Potere, monete, crisi, le alternative all’euro, i Ccf, i G-euro e la Faz

Copertina del n° 4/2012 della Rivista Antarés

Copertina del n° 4/2012 della Rivista Antarés

La situazione della Grecia è arrivata probabilmente ad un punto di non ritorno e ormai anche i mercati scommettono sul Grexit. Ne ho scritto tre anni fa sulla crisi della Grecia ed alla fine i nodi sono arrivati al pettine. Certo che se fossero usciti tre anni fa dall’euro la situazione sarebbe stata completamente diversa, ma certi calici, evidentemente, devono essere bevuti fino in fondo. L’ottusità dei liberal al governo dell’Europa Unita impedisce di trovare alternative ad una situazione che per il paese ellenico è oggettivamente insostenibile dal punto di vista sociale e politico. D’altra parte se il paese ha dato fiducia a Syriza su un programma di rilancio dell’economia e di allentamento della austerity era chiaro che difficilmente si sarebbe potuto proseguire sulla stessa strada di prima. Chiaro a tutti tranne che agli gnomi della ex Troika che con disastrosa coerenza stanno portando la Grecia verso l’uscita dall’euro  con tutte le conseguenze che questo comporta. Restarci sarebbe a questo punto persino peggio, quindi meglio mettesi l’elmetto e provare altre strade. Una di queste strade è l’emissione immediata di una moneta alternativa che potrebbe fungere da moneta interna e favorire una ripresa dei consumi ed il rilancio dell’economia e che potrebbe procrastinare l’uscita dall’euro o quanto meno ritardarne la decisione. Perché una cosa è uscire dall’euro senza il becco di un quattrino in cassa, altra è uscirne con una struttura finanziaria alternativa che quanto meno comincia già a funzionare. La proposta di Ccf per la Grecia, ma anche per l’Italia, è una proposta sensata. Essa in qualche modo ricalca la proposta avanzata a suo tempo dal Centro Studi della Deutsche Bank che ipotizzava l’emissione di obbligazioni denominate in G-euro da utilizzare come moneta per il mercato locale. Per la banca tedesca queste obbligazioni avrebbero immediatamente scontato il differenziale allora esistente tra l’economia greca e quella europea perdendo presumibilmente il 40% del loro valore nominale nel cambio, ma quanto meno avrebbero contribuito a risollevare il paese, dare fiato ai consumi, eliminare le più intollerabili conseguenze dell’austerity e consentire alla banca centrale greca di accumulare con più facilità euro per fare fronte ai suoi debiti. La proposta risale alla metà del 2012 e due anni fa ne ho parlato in un mio articolo sul “Gioco dell’Oca” al quale vincono sempre i Tedeschi. In quell’articolo scrivevo che la proposta dei G-euro non è molto diversa, da un punto di vista tecnico, all’idea dei Titan che propugno da oltre tredici anni. Tuttavia, la differenza tra i Titan e i G-euro proposti dal Deutsche Bank è essenziale. I primi, infatti sono a tasso negativo e non generano né debito né interessi, mentre i G-euro generano comunque debito, interessi e alla fine inflazione nel sistema. L’inflazione deriverebbe dal fatto che il G-euro può oscillare rispetto all’euro, ed è presumibile che la gente cercherà di liberarsene al più presto per non perdere potere di acquisto rispetto alla valuta europea. Il Titan, invece, è ancorato all’euro, anche se non è formalmente convertibile (ma poi un mercato di conversione si creerà comunque), perché esso appare come sconto su prezzi dei beni che sono comunque denominati in euro. I Titan, mano a mano sostituiranno gli euro perché questi saranno tesaurizzati da chi può averne in eccedenza, mentre i G-euro rischierebbero di scomparire alla prima vera fiammata inflazionistica. E i Ccf? Per questi il rischio dell’inflazione non esiste, essi sono saldamente ancorati all’euro in quanto moneta che verrà certamente accettata dallo stato in pagamento delle tasse trascorso il periodo di congelamento (due anni, per i promotori).  In fondo è un sistema molto intelligente di immettere moneta in un sistema per cercare di rilanciare l’economia. Per i promotori si tratterebbe di emettere almeno 150 miliardi l’anno di Ccf, pari all’incirca al 10% della spesa pubblica, il che comporterebbe che ci sarebbero sempre 300 miliardi di Ccf in circolazione. Tuttavia le obiezioni non sono dissimili a quelle che abbiamo rivolto al G-euro. Infatti, se è vero che il sistema economico avrebbe un po’ di fiato, non si risolve il problema degli interessi e del debito. Oltretutto il rischio è di un incremento della pressione fiscale se il sistema non cresce del 10% o non riduce le proprie spese in pari misura dopo i due anni di congelamento. Dopo questo tempo, infatti, lo stato accetta in pagamento delle tasse i certificati di credito fiscali, ma questo comporta una corrispondente riduzione delle entrate in euro che, per i promotori dell’iniziativa, dovrebbe essere compensata da un incremento delle entrate per via della ripresa economica. Ma se questa avvenisse in misura ridotta rispetto alle previsioni la conseguenza sarebbe necessariamente che lo stato dovrebbe aumentare le tasse per coprire il buco di bilancio (cosa che peraltro fa ogni anno da tempo immemore. Solo che ora il barile è stato raschiato fino in fondo). Infine i Ccf non sarebbero distribuiti uniformemente tra la popolazione ma in proporzione al salario o, per le imprese, ai costi sostenuti per contributi e tasse. [Su questo punto Stefano Sylos Labini mi ha scritto una precisazione  che riporto nel commento all’articolo e che invito a leggere]. Quindi, essi aumenterebbero il potere di acquisto di chi ha già il salario, con il particolare non trascurabile che chi ha un salario maggiore riceverebbe più Ccf, mentre chi non ce l’ha resterebbe escluso dal sistema. Forse le imprese assumeranno più persone, ma il problema del lavoro non è dovuto alla crisi soltanto, e alla fine nemmeno tanto alle voglie di potere dei neocons, ma è essenzialmente un problema strutturale.  Il lavoro dipendente è sempre meno necessario in una società che possiede la tecnologia per automatizzare buona parte dei lavori “tradizionali”, mentre è necessario che la gente impari a crearsi il proprio lavoro coltivando i propri talenti e aggiornando le proprie capacità. Per i precari, insomma, la vita sarebbe sempre più dura, e i Ccf avrebbero effetti minimi sulla loro esistenza, così come per i disoccupati e le famiglie al di sotto ed al limite della soglia di povertà. Infine, un problema potrebbe essere rappresentato da mercati che, spinti dai neocons che certamente non mancano di mezzi di persuasione in tal senso, per far saltare il progetto o comunque per spremere di più il paese, potrebbero scommettere che il paese non ce la farà a coprire con la crescita lo sconto sulle tasse rappresentato dai Ccf e richiedere interessi maggiori per il rinnovo dei titoli in scadenza. Se fossi un investitore, indipendentemente dai neocons e dalle loro manovre di dominio, ragionerei proprio così. Il rischio di un default aumenterebbe con l’emissione di Ccf e quindi chiederei un tasso maggiore per comprare i titoli. Tuttavia a questi problemi si potrebbe porre rimedio in qualche misura, ma non si risolverebbe mai il problema di fondo, ovvero come uscire dall’economia del debito e tanto meno si affronterebbe il problema dei problemi, ovvero la progressiva scomparsa del lavoro dipendente retribuito in misura decente.  Il che comporta affrontare il tema di una equa distribuzione della ricchezza nella società post industriale. Se ne parlava negli anni novanta, e poi all’inizio del nuovo secolo, ma poi la crisi del 2007 ha coperto con una fitta nebbia questi problemi. Tuttavia, essi stanno all’origine della questione. Ridurre la spesa pubblica e razionalizzarla è certamente possibile e auspicabile, ma della gente che ci facciamo? C’è un’alternativa seria a mandarla a morire nell’ennesima guerra distruttrice di ricchezza e di persone? La Faz è l’unico progetto che affronta questo problema che è alla radice di tutti gli altri. Il reddito di cittadinanza universale legato al capitale sociale ed alla crescita (o alla riduzione) della ricchezza nazionale è l’unica risposta sensata. E l’unico strumento per realizzarlo, senza dover morire di tasse, è una moneta a tasso negativo. Si tratta di fare, alla fine, una rivoluzione epocale, ma la cosa interessante è che è possibile farla cambiando poco o nulla all’apparenza. Basta iniziare, anche in pochi anche con mezzi scarsissimi o quasi nulli rispetto alle dimensioni del sistema. Una Faz è autopoietica, si alimenta da sola una volta innescata, poiché il sistema che genera è oggettivamente molto conveniente, anche e soprattutto da un punto di vista individuale, per chiunque vi partecipi. In Italia hanno chiuso decine di migliaia di imprese negli ultimi anni. Quelle che sono rimaste fanno una fatica improba per stare in piedi e andare avanti. Si tratta di convincerle a partecipare. In fondo non ci possono rimettere, e una qualunque campagna pubblicitaria anche fatta di banali volantini gli costerebbe molto di più delle eventuali perdite che potrebbero derivare dalla partecipazione al progetto Faz. Da qualche mese molti negozianti ed imprese hanno capito che da qui si deve uscire a tutti i costi, e alcuni si sono persino messi a giocherellare con gli scec o altre monetine da baratto o da giochi di società pur di tentare qualcosa. È il momento di promuovere il progetto Faz, l’unico che abbia una teoria ed un progetto completo e chiaro nei punti fondamentali. Tra questi, i criteri di emissione della moneta, che è un punto evidentemente di grande importanza. A meno che non vogliamo trasformare un gioco di società in un trampolino per far diventare re qualche pagliaccio, il che in Italia, visti i precedenti, sarebbe anche possibile. Ma speriamo di no. Su questo sito potete contribuire al progetto e iscrivervi alla Faz. Quando saranno raggiunti gli obiettivi minimi si partirà. Basta poco, e quel poco distribuito fra molti. È arrivato il momento, forza.

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Un pensiero su “Potere, monete, crisi, le alternative all’euro, i Ccf, i G-euro e la Faz

  1. Domenico De Simone ha detto:

    Riporto un messaggio inviatomi da Stefano Sylos Labini su un errore di visuale che ho commesso nel redigere l’articolo parlando dei CCF. Questo è il messaggio: “Caro Domenico ho letto il tuo bell’articolo dove citi anche i CCF, però, c’è un’imprecisione: tu scrivi che i Ccf non sarebbero distribuiti uniformemente tra la popolazione ma in proporzione al salario o, per le imprese, ai costi sostenuti per contributi e tasse. Quindi, essi aumenterebbero il potere di acquisto di chi ha già il salario, con il particolare non trascurabile che chi ha un salario maggiore riceverebbe più Ccf, mentre chi non ce l’ha resterebbe escluso dal sistema. Noi invece sosteniamo di assegnare i CCF ai lavoratori – occupati, disoccupati, pensionati – in funzione inversa del loro livello di reddito, così da stimolare la spesa per il consumo. Nessuno deve essere escluso ed anzi, nella prima fase,assegnando i CCF a chi non paga le tasse e non assegnandoli a chi le paga, pensiamo di mettere in moto un meccanismo che spinge chi non paga le tasse a disfarsi dei CCF e chi le paga ad accettarli senza che ci sia la necessità di convertirli in euro.”
    Ne prendo atto volentieri e ringrazio Stefano per la sua precisazione. Mi era sfuggito che i CCF venissero distribuiti, secondo il progetto, anche per integrare il reddito. Resta, tuttavia, l’obiezione di fondo che rivolgo a tutte le forme di integrazione salariale e di assistenza, ovvero che questo meccanismo di distribuzione richiede un apparato burocratico che in Italia è pervaso da corruzione e inefficienza e che acquisterebbe un potere rilevante. Oltretutto in una società in cui l’evasione fiscale è molto elevata, il rischio di andare a premiare i furbi e penalizzare la gente perbene è elevato. Per questa ragione ritengo che l’unica soluzione sia quella di un drastico taglio alla burocrazia ed alla introduzione del RdC universale che, in quanto diritto, non necessita di alcuna burocrazia ed elimina alla radice privilegi e poteri. Resta il fatto che comunque, la proposta del CCF è l’unica cosa seria che sia stata proposta finora per introdurre liquidità nel sistema e fargli invertire la tenenza alla deflazione sui salari, senza gravare di ulteriore debito l’economia. Ma vallo a far capire agli ottusi al governo della nazione e dell’Europa…

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