Sull’inutile pericolosità dell’idea di proprietà popolare della moneta. Note a margine del concetto di scarsità del capitale

cropped-cropped-cropped-faz1551.pngUn tormentone che ci perseguita da tempo è l’idea della proprietà popolare della moneta. Su questo argomento ho già scritto diverse note critiche, soprattutto riflettendo sul pensiero di Auriti, ma credo che sia necessario affrontare la questione in modo diretto così da farsi capire per bene.

Dunque, io propugno la proprietà popolare del metro!  Al momento della misurazione il metro deve essere di proprietà del popolo, affinché le misure siano egualmente distribuite. Basta con l’uso pressoché esclusivo di geometri e ingegneri e pure dei fisici che hanno ridotto il metro a dimensioni infinitesimali e se ne sono appropriati ab origine. Basta con la dittatura del Bureau International des Poids et Mesures, assaltiamo il Pavillon de Breteuil di Sèvres e liberiamo il metro dalla schiavitù degli oligarchi che se ne sono impadroniti! Il metro deve essere di tutti, così che finalmente si possa ottenere la giustizia sociale!

Vi sembrerà un discorso folle ed in effetti lo è. Tuttavia la proprietà popolare della moneta è esattamente la stessa cosa, ed è egualmente folle anche se in molti la considerano invece una cosa seria. La ragione è che nella coscienza collettiva la moneta è vista come una merce, ed in effetti così viene trattata sui mercati. Essa ha un prezzo che oscilla, come quello di tutte le merci, secondo la legge della domanda e dell’offerta. Però la moneta è anche, e direi prevalentemente, un’unità di misura  e in quanto tale perfettamente assimilabile al metro. Ed anche quale unità di conto è non dissimile dal metro. Qualunque cosa io misuri, ho sempre a mente il metro, così quando leggo un bilancio, qualunque sia la merce trattata dalla società che lo ha redatto, ho sempre come riferimento la moneta.

Insomma, la differenza tra il metro e la moneta è data dal fatto che la moneta è anche “riserva di valore” e in quanto tale è oggetto di mercato e di compravendita, mentre il metro in sé non svolge questa funzione. Ma è proprio questo il tasto dolente ed il punto essenziale per capire i problemi e le difficoltà in cui si dibatte l’economia, non solo quella moderna ma anche quella dei secoli passati. Storicamente la moneta è stata rappresentata per lungo tempo da merci utili per svolgere anche la funzione di mezzo di scambio. Un marengo d’oro, tuttavia, oggi non “vale” più un marengo, bensì un centinaio di euro, così come una moneta da cinquecento lire d’argento, oggi non “vale” più cinquecento lire bensì una trentina di euro, a seconda delle oscillazioni del prezzo rispettivamente dell’oro e dell’argento. Metto il termine “vale” tra virgolette perché le cose non hanno alcun valore, ma solo un prezzo. Le categorie dei valori appartengono solo ed esclusivamente al vivente e non all’inanimato. Ed il vivente, a sua volta, non ha un prezzo, ma solo valori.

Quindi, la moneta è stata per lungo tempo una merce che per le sue caratteristiche era utile a molti e per questo adatta a svolgere la funzione di mezzo di scambio poiché era accettata dai più. Rispetto a questa moneta ha un senso parlare di proprietà, pubblica o privata di essa. Come tutte le merci, essa appartiene a chi la detiene e, nella nostra società, questo coincide con un possesso lecito, che è una delle caratteristiche della proprietà di un bene. Ma rispetto all’unità di misura il concetto di proprietà, che sia popolare o individuale non ha alcun senso. Essa infatti, misura la capacità di spesa di ciascuno, che può essere attuale o differita, ma la proprietà di essa al di fuori della sua potenzialità di spesa è senza alcun senso. Mentre con una moneta d’oro o d’argento ci si può fare un monile o uno dei mille strumenti che usano i metalli preziosi per funzionare (ad esempio le schede di memoria dei computer), con una banconota in sé non ci si fa assolutamente nulla. Parlare di proprietà popolare della moneta all’atto dell’emissione è come parlare di proprietà popolare del metro all’atto della misurazione. E se quest’ultimo è surreale e ridicolo, l’idea della proprietà popolare della moneta è, oltre che surreale e ridicola soprattutto inutile e pericolosa. Poiché serve a diffondere l’errata convinzione che l’emissione di moneta da parte dello Stato risolve tutti i problemi dell’economia moderna.

Niente di più falso e fuorviante. Parlare di proprietà della moneta significa attribuire ad essa la medesima natura di merce che gli attribuisce il capitalismo, che la mantiene (relativamente) scarsa per mere ragioni di potere.  In altri termini, al di là della roboante espressione che fa pensare ad un mutamento radicale del sistema economico, la proprietà popolare della moneta si pone esattamente all’interno della logica del capitalismo che è la fonte dei problemi dell’economia moderna, non ne cambia la natura, anzi la rafforza fingendo che il problema sia quello della proprietà della moneta all’atto dell’emissione e non la sua natura di riserva di valore. Significa confondere le idee alla gente sulla natura della moneta ed illuderla che l’emissione da parte dello Stato, come espressione della volontà popolare, risolva ogni problema. L’idea di proprietà popolare è semplice e di immediata comprensione, e quindi ha successo per questo. Ma la comprensione che se ne ottiene è del tutto fuorviante. Immediatamente dopo l’emissione, infatti, una parte della moneta sarebbe distribuita al popolo e quindi essa diventerebbe, pro quota, di proprietà individuale di ciascun cittadino. Questo apparentemente sembra un modo efficace di introdurre il reddito di cittadinanza nel sistema, ma in realtà non lo è affatto, poiché subito dopo questa attribuzione, si pongono i medesimi problemi che attanagliano l’economia moderna. Si tratta del problema dell’accumulazione di moneta che porta i sistemi finanziari nella cosiddetta trappola della liquidità. In altri termini, si può accumulare moneta senza spenderla in quantità pressoché illimitate. Gli effetti sono che la moneta continua ad essere scarsa nel sistema e la sua funzione di mezzo di scambio ne rimane mortificata. Non solo, non cambia nemmeno il fatto che la moneta finisca poi in grandi quantità nelle poche mani di chi già ne detiene molta, per effetto del meccanismo degli interessi che non cambia di una virgola. Il proprietario della moneta, che sia una banca o un privato, può mettere a frutto la moneta così come qualunque altro bene di sua proprietà. Quindi, la presta, ci specula, ottiene interessi e fa lievitare il suo capitale. Ovviamente rischia anche di perderlo se non ha la mentalità da speculatore e da strozzino che è essenziale affinché il denaro possa fruttare interessi ed altro capitale. Esattamente come accade ora.

E allora dove sta la rivoluzione del perseguire la proprietà popolare della moneta? Sembra come se questo non sia mai accaduto e che sia una grande novità che può liberarci dai banchieri, ma in realtà li legittima come e più di prima. Ai banchieri, infatti, non importa un fico secco di chi sia la proprietà della moneta all’atto della emissione, poiché sanno benissimo che si tratta di un concetto astratto e privo di alcun  reale significato. Ad essi interessa che la moneta cada nella loro disponibilità in quantità crescenti e per questo sono disposti anche a pagare un prezzo elevato sotto forma di interessi sugli investimenti che essi stessi fanno. Ovviamente se poi l’investimento va male, il prezzo lo pagano i risparmiatori da essi coinvolti nell’investimento: l’aura di esperti di finanza che le banche si sono auto attribuite fa sì che difficilmente un banchiere paghi personalmente il prezzo dei suoi errori. Ma non è questo il punto essenziale, la vera questione è che di chiunque sia la proprietà della moneta all’atto dell’emissione, alla fine i soldi finiscono sempre nelle mani dei banchieri che lo usano secondo le logiche di speculazione e di mortificazione del vivente che siamo abituati a vedere da sempre.

Per me che sono abituato a vedere nella proprietà privata uno dei principali problemi del sistema economico, la critica del concetto di proprietà della moneta è altrettanto essenziale per comprendere qual è la via per costruire un nuovo sistema economico.  La logica della proprietà porta inevitabilmente alla scarsità dei beni che ne sono oggetto. Dicono i giuristi, ma anche gli economisti, che quando i beni sono sovrabbondanti, infatti, non si pone alcuna questione relativa alla loro proprietà ed anzi, aggiungono gli economisti, non si può nemmeno parlare di economia. Quando ho studiato diritto e poi economia, l’esempio più convincente per dimostrare questo assunto, che è falso come una banconota da tre euro, era di sostenere che infatti, per l’aria e per l’acqua che sono beni sovrabbondanti nel nostro pianeta il problema della proprietà e della scarsità non si pone nemmeno. Adesso questi due esempi “lampanti” vengono pudicamente omessi, poiché com’è noto, aria ed acqua sono divenuti oggetto della cupidigia e pretesto per la guerra (che della cupidigia dei capitalisti è lo strumento preferito). In altri miei scritti ai quali rimando, elaborando i concetti espressi da Hayek e da Tipler, ho dimostrato che le risorse sono sempre sovrabbondanti, indipendentemente dalla scarsità relativa dei beni che ne sono lo strumento.  Naturalmente questo significa pensare al mondo ed agli esseri umani in termini di libertà, ed alla ricchezza come ad un’espressione dell’intelligenza e dell’umanità in sé. Libertà e intelligenza sono i principali nemici del capitalismo e dei suoi alfieri, anche se si camuffano dietro vesti di sedicenti rivoluzionari. Alla fine fanno gli interessi dei banchieri e della élite che domina il mondo attraverso gli strumenti finanziari che posseggono ed usano secondo la loro convenienza ed il loro interesse. E soprattutto, che usano contro la libertà e contro lo sviluppo dell’intelligenza e della creatività umana, che sono gli strumenti più pericolosi per il loro potere. Il potere dell’usura e della spoliazione dell’umanità che deriva proprio dal concetto di proprietà.  Appunto, facciamo una Faz per uscirne.

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16 pensieri su “Sull’inutile pericolosità dell’idea di proprietà popolare della moneta. Note a margine del concetto di scarsità del capitale

  1. ludovico ha detto:

    su queste basi ovviamente il dibattito diventa sterile, affronterò in modo più approfondito l’argomento sulla mia pagina facebook dedicata al libro. saluti

  2. ludovico ha detto:

    anche se in ritardo dico la mia: il bravo de Simone dimentica che Auriti parlava non solo di moneta come misura del valore ma anche come valore della misura cioè potere d’acquisto. ecco che allora diventa rilevante capire chi è proprietario e chi è debitore all’atto dell’emissione. se ignoriamo il punto, ritenendolo paradossale, non solo commettiamo un grave errore ma facciamo anche un grande regalo alle banche…

    • Domenico De Simone ha detto:

      Egregio Ludovico, questa storia per cui quando si parla di moneta chi non è d’accordo con una tesi, qualunque essa sia, è complice delle banche deve finire. E’ davvero insopportabile oltre che profondamente stupida. Potrei dire la stessa cosa per gli auritiani, ma voglio risparmiare voi e soprattutto me stesso.
      Quanto al merito, non è con i giochi di parole che si risolvono i problemi. Come ho scritto innumerevoli volte, i valori sono qualità del vivente inapplicabili alle cose. Il fatto che si usi il termine valore per indicare i prezzi è segno dei tempi, della subordinazione ideologica del vivente al denaro. Continuare a usare quest’ottica significa restare dentro la logica del sistema di potere che ha ridotto tutti i valori all’unico dio denaro. Mi rendo conto che questo è difficile da capire, e ne prendo atto.

      • ludovico ha detto:

        egregio Domenico, non ho tacciato nessuno di … niente. però hai attaccato il pensiero auritiano su basi molto deboli. peraltro non è nemmeno detto che la tua visione geselliana della moneta sia del tutto incompatibile con le teorie del Professore. Anzi… anche una moneta che perde valore col tempo dovrà pur essere accettata da qualcuno! anche qui resterà ancora una volta il problema, non proprio banale, di capire chi emette e come. a maggior ragione perché chi emette 100 compra beni per 100 e chi riceve questa somma dovrà anche sbrigarsi a spenderla (evitando la tesaurizzazione) perché perderà progressivamente valore nominale. e allora come vedi il problema è ancora più grave perché chi emette lo fa per 100 chi accetta poi spende per valori inferiori. ma se chi emette non ha fatto altro che stampare fogli con la scritta “100” o come di solito avviene, digitando addirittura solo il numero “100” sulla tastiera di un PC, il problema ci sta, eccome. perché lui spende 100 avendo lavorato per 0 (o poco più , diciamo 0,5…); noi incassiamo 100 avendo lavorato per 100 e spendendo poi per 95… detto ciò se ritieni che non esista un problema di proprietà dei valori monetari all’atto dell’emissione, che ti devo dire? prendo atto pure io. un caro saluto

        • Domenico De Simone ha detto:

          Bah, che posso dire… l’articolo che ho scritto, in cui riassumo le mie critiche all’idea di proprietà popolare della moneta, mi sembra molto chiaro e fondato su basi ben consistenti. Capisco che non si possa essere d’accordo, ma almeno un argomento bisogna portarlo. Soprattutto, bisognerebbe conoscere bene il pensiero di Auriti che era ferocemente contrario, peraltro in modo coerente con il suo pensiero, alla moneta deperibile. Ne facemmo oggetto di un confronto pubblico sul tema proprio a Guardiagrele, in cui si scontrarono le opposte visioni di Nicolò Bellia e di Auriti davanti a una trentina di studenti (o forse più, non ricordo bene). La discussione poi, scivolò (o salì) sul piano spirituale e qui lo scontro divenne ancora più feroce, data la visione tradizionalista di Auriti e quella Steineriana di Bellia. Ma questa è un’altra questione. Dall’esempio riportato sopra capisco che lei ignora i meccanismi di emissione della moneta nella società contemporanea. Emissione che avviene essenzialmente sul debito, poiché la maggior parte della moneta in circolazione appartiene alla M2. Comunque, non ho alcuna intenzione di polemizzare né tanto meno di ripetere concetti che sono elementari per chi ha un po’ di dimestichezza con le questioni monetarie ma che sono ignorati dai più sulla base dell’errata convinzione che si tratta di concetti inutili.
          Buona serata.

          • ludovico ha detto:

            che auriti fosse contrario alla moneta deperibile lo so benissimo, ma questo non vuole dire che moneta auritiana e moneta deperibile siano inconciliabili. da fastidio poi che la gente pontifichi su ciò che io so o non so della moneta, leggendo mezza e mail alla volta e non dando assolute certezze sul fatto di averne compreso il contenuto (mi riferisco soprattutto alla prima, dove spiego che Auriti considerava la moneta anche VALORE della misura ergo potere di acquisto e non solo misura del valore, elemento che lei ancora fa finta di ignorare). comunque se vuole capire se io so e quanto so in materia di emissione monetaria legga il mio libro “il mondo oltre l’euro” ed. 4 R dove tratto anche di emissione monetaria; poi su testo porti pure qui le sue critiche. risponderò con piacere. saluti

            • Domenico De Simone ha detto:

              Anche a me dà molto fastidio quando la gente critica senza leggere quello che scrivo. A proposito del “valore” della moneta ho scritto a caratteri cubitali e ripetuto più volte che il concetto di valore non è applicabile alle cose né tanto meno alle misure. Vedo che lei non capisce questo concetto o fa finta di non leggerlo. Quanto alle espressioni “misura del valore” e “valore della misura” si tratta di un giochino di parole anche stucchevole. Sul piano economico non significano niente, e sul piano filosofico, nemmeno. Se poi lei vuole costruire una teoria dell’economia su queste basi, si accomodi pure. Nella storia del pensiero economico è successo anche di peggio. Ma non mi venga a dire che non ho letto l’argomento. L’ho letto e lo considero un insulso gioco di parole senza alcun significato. Capisco anche che per lei si tratta di una vetta di pensiero ineguagliabile e capisco quindi, per quale ragione lei non capisca le mie critiche. Non mi sembra che abbiamo molto da dirci, frequentiamo mondi a distanze siderali l’uno dall’altro.

  3. Lore ha detto:

    Allora vai a cedere dei centimetri all istituto dei pesi e delle misure ogni volta che usi il tuo metro visto che affermi che è perfettamente assimilabile al metro!

    • Domenico De Simone ha detto:

      Evidentemente non mi sono spiegato bene, perché lei non ha capito. Oppure non vuole capire e fa una battuta che non c’entra niente con quello che ho scritto. Rispiegare è inutile e controproducente. Mi spiace.

  4. Luca C. ha detto:

    D’accordo sul fatto che l’idea di “proprietà popolare della moneta” non porta lontano, non risolve i problemi e semmai li potrebbe anche acuire, ma resta il fatto che quell’idea esprime una reazione alla globalizzazione finanziaria. In fondo, in un tempo non poi lontanissimo in Italia il Ministero del Tesoro, organismo espresso da un potere politico democratico, emetteva i titoli del debito pubblico, e qualcuno li acquistava a suo piacimento. Quelli che non venivano acquistati nelle aste venivano acquistati dalle banche pubbliche, dunque controllate dal potere politico, dunque democratiche (perché in Italia vigeva la democrazia). Poi nel 1980 un certo Andreatta e un certo Ciampi si accordarono e via via… fino allo scatafascio di oggi. Ma ne abbiamo già parlato…

  5. lorenzo ha detto:

    (non è che distribuendo a tutti dei metri ognuno possa farsi i vestiti e la casa che vuole.)
    Ciao Domenico, lasciando perdere la misura del valore e il valore della misura auritiani, mi sembra che il problema dell’accumulazione monetaria derivi, oltre che dall’interesse, proprio dal fatto che non si riconosce al mezzo di scambio la sua natura di merce: se io ho delle pere, se le voglio scambiare con una pecora devo farlo entro un certo tempo, altrimenti marciscono o se le tengo nel freezer ho dei costi di conservazione. Per questo ci vuole il tasso negativo (Silvio Gesell e Rudolf Steiner).
    Concordo che “l’emissione di moneta da parte dello [non] risolve tutti i problemi dell’economia moderna”, ma almeno non fa piombare le nazioni nel baratro del debito pubblico impagabile.
    Riguardo la proprietà, penso che in un mondo di perfetti ognuno possa disporre liberamente dei beni di tutti, ma oggi? Forse potremmo accontentarci della proprietà comune dei mezzi di produzione nel senso di partecipazione operaia alla gestione delle aziende ed abolizione dell’eredità oltre una certa soglia (non è detto che il figlio di un imprenditore di successo, che ha creato lavoro e distribuito ricchezza sia in grado di continuarne l’opera), mentre per il suolo, la terra, viene in soccorso Henry George, oltre a Gesell.
    Sperando di non abusare della tua disponibilità, ti chiedo il sigbnificato e maggiori riferimenti su una frase che mi risulta oscura: “elaborando i concettidi Hayek e Tipler, ho dimostrato che le risorsesono sempre sovrabbondanti indipendentemente dalla scarsità relativa di beni che ne sono lo strumento”
    Grazie!

  6. marco saba ha detto:

    Insomma, la differenza tra il metro e la moneta è data dal fatto che il metro è una misura disponibile a tutti e senza costi, mentre la moneta è razionata artificialmente ed in mano ad un oligopolio di stronzi. Non vi basta ?

    • lorenzo ha detto:

      Non giochiamo con le parole: il metro come unità di misura non è l’euro come banconota.
      Qualsiasi unità di misura è disponibile a tutti: posso dire “questa strada è lunga 100 metri”, ” questa casa vale centomila euro”, “questo paccho pesa dieci kili”.
      Non basta?

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