I Tedeschi, l’Euro e il gioco dell’OCA

300px-Goosy_Goosy_Gander_02Gary Lineker,  grande campione inglese degli anni novanta, diceva che il calcio è un gioco semplice: per novanta minuti ventidue uomini prendono a calci un pallone su un prato rettangolare, e alla fine vincono i tedeschi.

Esiste un altro gioco al quale i tedeschi vincono spesso, ed è il gioco dell’OCA. Che non è quello che tutti conoscono, ma una teoria economica poco conosciuta dal pubblico, come gran parte delle teorie economiche, ma che è particolarmente utile per capire che fine ci farà fare l’Euro se non si prendono adeguati provvedimenti.

La teoria si chiama OCA Theory, dove OCA è un acronimo che sta per Optimum Currency Area, ovvero Area Valutaria Ottimale (AVO) ed è stata esposta per la prima volta nel 1961 dall’economista americano Robert Mundell. Descrive le condizioni per ottenere le migliori condizioni in aree economiche che decidono di operare con una moneta comune.Americani e canadesi hanno studiato a lungo la questione, perché sia gli USA che il Canada sono aree in cui opera la stessa moneta anche se caratterizzate da diversità politiche e linguistiche.

Bene, quali sono allora le condizioni per cui due o più Stati possono trovare conveniente adottare la stessa moneta? Ovviamente parliamo di aree in cui vige lo stesso sistema economico, ma la teoria ci offre spunti interessanti per definire i criteri per il passaggio a nuovi sistemi economici utilizzando la moneta.

Poniamo il caso che due paesi, l’Italia e la Germania, abbiano scambi commerciali di un certo livello x. Ad un certo punto, per ragioni che possono essere le più disparate, i consumatori italiani preferiscono i prodotti tedeschi a quelli italiani. Diciamo che questa preferenza coinvolge il 20% del prodotto interno. La conseguenza sarà un aumento della produzione in Germania, seguito da pressioni sui salari e da un apprezzamento della moneta. Al contrario in Italia si avrà una riduzione della produzione, con deprezzamento della moneta e disoccupazione. Ora, come si ritrova l’equilibrio?

La cosa più semplice sarebbe la svalutazione monetaria. l’Italia svaluta la propria moneta sul marco, le merci tedesche costano di più perché occorre più moneta italiana per comprare merci tedesche, e questo comporta un dirottamento di parte della domanda di nuovo sulle merci italiane che risultano più a buon mercato. La produzione sale di nuovo, la disoccupazione viene riassorbita e si stabilisce un nuovo equilibrio. In un ambiente con frontiere chiuse, l’Italia avrebbe semplicemente imposto un dazio sulle merci tedesche e la preferenza per queste merci si sarebbe rapidamente ridotta. Tuttavia, stiamo parlando di aree di libero scambio, altrimenti rientriamo nelle logiche che hanno portato a due guerre mondiali.

La svalutazione, però, non si può fare se le due nazioni hanno adottato la stessa moneta o un regime di cambi fissi (che è praticamente la stessa cosa). D’altra parte, le tensioni indotte dalla nuova situazione devono essere in qualche modo assorbite, e abbiamo visto che, escludendo la moneta, i fattori coinvolti sono il lavoro, i prezzi e la produzione. Quindi le tensioni tenderanno a scaricarsi sul lavoro, sui prezzi o sulla produzione.

Se non si può svalutare la moneta si può svalutare il lavoro e quindi abbassare i salari. Le aziende coinvolte nella crisi, per prima cosa licenzieranno i lavoratori e questo porterà ad un eccesso di domanda di lavoro che sarà compensato da una riduzione dei salari, se nel sistema il costo del lavoro è flessibile. Se non lo è, si tratta di rinegoziare migliaia di rapporti di lavoro con tutte le tensioni politiche e sociali che questo comporta.  Oppure, l’altra ipotesi è la mobilità del lavoro, ovvero che i lavoratori in eccesso in Italia emigrino in Germania, così da ridurre le pressioni sui salari o in quel paese per via dell’aumentata offerta di lavoro, mentre la disoccupazione in Italia si riduce perché si riduce la domanda di lavoro per via dell’emigrazione.

Le imprese hanno anche altre due possibilità prima di licenziare o contemporaneamente ai licenziamenti: abbassare i prezzi dei loro prodotti e migliorare la redditività della produzione. Probabilmente, prima di gettare la spugna e chiudere, faranno tutte e tre le cose, un mix di licenziamenti, concorrenza sui prezzi e incremento della produttività. Ma è difficile riuscire ad ottenere risultati concreti: il livello dei prezzi incontra un ostacolo nei costi che, in una situazione di debolezza economica tendono ad aumentare, e l’incremento di produzione è difficile poiché i lavoratori migliori saranno tentati da migliori condizioni di vita e di lavoro emigrando in aree dove il loro lavoro è remunerato meglio. Inoltre il costo del denaro tenderà ad aumentare, poiché la crisi induce rarefazione del credito, e senza finanziamenti, con la componente lavoro in disfacimento e la domanda interna in calo la fine più probabile è la chiusura di una parte delle aziende del settore che compensi la caduta della domanda interna.

I prodotti delle industrie italiane non hanno niente a che invidiare a quelli dell’industria tedesca. Le svalutazioni competitive andavano però a compensare i maggiori costi che le nostre imprese subivano sotto altri piani, i costi derivanti dalle inefficienze della burocrazia, dei trasporti, del fisco. La svalutazione spingeva la domanda interna, poiché i prezzi dei prodotti importati aumentavano necessariamente di prezzo, e allo stesso tempo rendeva competitive le merci sui mercati esteri. La gente non subiva gli effetti della svalutazione della moneta nazionale se non quando andava all’estero, dove trovava prodotti e servizi più cari, ma questa non aveva alcun effetto sul potere di acquisto all’interno del paese. Insomma i redditi ed il tenore di vita restavano invariati dopo la svalutazione, se non per il fatto che i viaggi all’estero, pagati nella moneta verso la quale si era svalutato, erano divenuti più costosi.

Un altro sistema per uscire dalla crisi potrebbe essere quello di promuovere la crescita di un altro settore produttivo che arrivi ad assorbire i lavoratori eccedenti nel settore in crisi. Negli USA ci sono meccanismi compensativi tra gli Stati con il Governo Federale, e qualcosa del genere dovrebbe fare la UE con i propri fondi. Ma anche qui, le inefficienze burocratiche e le difficoltà culturali depotenziano questi strumenti, usati spesso con logiche politiche e clientelari e non economiche, oppure semplicemente abbandonati a sé stessi. L’Italia riesce ad utilizzare solo una quota minima dei fondi stanziati per il suo sviluppo. E poi un’azienda meccanica della Brianza paga il denaro quattro volte quello di una sua omologa e concorrente in Germania. In queste condizioni, che cosa possono fare che non somigli ad un miracolo?

Nel gioco dell’OCA, si sa, capita spesso di dover tornare indietro, e vince chi riesce a farlo meno degli altri. Tutta l’Europa è tornata indietro, nel PIL, nei salari reali, nel tenore di vita, e pure la Germania ha avuto la sua battuta di arresto in tutti i campi, però meno degli altri. Al gioco dell’OCA, alla fine vincono i tedeschi. Sia perché ci sanno giocare sia perché le regole di questo gioco parlano a loro favore. Bloccando moneta e produzione non c’è salvezza. Le tensioni da qualche parte devono sfogare la pressione, e questo avviene essenzialmente sui salari. La cosa avrebbe una grande rilevanza politica se qualcuno lo dicesse. In altri tempi, si sarebbe già sentito il rumore delle sciabole e le tensioni alle frontiere. Ma siamo nella grande Europa e nella camicia di forza del salvifico Euro, e uscirne è praticamente impossibile senza pagare dazi pesantissimi.

L’idea dei democratici di andare in Europa a rinegoziare sia l’Euro che la politica mercantilista praticata dai vertici europei con il controllo della Germania, è una pia illusione. Non c’è alcuna ragione per cui i tedeschi debbano cambiare idea e politica, visto che a questo gioco vincono e pure facile. A meno che non siano gli stessi tedeschi a ribellarsi, visto che un prezzo pesante della crisi lo pagano anche loro, con i salari reali che sono caduti del 7% negli ultimi dieci anni. Tutto può darsi, ma anche questa ipotesi sembra quanto mai difficile e lontana. Tutto il mondo è in crisi, e un po’ di conseguenze, se sono minori degli altri paesi, chiunque è disposto a tollerarle. Magra consolazione, ma funziona.

Uscire dall’euro in questo momento sarebbe probabilmente la cosa peggiore da fare. Il differenziale di inflazione tra l’economia italiana e quella del resto d’Europa, in questo momento, supera il 30% e, sempre ammesso che si riesca a trovare un accordo per una via di fuga che i trattati non prevedono (grazie Prodi!), questo significa che la liretta appena nata si troverebbe a pagare il 30% in più sugli interessi del debito pubblico che, ovviamente, resterebbero nominati in euro, e non è escluso che nel giro di qualche mese, quel 30% possa diventare un 40 o un 50%, viste le condizioni pietose del nostro apparato pubblico e l’infinità di riforme che dobbiamo fare assolutamente.

Sostengo da tempo che il debito non va pagato (ci ho anche scritto un libro su, “Il debito non si paga!” Editori Riuniti, Roma 2011), ma francamente le condizioni politiche ed economiche in questo momento non consentirebbero un’uscita indolore. Sarebbe stato meno doloroso due anni fa, con un debito più basso e un PIL che ancora reggeva il confronto, ma grazie all’abilità dei tecnici al governo (grazie Monti!), la situazione è notevolmente peggiorata e oggi il massacro dell’apparato produttivo italiano sarebbe persino peggiore.

E allora siamo condannati alla miseria ed alla distruzione del nostro sistema produttivo senza poter fare altro che andare a piatire con il cappello in mano un po’ di comprensione e qualche elemosina dai nostri padroni? No, la salvezza è a portata di mano e possiamo raggiungerla senza necessariamente dover uscire dall’euro, né aumentare il debito e nemmeno svalutando il lavoro. Però visto che è tardi e l’influenza incombe sulle mie stanche membra ve ne parlerò nel prossimo articolo. Intanto, meditate sul fatto che prima di mettersi a giocare ad un tavolo sarebbe prudente conoscere tutte le regole del gioco, e se ti giochi i soldi degli altri, magari spiegargli quali sono i rischi e i vantaggi.

P.S.: Se volete approfondire l’argomento della OCA Theory vi sconsiglio vivamente di consultare la pagina di Wikipedia dedicata all’argomento. Il geniale estensore della voce, un granitico difensore del PEU (Pensiero Economico Unico) l’ha redatta in modo tale da rendere incomprensibile la teoria, vaneggiando sul fatto che sarebbe superata (viste le magnifiche sorti progressive di quella geniale invenzione che è l’euro). Venisse mai in mente a qualcuno di criticarla in base ad una teoria economica non inquadrabile nel complottismo? Vade retro, Satana!

Vi consiglio invece questo eccellente articolo di Paul Krugman o in questo breve saggio dell’Università di Catania. Insomma, che l’euro fosse un problema lo si sapeva fin dalla sua ideazione. Quali fossero in problemi era comprensibile a molti, tranne che a certi geniali tecnici che l’Italia ha elevato alle maggiori cariche istituzionali e che ci hanno portato fin qui. O forse lo sapevano ma hanno fatto finta di niente… sapete com’è a pensar male si fa peccato, ma non si sbaglia quasi mai….

Leggi la seconda parte dell’articolo

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9 pensieri su “I Tedeschi, l’Euro e il gioco dell’OCA

  1. Pioggia ha detto:

    “Sono d’accordo, il debito non va pagato, ma ci sono altri sistemi per farlo senza ficcarsi in questi problemi.”
    Si puo immaginare a quali sistemi ti riferisci? Ricontrattare il debito offrendo titoli a tasso negativo?

  2. libero ha detto:

    salve dottore ,il problema dell’italia è che manchi una volontà politica …anche perchè il parlamento è troppo frazionato e nessuno può decidere una cosa cosi seria senza che si sollevino proteste minacce o evocazioni di apocalissi greche ( insomma ai politici di vecchio corso per loro va tutto bene come va adesso…)
    invidio l’equador e l’islanda per essere riusciti a non pagare il debito , o rineoziarlo e mettendo in galera i banchieri
    saluti
    ps la leggo moltissimo ….continui cosi

  3. Giulio ha detto:

    Buongiorno,
    “…questo significa che la liretta appena nata si troverebbe a pagare il 30% in più sugli interessi del debito pubblico che, ovviamente, resterebbero nominati in euro…”
    Ho letto ne “Il tramonto dell’euro” di Alberto Bagnai che in Italia una serie di articoli del codice civile (Lex Moneta) garantiscono la conversione nella moneta scelta dallo Stato di tutti i rapporti economici in essere, quindi anche dei titoli del Tesoro.
    Puo’ commentare questa ipotesi.

    Grazie
    Giulio

    • Domenico De Simone ha detto:

      Non ho letto il libro di Bagnai e non ho trovato le sue argomentazioni sul punto. Comunque ha ragione, lo Stato potrebbe decidere di imperio di rinominare i titoli del proprio debito pubblico nella nuova moneta. Tuttavia questo potrebbe comportare diverse conseguenze spiacevoli, poiché i detentori, soprattutto quelli esteri, dei titoli potrebbero non accettare la conversione e impugnarla di fronte alle Corti competenti, sia in Italia che all’estero, e probabilmente vedrebbero riconosciute le proprie ragioni. Di fatto, un titolo del debito è come una cambiale per la quale vale il diritto cartolare. Ovvero, l’impegno concerne quello che c’è scritto sul documento di debito. Se c’è scritto che mi impegno a pagare 1.000 euro, devo restituire mille euro, e non mille lire, o dollari o tante mucche per il valore di mille euro. A meno che il creditore non sia d’accordo, come ha ribadito recentemente la Cassazione. Infatti, a mente dell’art. 1197 c.c., “il debitore non può liberarsi eseguendo una prestazione diversa da quella dovuta, anche se di valore maggiore o uguale, salvo che il creditore consenta. In questo caso l’obbligazione si estingue quando la diversa obbligazione è eseguita”, e l Cassazione ha ribadito che per l’estinzione di obbligazioni l’unico mezzo di pagamento che il creditore è obbligato ad accettare è la moneta a corso forzoso nella quale è stata stipulata l’obbligazione. La ragione è ovvia: qualsiasi altro mezzo di pagamento, dall’assegno circolare in poi, può comportare per il creditore un costo che non era stato previsto al momento della stipula del contratto obbligazionario e quindi questi può legittimamente rifiutare il pagamento con un mezzo diverso da quello indicato nel titolo. È presumibile che il passaggio alla lira comporti una svalutazione di questa, e quindi la sostituzione dell’euro con la lira nei titoli di Stato comporterebbe una dichiarazione di default parziale per la quota di “valore” rosa dall’inflazione. In conclusione, è probabile che l’uscita ex abrupto dall’euro debba necessariamente accompagnarsi ad un default sul debito, almeno in questo momento. Sono d’accordo, il debito non va pagato, ma ci sono altri sistemi per farlo senza ficcarsi in questi problemi.

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