È una questione di cultura

fazIl relativismo culturale è una buona abitudine delle società occidentali. Nessuno ci autorizza a considerare la nostra cultura superiore alle altre, così come non autorizza nessun altro a considerare la propria cultura superiore alla nostra. Il principale effetto del relativismo culturale, che probabilmente è anche la causa che ne ha generato la nascita e l’evoluzione, è la tolleranza. È stata una strada lunga, dolorosa e costellata di errori e di ripensamenti quella che ha portato le società occidentali sulla via della tolleranza e del rifiuto di ogni forma di razzismo e di integralismo culturale, a partire da quello religioso, ma insomma, sembra che siamo avviati su una buona strada. L’ultimo tentativo storico di integralismo culturale di massa in occidente è stato il nazismo e gli orrori che ha comportato questa ideologia hanno spinto decisamente verso la nascita e lo sviluppo del relativismo culturale. Greenwood, nel 1977 definisce il relativismo culturale come  “la comprensione di un’altra cultura alle sue condizioni in modo abbastanza simpatetico da farla apparire come progetto di vita coerente e significativo”. Fino all’inizio del novecento, le culture prive di letteratura erano considerate ad un livello inferiore nella scala dell’evoluzione, poi si cominciato a pensare che ogni cultura avesse un carattere universale e che dovesse essere rispettata e compresa per questo. Dal relativismo culturale discende come ovvia conseguenza il relativismo morale. Ciò che è eticamente giusto in una cultura può essere considerato ripugnante in un’altra cultura e viceversa. D’altra parte, all’interno di una stessa cultura, ciò che era intollerabile in un’epoca diventa non solo tollerabile ma addirittura auspicabile in un’epoca successiva o viceversa. Se pensiamo all’evoluzione del concetto giuridico di “delitto d’onore” che nella nostra cultura era considerato ragionevole ed inevitabile fino a pochi decenni fa e che ora è considerato ripugnante, riusciamo a comprendere come la nostra, come tutte le culture sono pervase di relativismo etico. Nonostante molte difficoltà e ripensamenti, le culture occidentali sono sostanzialmente culture tolleranti e spesso vengono condotte battaglie di civiltà per superare le resistenze che si manifestano da parte delle aree intolleranti di popolazione. Soprattutto sulla sessualità e sulla libertà di pensiero queste battaglie sono importanti e fanno capire a che punto siamo del percorso sulla strada della tolleranza. Tuttavia, il relativismo culturale non implica l’accettazione supina di qualsiasi pratica sociale soprattutto se questa cozza con la nostra visione dei diritti e delle prerogative della persona. In fondo, il relativismo culturale ha l’obiettivo di favorire lo sviluppo e la crescita delle personalità e della coscienza educando la gente alla tolleranza nei confronti del “diverso”, qualunque sia il modo di manifestarsi di questa diversità. Il problema si pone nei confronti di quelle culture che sono intolleranti ed integraliste per definizione e che non applicano altrettanta tolleranza nei confronti di manifestazioni di vita e di pensiero diverse dalle loro. La tolleranza deve essere reciproca e questo è un problema serio. Diciamo che è un problema culturale che ci troveremo ad affrontare sempre più spesso, ora che la nostra società è percorsa da culture e da abitudini affatto diverse dalle nostre. Ci sono alcuni principi ai quali non possiamo rinunciare per amore del relativismo culturale. Poiché corriamo il rischio, in tal caso, che il relativismo culturale si trasformi in una nuova sorta di integralismo, ancora più subdolo e pervasivo di quello che ha dominato la nostra cultura per secoli. La cosa importante, credo, sia quella di non fondarsi sul giudizio né di pensare di essere portatori di verità. Tuttavia, certi principi, che sono quelli che hanno portato proprio alla genesi del relativismo, sono irrinunciabili e per essi si dovrà combattere una dura battaglia. Si tratta di una questione culturale, appunto. Il principio di responsabilità personale è stato acquisito nel nostro ordinamento da molto tempo. Il nostro ordinamento non tiene affatto in conto l’etnia di provenienza nell’identificare le responsabilità nella commissione di certi delitti, ma la fa ricadere su coloro che hanno commesso quegli atti. Per alcune culture, invece, non è così. Il delitto commesso dal bianco, dal nero, dell’ebreo o dallo zingaro è addebitabile a tutti coloro che fanno parte di quella etnia. Il discorso ci riguarda per quanto concerne le cattive abitudini di certi Rom che stanno suscitando in Italia reazioni di tipo razzista che si fa fatica a contenere ed eliminare. D’altra parte è noto che nella cultura Rom il furto ai ricchi e comunque a persone diverse da quelle della loro etnia è considerato eticamente accettabile, poiché è un modo storico di far sopravvivere la comunità. Mi rendo conto che su questo punto l’ipocrisia, che in Italia ha radici pervicaci e difficilmente sradicabili, fa sentire la sua voce. Tuttavia il problema c’è e trascurarlo rischia di generare davvero forme di intolleranza e di razzismo che con un poco di ragionevolezza si potrebbero evitare. Oltre ad essere un’antica e pessima abitudine, quella di identificare il reo di un delitto con tutta la sua comunità è un’operazione semplice, mentre la comprensione dell’altro richiede un notevole sforzo culturale ed etico. In un periodo come questo di grave crisi economica, peraltro, mancano i mezzi per fare qualcosa di concreto e di positivo. Non si capisce per quale ragione, ad esempio, i Rom debbano stare nei campi nomadi invece di vivere in delle case. Qui la tolleranza sfiora l’autolesionismo, A parte i Rom, la questione riguarda anche quelle etnie che portano con sé abitudini e comportamenti che cozzano visibilmente con quelli che noi consideriamo diritti acquisiti. Ad esempio il trattamento che alcune di queste culture riservano alle donne, che è del tutto contrario ai principi di uguaglianza e di rispetto per i quali abbiamo combattuto battaglie memorabili nel secolo scorso. So bene qual è l’origine della pratica che costringe (a volte con il loro consenso) le donne di certe culture a girare con il burka se vogliono uscire o a condurre una vita priva di ogni diritto e di dignità personale. Questo è però intollerabile per il nostro modo di sentire. Significa negare tutte quelle lotte e i principi che le hanno ispirate. A differenza di molti paesi europei, nei quali gli immigrati vengono spinti all’integrazione con un processo educativo continuo al rispetto dei diritti e della personalità, in Italia la tradizione “buonista” di ispirazione cattolica, unita alla disorganizzazione ed alla corruzione delle strutture locali e nazionali che si occupano di accoglienza, impedisce di fatto, ogni strategia di integrazione ragionevole. Il rischio di tentazioni razziste e autoritarie che deriva da questa incapacità di trasmettere i principi di educazione civica elementari è elevatissimo. Peraltro, anche nei paesi del nord Europa, dove l’accoglienza è gestita seriamente, si verificano sempre più frequentemente episodi di intolleranza sui quali quelle società sono chiamate a riflettere come noi. Credo che la causa principale di queste intolleranze sia riconducibile non già a fattori culturali, bensì alla questione di fondo che attanaglia e culture occidentali. Il problema è che il capitalismo interpreta la pluralità culturale non già come uno strumento di tolleranza e di democrazia, ma come uno strumento di potere. Una società in cui l’organizzazione e la coesione sociale sono frantumate è più facilmente controllabile di una società caratterizzata da una forte coesione sociale e da solidarietà tra le persone. Questa ignavia di fondo delle culture occidentali si traduce in esclusione sociale, in arretratezza culturale e nella ricerca di una ideologia semplice da capire e facile da praticare mediante la quale difendere la propria identità negata. In altri termini, le società occidentali sono pervase dall’ipocrisia di chi sa benissimo che gli esclusi non avranno mai la possibilità concreta di accedere a livelli di vita ragionevolmente umani e tuttavia gli promette il paradiso in terra mostrando un mondo dorato che esiste solo nei media e nelle fantasie. Il capitalismo è il mondo dell’inganno universale, e la coscienza di questo comporta una profonda rivolta interiore che si traduce, per certe culture, in  rivolta aperta. I moti di ribellione nelle periferie parigine abitate quasi esclusivamente da pieds noir, sono emblematici del rifiuto dell’annientamento che il capitalismo comporta e della ricerca di una via che renda comunque la vita significativa. La facilità con cui l’estremismo religioso trova consenso dipende presumibilmente da questa irragionevolezza del capitale che, nonostante i proclami e le dichiarazioni di principio, non ha in realtà alcun rispetto verso la vita e la personalità. Il razzismo è quindi, una trappola infernale, dalla quale possiamo fuggire solo praticando seriamente l’educazione al rispetto dei diritti, non solo verso gli immigrati ma soprattutto verso noi stessi. In una società capitalistica i diritti delle persone contano solo se sono monetizzabili, poiché il denaro è l’unico valore sul quale tutti gli altri sono misurati. La cultura stessa  un valore nella misura in cui è uno strumento che genera denaro, altrimenti non serve anzi è pericolosa per il sistema se genera coscienza e ribellione. E se fino al secolo scorso gli intellettuali pericolosi venivano uccisi o imprigionati, ora non serve più. Basta negargli l’accesso agli strumenti di diffusione, che sono monopolizzati dalla cultura dominante che è appunto, la non cultura del denaro e della sua riproduzione. Il razzismo e la violenza sono perfettamente funzionali a questa ideologia del denaro, perché generano conflitti sociali e politici ed impediscono la coesione sociale e lo sviluppo di un vero spirito di tolleranza e la crescita della coscienza individuale. Il capitalismo ha svuotato di ogni contenuto i diritti espressi dalle carte costituzionali delle democrazie occidentali, ed ha reso privo di significato lo stesso concetto di democrazia e reso l’idea di libertà che ha animato i rivoluzionari della fine del settecento, un mero orpello. E se tutto questo porta verso una guerra che a molti appare adesso inevitabile, tanto meglio. Si venderanno molte armi ed il problema del controllo sociale sarà risolto per molto tempo. La guerra semplifica le questioni riducendole ad una dicotomia semplice da capire nella sua stupidità. O sei un amico o un nemico. Punto. Questi problemi si possono e debbono affrontare solo mediante un progetto di superamento del capitalismo e della finanza, che è oggi lo strumento attraverso il quale si esprime la volontà di potenza dei dominatori del mondo. Un progetto che comporti la ricostituzione di un tessuto sociale partendo dalla costruzione di un tessuto economico che tenga conto dei diritti e metta in primo piano la difesa della libertà, della vita e della personalità umana, Un progetto nel quale sia conveniente per tutti partecipare, senza chiedere sacrifici a nessuno poiché l’epoca dei sacrifici è terminata da tempo mentre è arrivato il momento di reclamare il proprio diritto all’esistenza. Se vogliamo uscirne, dobbiamo partire ora, subito. Non c’è un attimo di tempo da perdere, prima che la voce dei cannoni cominci a sovrastare tutte le altre voci.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...