo” (Marco 3, 28-30) e l’ipocrisia è il peccato dei peccati. Perché l’ipocrita non si pente, non si mette davanti a Dio a dire a sé stesso, quello di cui accuso gli altri io stesso l’ho fatto, non riesce a concepire un momento di verità, … Continua a leggere Dell’ipocrisia

Rubrichetta (quasi) quotidiana sulla malafede dei media

Sui media italiani e, forse peggio, su quelli di tutto il mondo occidentale, ogni giorno si leggono titoli e notizie che falsano completamente la realtà e la visione degli eventi. Insomma, pura malafede. Ho deciso di prenderne una al giorno (o quasi, dipende dal mio poco tempo), e mostrarvela. Il titolo del Corriere della Sera online di oggi è emblematico di questa malafede nel raccontare … Continua a leggere Rubrichetta (quasi) quotidiana sulla malafede dei media

Elezioni 2022

Mi rendo conto di non aver scritto nulla su queste elezioni, dando tutto per scontato, ma forse non lo è affatto. A me il gioco che è stato imbastito appare chiaro e adesso lo descrivo rapidamente. La guerra e le sciagurate decisioni politiche dell’Europa stanno precipitando l’Unione in una recessione che durerà a lungo e che sarà molto dolorosa per tutte le fasce sociali.

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L’errore fatale del potere

Ci sono momenti nella storia in cui gli uomini al potere commettono degli errori tattici che si rivelano a posteriori essere tragici errori strategici. In genere questo accade quando il potere è più forte e dominante, e la causa è spesso l’arroganza, la presunzione e la superficialità degli uomini di potere. Un esempio classico è quello commesso da Augusto quando affidò a Publio Quintilio Varo le province germaniche appena conquistate e presuntuosamente ritenute già pacificamente romane. Varo era un burocrate che sapeva poco o nulla di guerra e tanto meno dei Germani e dei Cherusci, la tribù alla quale apparteneva Arminio. Si fidò completamente di lui allontanando gli ufficiali romani che cercarono di metterlo in guardia, e finì nella trappola di Teutoburgo nella quale perì insieme a due legioni e alle speranze romane di una rapida espansione nell’est europeo. L’errore tattico fu fatale per le mire espansionistiche romane, e si trasformò in un limite strategico, poiché da quel momento il fiume Reno rappresentò il limite invalicabile all’espansione romana ad est.

Quel limite all’espansione territoriale segnò anche l’inizio del declino dell’impero, la cui economia si fondava essenzialmente sulla tratta degli schiavi che rappresentavano il motore dell’economia romana e consentivano agli imperatori di tenere bassa la pressione fiscale interna e alimentare le legioni con nuova linfa vitale. Commentando le imprese di Giulio Cesare in Gallia notai che durante i nove anni di campagne militari, la resa di gran lunga maggiore fu la vendita del milione circa di schiavi che Cesare mandò a Roma, e che rappresentò i nove decimi di tutti i ricavi delle sue campagne in Gallia. Il rimanente, era costituito dai tributi che tutte le tribù della Gallia furono costrette a mandare a Roma durante lo stesso periodo.

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Il Price cap e le facce di tolla

Questa storia del “price cap” sul prezzo del petrolio e del gas è davvero surreale. Le continue menzogne sulla guerra in Ucraina hanno ampiamente dimostrato che i nostri governanti, sia in Italia che in Europa, hanno la faccia come il culo, ma le loro dichiarazioni e le cose che intendono fare per cercare di alleviare (almeno così dicono), il peso del costo dell’energia sulle popolazioni, sono davvero incredibili. Ovviamente per chi conosce un pochino come stanno le cose e di cosa stiamo parlando. Perché quelle facce da culo al governo e le loro immagini speculari sui media, raccontano tutta un’altra storia, del tutto falsa, evidentemente falsa, l’ennesima sfrontata e insopportabile bugia.

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Taiwan, Pelosi e la pax americana

La visita della Presidente della Camera dei deputati degli Stati Uniti a Taiwan, è stata osteggiata non solo dalla Cina, che si è sentita offesa e umiliata da un gesto così apertamente ostile, ma anche dalla Presidenza degli Stati Uniti e dal Pentagono, che hanno cercato fino all’ultimo di impedire il provocatorio viaggio della Pelosi nell’isola “ribelle“, come la definiscono i cinesi del continente, che la considerano parte integrante della Repubblica Popolare. D’altra parte nel mondo sono solo quattordici le nazioni che riconoscono ufficialmente a Taiwan dignità di stato in sé, e certamente non sono le più importanti né popolose del mondo: Belize; Città del Vaticano; Guatemala; Haiti; Honduras; le Isole Marshall; Nauru; Palau; Paraguay; Saint Kitts e Nevis; Saint Vincent e Grenadine; Saint Lucia, Eswatini (noto fino al 2018 come Swaziland) e Tuvalu. D’altra parte era assurdo che nell’Assemblea della Nazioni Unite la Cina e il suo miliardo di abitanti di allora, fosse rappresentato da un’isolotto che di abitanti ne aveva si e no venti milioni solo perché il governo dello sconfitto Chiang Kai-shek era gradito agli anglosassoni che, ovviamente, avversavano il governo comunista di Mao Dse Dong. Solo nell’ottobre del 1971 il seggio nell’Onu, che era occupato dalla Repubblica Nazionalista di Cina, appunto da Chiang Kai-shek, fu assegnato dall’Assemblea dell’Onu dalla Cina Comunista, che rappresentava stabilmente gli abitanti di quella consistente parte del mondo.

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Prospettive economiche per l’Italia con la guerra in corso

Lasciate perdere le sciocchezze che raccontano i politici nostrani che, pur di servire il loro padrone americano, sono capaci anche di farti credere che possiamo costruire in sei mesi impianti che producono energia dal metano delle latrine pubbliche (gli antichi vespasiani da ripristinare al più presto) e che gli asini volano (su questo, devo dire che non avrebbero tutti i torti, viste le fulminanti carriere di certi asini che “volano” nell’empireo della politica). D’altra parte, li avete votati e ora ve li tenete così come sono, ignoranti, voltagabbana, poltronari, ipocriti e servi del potere finanziario. Per chi vuole riflettere, offro in comunicazione questo report dell’ufficio studi del noto sito di complottisti e “novat-telappesca” (neologismo che propongo per indicare tutti quelli che non la pensano esattamente come il mainstream vorrebbe che (non) pensassero) che si chiama Banca D’Italia. In questo report, fottendosene delle minchiate dei politici, si dice chiaramente che se la guerra finisce domani mattina, la crescita del Pil dell’Italia si attesterebbe quest’anno intorno al 3% (rispetto all’ottimistico 4,2% delle precedenti previsioni), se durasse ancora due o tre mesi, la crescita sarebbe non superiore al 2%, e che se invece la guerra durasse a lungo, si entrerebbe per almeno due anni, in una spirale recessiva per cui il Pil calerebbe di almeno lo 0,5% all’anno. Il tutto per le conseguenze delle sanzioni imposte alla Russia per andarci a fare la guerra per conto degli americani.

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Europa guerra e politica

Non avrei mai pensato che sarei stato tentato dal fare il tifo per la Le Pen nelle elezioni francesi. Ma in questa situazione, dato che il candidato della sinistra Mélenchon non ha alcuna possibilità di venire eletto, temo che l’unica alternativa credibile per il popolo francese sia proprio Marina Le Pen. Macron è il candidato della élite industriale e finanziaria della Francia, mentre la Le … Continua a leggere Europa guerra e politica

Sulle conseguenze economiche della guerra

Si discute molto in questi giorni oscuri delle conseguenze economiche delle sanzioni, sia per la Russia che per i paesi europei e anche, di riflesso per il resto del mondo. C’è una narrazione occidentale che esalta l’efficacia delle sanzioni prese nei confronti della Russia perché si ritiene che l’economia russa ne sarà violentemente condizionata almeno a medio termine. Si rileva anche che, tuttavia, anche i … Continua a leggere Sulle conseguenze economiche della guerra

Della guerra e della pace

La distruzione della ragione Difficile dire qualcosa di ragionevole anche dopo un mese dall’inizio della guerra in un mondo in cui la ragione sembra essersi eclissata. György Lukács nel suo Ontologia dell’essere sociale scrisse che “L’ideologia non è forse mai stata così importante come per l’appunto nell’epoca della deideologizzata manipolazione raffinata degli uomini“. La nuova fisica che univa indissolubilmente soggetto e oggetto in una unità … Continua a leggere Della guerra e della pace

Economia della scarsità, solidarietà, sacrificio ed economia dell’abbondanza

Nelle società antiche il sacrificio umano, così come quello degli animali, era praticato regolarmente. Non c’era evento importante che non fosse preceduto, o seguito o accompagnato da sacrifici di animali e di esseri umani. La vita umana individuale valeva poco o nulla, quello che contava era la sopravvivenza del gruppo e, per ingraziarsi gli dei e favorire il loro intervento a favore della comunità, il sacrificio di uno o più membri di essa era ritenuto essenziale. Sappiamo per certo che alcune società sceglievano i membri da sacrificare tra i giovani più belli e nobili, e li allevavano con questo obiettivo per qualche anno, rendendo loro i massimi onori e facendoli vivere negli agi e nel lusso, affinché si presentassero agli dei nel modo migliore e rendessero testimonianza del livello di raffinatezza che la società da essi dei tutelata, aveva raggiunto grazi al loro intervento. Essere scelti per il sacrificio era un onore oltre che un dovere. D’altra parte il significato originario del termine “sacrificio” viene da “sacrum facere“, ovvero compiere un atto sacro agli dei. Inoltre, la coscienza di sé era molto labile se non inesistente, soprattutto nelle società gilaniche (quelle che hanno preceduto il patriarcato e che Bachofen ha definito con il termine di “matriarcali“; Marija Gimbutas, antropologa americana, ha coniato il termine “gilanica” per indicare che questa società non aveva alcun senso del potere, di cui l'”Archè” è una delle tre articolazioni). Sacrificarsi per la comunità era naturale e doveroso e questo nelle guerre accadeva spesso. Per quanto concerne le comunità gilaniche, che erano essenzialmente pacifiche e conoscevano poco o nulla la guerra, il riferimento è alla resistenza all’invasione delle società Kurgan o patriarcali. Compiere questo sacrificio agli dei davanti a tutta la comunità che ti sostiene e ti acclama era la massima aspirazione di ogni giovane nobile di stirpe e di animo. Infine, quelle società non avevano un senso del tempo sviluppato come il nostro, e la lunghezza della vita non aveva alcun significato. In ogni caso si doveva morire e farlo compiendo un gesto sacro agli dei e alla comunità era fortemente desiderabile.

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MES, Recovery Fund e l’Europa dei Miserabili

Alla fine, la montagna partorì un topolino (Parturient Montes nascetur ridiculus mus), e questo verso di Orazio dall’Ars Poetica riassume perfettamente l’impotenza dell’Europa delle banche in questa situazione di emergenza. Orazio ce l’aveva con i poeti che promettevano mari e monti sui loro scritti futuri e poi se ne uscivano con qualche verso zoppicante (non lo scazonte di Ipponatte!) e noi, più modestamente dati i tempi, ce la dobbiamo vedere con l’Europa della miseria e dei miserabili, che ha frantumato in mille irriconoscibili pezzi il sogno di una grande Europa coltivato dai nostri predecessori. Ma procediamo con ordine.

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Orgoglio (e pregiudizio) italiano

In una chat di un movimento politico per la maggiore ho letto discorsi e affermazioni che mi hanno fatto rabbrividire. In qualche modo riflettevano l’articolo del “Die Welt” di qualche giorno fa che titolava “La mafia italiana aspetta i soldi della UE”. In fondo la rivista tedesca non faceva altro che ripetere un (ignobile) discorso tenuto da Beppe Grillo a Strasburgo nel 2014 in cui invitava l’Unione europea a non mandare i soldi in Italia perché sarebbero finiti in mano alle mafie.  Il discorso è che l’Italia ha tanti problemi e nessuna capacità di gestirsi da sola per una classe politica imbelle e corrotta, per un apprato burocratico elefantiaco e inefficiente, per l’avidità e l’egoismo dei suoi cittadini, per i clan, per le mafie, per i sindacati, per la gente del sud, perché sperperiamo, rubiamo, facciamo il nero, eccetera eccetera. Tutto il rosario dei peggiori pregiudizi nei confronti del nostro paese snocciolato sull’unghia come “argomento politico”. La conclusione era: Ma perché tedeschi e olandesi dovrebbero darci i soldi se siamo così?

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Lo scontro di civiltà

andrea-vicentino-battle-of-lepantoCi siamo. L’umanità è arrivata al bivio dello scontro decisivo. Due civiltà sono a confronto, ed alla fine dello scontro ne resterà una sola. Non è la prima volta che accade nella storia dell’umanità né sarà l’ultima. Sempre che alla fine dello scontro resti qualcosa che somiglia ad una civiltà. Perché stavolta è a rischio la sopravvivenza stessa dell’umanità: un conflitto nucleare ne segnerebbe l’inevitabile declino e la scomparsa dalla faccia della terra nel breve volgere di qualche generazione. È un rischio di cui dobbiamo tenere conto, c’è e non possiamo fare finta di niente.

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A proposito degli eventi del primo maggio, riflessioni su giustizia, verità e movimento.

ipocrisia dei media Quattordici anni fa ho scritto queste riflessioni sulla giustizia, sulla verità e sul movimento. Era il 2001 ed avevo ancora nel naso l’odore acre dei lacrimogeni generosamente lanciati sulla scogliera di Genova, dove ci eravamo rifugiati, e in bocca il sapore amaro della  decisione di lasciare l’attività di avvocato. Avevo la sensazione di entrare in un mondo inesplorato, difficile da capire, difficile anche orientarsi.  Qualche tempo dopo, inserii questo brano nel libro “Un’altra moneta”, poiché mi sembrava doveroso invitare a riflettere sul tema del potere e delle sue ancelle, appunto la “Verità” e la “Giustizia”. Ma stavo mettendo in discussione i capisaldi stessi della società in cui viviamo, quei capisaldi ai quali tutti, ipocritamente, chi più chi meno, chi scientemente ipocrita, chi senza rendersene conto, fanno riferimento quando parlano della loro società ideale. Appunto, una società ideale, ovvero figlia di ideologie che dovremmo eliminare definitivamente dal nostro orizzonte. Stavo anche rovesciando le basi stesse della cultura sulla quale mi ero formato che mette la ricerca della verità ed il perseguimento della giustizia sul punto più alto della sua etica. Ma era necessario farlo.

Come spesso succede, quando si scrivono cose che appaiono enormi, su questo brano è calato un imbarazzato silenzio. So che in molti mi attaccheranno, soprattutto perché non lo capiranno. La verità e la giustizia sono gli obiettivi di tutte le azioni politiche, sociali, individuali, collettive. Nel libro che sto scrivendo sull’economia dell’abbondanza ne parlerò in modo più approfondito. Ora mi sembra il caso di riproporlo così come l’ho scritto, per provare a rilanciare la discussione a margine delle riflessioni, spesso superficiali e ipocrite che ho letto sugli eventi del primo maggio.

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