Lettera di dimissioni dall’Ordine degli Avvocati

l’ideologia putrefatta che ha invaso le aule di giustizia, ci dipinge come corrotti ed arricchiti esponenti di una classe privilegiata, in quanto tali da punire ad ogni occasione. Non solo non mi sono arricchito esercitando l’avvocatura, ma ho spesso rimesso del mio per portare avanti battaglie in cui credevo. 

Roma lì 10 ottobre 2000

Al Consiglio dell’Ordine
Degli Avvocati e Procuratori di
ROMA

Raccomandata

Oggetto: Dimissioni

Con la presente, formulo le mie dimissioni dall’Ordine degli Avvocati di Roma e chiedo di essere cancellato dall’Albo con effetto immediato.

Non sono il primo nella mia famiglia e, forse, non sarò l’ultimo, ad esercitare un’attività legata al mondo del diritto.
Ho cominciato come tutti i giovani con l’idea di combattere per la giustizia. Le vicissitudini della vita hanno stemperato questo fuoco giovanile. Ma l’idea della giustizia rimane sempre viva in fondo all’anima di chiunque ne abbia conosciuto lo splendore.
La giustizia in concreto – si sa – ha pochi splendori, come tutto ciò che è umano. So bene che l’errore, la corruzione, l’incuria, l’ignoranza sono in agguato in ogni atto giudiziario, a cominciare ovviamente dai miei.
Habent sua sidera lites, è l’abusata espressione per giustificare certe cervellotiche decisioni e, d’altra parte ho ben presente il disappunto di Cicerone che, in occasione di un’assoluzione di Lentulo con due voti di maggioranza, si rammaricava di aver pagato un giudice di troppo.
Non sono certo queste le ragioni che mi inducono a lasciare la professione. Ciò che è intollerabile è la sistematica distruzione del diritto e del senso della giustizia cui sto assistendo impotente da alcuni anni.

Da un lato, un sistema legislativo in cui un numero spaventoso di norme che si negano a vicenda e consentono ogni sorta di arbitrio, dall’altro, un apparato giudiziario che, nella migliore delle ipotesi, usa i suoi strumenti per l’esercizio del potere più che per rendere giustizia. In mezzo una classe forense che sembra aver dimenticato il proprio ruolo e la difesa della propria dignità.

Non sono certo il primo né il solo a denunciare lo stato comatoso della giustizia. Recentemente l’ha fatto anche un ex Presidente della Corte Costituzionale. Sono trent’anni che sento parlare di crisi della giustizia. Da altrettanti anni si propongono riforme che finiscono regolarmente per peggiorare la situazione. Si può dubitare che il clima nei nostri tribunali sia divenuto irrespirabile? Anche lì le persone per bene, e sono la maggioranza, sembrano essersi dissolte, travolte da un crescendo di arroganza, presunzione, corruzione e ignoranza.

Non ho mai ritenuto vero l’altro antico brocardo Summum jus summa injura, poiché altrimenti non sarei mai riuscito ad esercitare la professione. Da qualche tempo lo vedo applicato con puntigliosa meticolosità.
A ciò si accompagna un sempre maggiore disprezzo dei giudici nei confronti di chi esercita l’avvocatura: l’ideologia putrefatta che ha invaso le aule di giustizia, ci dipinge come corrotti ed arricchiti esponenti di una classe privilegiata, in quanto tali da punire ad ogni occasione. Non solo non mi sono arricchito esercitando l’avvocatura, ma ho spesso rimesso del mio per portare avanti battaglie in cui credevo. Molti altri colleghi l’hanno fatto: la generosità è molto diffusa nella nostra categoria. So anche che in molti non sono più disposti a farlo. E’ eccessivo sopportare il danno economico e la beffa di non avere giustizia, con l’aggiunta del rischio dell’estorsione fiscale.

Recentemente, il tribunale fallimentare mi ha condannato a restituire una somma percepita in acconto dell’attività da me prestata per l’assistenza in sede prefallimentare: un fallito che non violi la legge pagando in nero non ha diritto alla difesa.
Ho assistito impotente ad innumerevoli episodi in cui la corruzione traspariva evidente, ed altri ancora mi sono stati riferiti da colleghi amareggiati come me da questo ignobile andazzo. Mi riferisco a favori personali, prestazioni sessuali, distorsioni ideologiche e, sospetto, anche corruzione in denaro, che sempre più spesso rovesciano il diritto ed il comune buon senso. Una volta costituivano l’eccezione: oggi sono la regola. E così ho dovuto anche subire la lezione di quei miei clienti che, nel revocarmi il mandato, mi accusavano (giustamente) di non essere capace di corrompere il giudice. Altri avrebbero provveduto.

Non riesco proprio ad imparare la lezione di Cicerone.

Vedo sempre più spesso la gente per bene perseguitata a sensi di legge e i delinquenti premiati ai sensi di altre incomprensibili leggi. Come i malcapitati tipografi di via Vigna Jacobini, perseguiti per aver ottemperato alla legge e per essere sopravvissuti. D’altra parte un colpevole bisognava pure trovarlo e chi meglio di un imprenditore la cui attività è fonte di ogni male? Alla fine saranno assolti, ma chi li ripagherà mai delle calunnie, delle assurdità, delle sofferenze causate da un’accusa tanto assurda?

Ho cercato di resistere, pensando che alla fine tutto passa ed anche questo momento di sbandamento sarebbe stato superato. Ma l’amarezza e la negazione del mio essere hanno inciso in maniera determinante sul mio stato di salute: insomma non riesco a far finta di nulla e la negazione della giustizia mi fa letteralmente ammalare.
Forse sarei disposto a sacrificare la vita per la libertà (dicono tutti così in tempo di pace). Certamente non sono disposto a morire sull’altare della giustizia negata. Lascio ai respon-sabili questo destino ed attenderò fiducioso e in disparte la sentenza di Eschilo:

Baluardo non v’è per l’uomo
Che è giunto alla sazietà della ricchezza
Ed ha scalciato contro il grande altare
Della Giustizia, muro non v’è che lo salvi
Dall’annientamento.

Probabilmente questo mio gesto non varrà a nulla, né attendo altro che un senso di pace nella mia coscienza. In ogni caso, non smetterò di lottare per la giustizia anche se da un diverso lato, poiché non sarei capace di farne a meno: ma almeno non passerò per cretino.

Vi ringrazio per l’attenzione.

Avv. Domenico de Simone

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