L’irragionevolezza di una giustizia ingiusta

Il nostro ordinamento positivo è composto da un numero enorme e non conosciuto di norme di legge. Il Presidente della Camera, qualche anno fa, ha riferito di oltre 50.000 leggi, ma c’è chi parla di 150.000 o addirittura di oltre 200.000 leggi esistenti, di cui oltre 13.000 contengono una sanzione penale. Il fatto che non se ne conosca neppure il numero esatto, la dice lunga su quale coscienza si possa avere del contenuto di quelle norme, il cui rispetto costituisce il fondamento dello Stato di diritto.

Avanti! febbraio 2000

Sulla crisi della giustizia e sulle misure necessarie a porvi rimedio sono stati scritti fiumi di inchiostro negli ultimi vent’anni. Sono stati riformati sia il processo civile che quello penale, è stata persino modificata una norma costituzionale per introdurre il principio del giusto processo (come se fosse possibile pensare all’esistenza istituzionalizzata di un processo ingiusto) ma non sembra che tutti questi sforzi abbiano prodotto risultati significativi. Cerchiamo di riordinare le idee partendo dalle fondamenta. Lo Stato di diritto si fonda sul rispetto delle regole che lo costituiscono. Affinché ci sia uno Stato di diritto occorre, non solo che i cittadini e le istituzioni rispettino, con le buone o con le cattive, le regole esistenti e quelle che a mano a mano sono emanate, ma anche che quelle regole siano rispettabili.
Il nostro ordinamento positivo è composto da un numero enorme e non conosciuto di norme di legge. Il Presidente della Camera, qualche anno fa, ha riferito di oltre 50.000 leggi, ma c’è chi parla di 150.000 o addirittura di oltre 200.000 leggi esistenti, di cui oltre 13.000 contengono una sanzione penale. Il fatto che non se ne conosca neppure il numero esatto, la dice lunga su quale coscienza si possa avere del contenuto di quelle norme, il cui rispetto costituisce il fondamento dello Stato di diritto.
La situazione è aggravata dal fatto che il Parlamento continua ad emanare leggi su leggi. Il Presidente della Camera dei deputati ha, recentemente, rivendicato con orgoglio l’aumento di produttività del Parlamento che nel 1998 ha sfornato oltre 5.000 leggi. Come se l’attività legislativa fosse paragonabile a quella di una fabbrica di scarpe, per cui ogni incremento di produzione è senz’altro positivo.
L’applicazione dei criteri di produttività alla giustizia produce effetti aberranti: il Parlamento deve produrre più leggi, le forze dell’ordine più indagini, la magistratura più sentenze. In questa accelerazione a qualunque costo del sistema si cerca la soluzione del problema giustizia.
La prima conseguenza di questa distorsione nel sistema è che per potersi attenere ai criteri di produttività che gli sono imposti, tutti gli operatori della giustizia devono svolgere un numero di pratiche prefissato. Con l’assurda conseguenza che gli operatori preferiscono svolgere pratiche relative alle centinaia di migliaia di violazioni di poco conto, frutto di uno Stato invadente ed oppressivo che criminalizza le persone comuni, piuttosto che inseguire i delinquenti incalliti, attività rischiosa, poco gratificante e che, soprattutto, produce poca carta. Un tempo questa follia era parzialmente corretta dalle periodiche amnistie, ma oggi lo stallo su tangentopoli ha reso impra-ticabile anche questo pseudo correttivo. Conseguenza: milioni di pratiche che intasano Tribunali, Procure, Commissariati di Polizia e Stazioni dei Carabinieri, all’inseguimento dell’assegno a vuoto, della contravvenzione per divieto di pesca, della querela per ingiuria ed altre simili bagattelle, mentre furti e rapine hanno cessato di essere perseguiti e assassini patentati girano in libertà.
La seconda conseguenza è un incremento esponenziale della discrezionalità. Discrezionalità che prima dell’alluvione normativa era governata dal principio di ragionevolezza (quello che comunemente si chiama buon senso), e che ora è, invece, legata alla scelta delle norme da applicare in mezzo alle centinaia possibili per ciascun caso concreto. Cosa che costituisce la perfetta applicazione di un principio di irragionevolezza. Poiché è oggettivamente impossibile accertare tutte le violazioni, si perseguono solo quelle commesse da persone nei cui confronti c’è una maggiore attenzione (magari per ragioni politiche), o che sono più facilmente reperibili ed esposte alla persecuzione giudiziaria. La discrezionalità, di per sé, apre le porte a fenomeni di corruzione e, comunque, ad usi distorti della legge, e si trasforma in arbitrio quando, pur di rispettare i limiti prefissati di produttività, gli organi sono costretti ad assumere comunque un provvedimento, anche se non hanno elementi sufficienti per poterlo fare, o non hanno il tempo per approfondire il caso. E quando rifiutano di emettere un provvedimento, perché non hanno fisicamente il tempo di ragionarci sopra, vengono bacchettati sia dalle istituzioni che dai media, come è recentemente accaduto in un caso di scarcerazione per decorrenza dei termini. L’istituzione del Giudice Unico, invece di risolvere il problema l’ha aggravato, aumentando l’arroganza dei magistrati ed i loro errori, prima almeno sottoposti al vaglio critico del Collegio. Con la conseguenza che se prima della riforma il 60% delle sentenze di primo grado venivano riformate in Appello ora questa percentuale è destinata ad aumentare considerevolmente per le pressioni cui sono sottoposti i magistrati, l’incuria generale in cui devono operare e l’enorme potere di cui dispongono.
La terza conseguenza aberrante, data l’impotenza della struttura giudiziaria ordinaria, è che per combattere la mafia sono state estese alla criminalità comune le norme sui pentiti che, alla fine degli anni ’80, avevano dato buona prova nella lotta al terrorismo. Il fatto è che norme di quel genere sono efficaci solo se ottengono effetti positivi in tempi relativamente brevi. Invece, la lotta alla mafia procede indefessa a colpi di pentitismo da circa vent’anni, e l’effetto è che oggi abbiamo migliaia di pentiti (oltre 5.000, con i parenti), in genere criminali incalliti, pagati lautamente dallo Stato e il tasso di criminalità nel mezzogiorno non sembra affatto diminuire. Si direbbe, al contrario, che il territorio e le principali attività economiche siano sempre più salda-mente nelle mani della criminalità, mentre si scoprono imbarazzanti episodi di delitti commessi da mafiosi con la protezione di inconsapevoli (si spera) tutori dell’ordine, e cresce il dubbio che pagando i pentiti lo Stato finanzi le cosche mafiose. E che qualche volta utilizzi i pentiti per scopi affatto diversi dalla lotta alla mafia.
Di qui la sensazione del completo rovesciamento della giustizia in un sistema che premia i delinquenti e perseguita le persone perbene, che, anzi, elargisce i premi maggiori a chi commette i delitti più efferati.
Insomma, un numero crescente di leggi e di provvedimenti giudiziari, non aumenta il tasso di giustizia, ma, al contrario, lo riduce, lasciando i cittadini in balia dell’arbitrio e dell’irragionevolezza. Per ricostruire uno Stato di diritto,è necessario sradicare dal sistema giudiziario la logica della produzione, cominciando da una riduzione drastica del numero delle leggi.
Proviamo ad adottare, almeno per qualche tempo, una semplice regoletta: una nuova legge non può essere approvata se non ne abroga almeno cento vecchie. In pochi mesi si potrebbe ritornare ad una situazione accettabile ed avviare una riforma seria del sistema giudiziario.

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