Sul Reddito di Cittadinanza, un nuovo patto sociale e la Faz

cropped-cropped-cropped-faz1551.pngC’è una grande confusione sotto il cielo a proposito del Reddito di Cittadinanza. Secondo Confucio sarebbe un indice molto positivo, poiché più confusione c’è e più si parla dell’argomento e questo entra nella coscienza della gente. Bisogna essere molto ottimisti, e continuare a fare chiarezza. L’argomento è decisivo, soprattutto in un momento come questo nel quale in tutto il mondo i rumori della guerra sovrastano le voci della ragione.  È comprensibile, il sistema economico non riesce a risolvere nessun problema e nelle società emergono tensioni sempre più forti verso la rottura del patto sociale. La guerra è la risposta tradizionale alle tensioni, brucia le energie, genera nuovi guadagni, toglie di mezzo coloro che vogliono cambiare il sistema, semplifica la lotta sociale. Tuttavia dobbiamo provare ad immaginare e realizzare un mondo diverso, soprattutto ora che queste idee, anche nella confusione generale, hanno cominciato a camminare nelle coscienze con grande velocità.

Dobbiamo realizzare l’alternativa, non esiste altra possibilità per evitare la guerra e l’olocausto di milioni di persone per l’interesse di pochi. Come scriveva Keynes, il capitalismo è la stupefacente credenza secondo la quale i peggiori uomini farebbero le peggiori cose per l’interesse di tutti. È arrivato il momento di sfatare questa assurda credenza e costruire l’alternativa. La principale confusione sul Reddito di Cittadinanza riguarda la sua natura. Le forme di previdenza sociale sono nate alla fine dell’ottocento come strumenti di solidarietà tra gli operai occupati e quelli che perdevano il lavoro e non avevano di che vivere. Le Mutue di Soccorso avevano questo obiettivo. Poi, gli Stati presero la gestione di questa idea finanziandola essenzialmente con il prelievo fiscale obbligatorio, mentre le Mutue erano alimentate da contributi volontari. Si teorizzò dei diritti dei lavoratori e dei disoccupati, e di redistribuzione della ricchezza per garantire il diritto sancito dalla Costituzione ad una vita libera e dignitosa, anche senza un lavoro. Tuttavia, quello era un mondo nel quale il lavoro era alla base di ogni diritto, nessuno poteva immaginare una società senza lavoro e la tutela di diritti che non facessero capo al lavoro. Dal secondo dopoguerra in poi, in molti paesi europei si sono sviluppate forme di assistenza per chi restava senza lavoro sul presupposto che questo fosse uno stato temporaneo e che la società opulenta creata dal capitalismo potesse creare lavoro per tutti. Nessuno ricordava che Keynes ha dimostrato chiaramente che il sistema capitalistico trova perfettamente il suo equilibrio indipendentemente a qualsiasi livello sia il tasso di disoccupazione, che è una variabile inessenziale nel sistema. Queste forme di tutela dei diritti, mi riferisco soprattutto al reddito minimo di inserimento in Francia, come in Germania o in Svezia, erano in realtà forme di assistenzialismo verso la disoccupazione cronica che negli anni settanta cominciava a manifestarsi un po’ in tutta Europa. Il diritto ad una vita dignitosa perdeva sempre più consistenza e prevaleva l’obbligo a trovare un lavoro, dal quale scaturiva il diritto all’emolumento solo se era impossibile soddisfare questo obbligo.  Non si trattava, quindi, di un diritto della persona, ma solo del lavoratore che si trovava, senza sua colpa, nella impossibilità di esercitare un lavoro per le condizioni del mercato e della produzione. D’altra parte, in una società che si fonda sul lavoro, i diritti non sono delle persone, ma di coloro che hanno in qualche modo attinenza con il lavoro. Il Reddito di Cittadinanza di cui parla il M5S in questo periodo è l’introduzione in Italia di questo principio, che tuttavia non ha nulla a che vedere con il RdC vero e proprio ma che consiste in una forma di assistenzialismo certamente giusta, ma assolutamente inadeguata per cambiare le cose, ed oltretutto difficilmente realizzabile nel contesto economico e finanziario che stiamo vivendo. Inoltre, è difficile immaginare che il nostro sistema pubblico, affetto da burocratismo elefantiaco, inefficienza, corruzione, ignoranza delle leggi e totale indifferenza verso i diritti, sia in grado di gestire in modo efficiente e intelligente la distribuzione delle risorse che fossero indirizzate a questa forma di assistenza.  Insomma, non stiamo né in Francia né in Svezia, e pensare di riformare la burocrazia italiana per renderla efficiente su questo argomento è una pia illusione. Mi si dirà che se questo è vero, è ancora più illusorio pensare di introdurre un Reddito di Cittadinanza come diritto per tutti. E invece non è affatto così, poiché il Reddito di Cittadinanza riconosciuto a tutti i cittadini, indipendentemente dallo stato lavorativo, dall’età, dal sesso e dal reddito da lavoro, salta a piè pari tutto l’apparato burocratico e non ha bisogno di alcuna forma di controllo e di gestione. Se il problema è la gestione burocratica, l’introduzione del Reddito di Cittadinanza come diritto universale lo elimina del tutto con un grande risparmio di costi e quindi anche di oneri fiscali relativi. Già nel 1996 il Nomisma dimostrò che era possibile finanziare una forma di RdC praticamente universale (per tutti i cittadini con un reddito inferiore a 250.000.000 di lire di allora), semplicemente razionalizzando i costi della previdenza e dell’assistenza. Ma a prescindere dalla razionalizzazione delle risorse esistenti, di cui ci sarebbe un grande bisogno ma che è difficile immaginare in un sistema così intrecciato di interessi e di poteri, il punto decisivo è un altro. Il Reddito di Cittadinanza è un diritto universale della persona, indipendente e del tutto slegato dal lavoro e dallo stato economico e giuridico della persona. Questa è un’affermazione di principio di livello Costituzionale: la norma che fonda il patto sociale sul lavoro, deve essere sostituita da una norma che fonda il patto sociale sull’esistenza della persona. Solo con questa ottica si può parlare di Reddito di Cittadinanza, altrimenti si tratterà di forme più o meno praticabili e ragionevoli di assistenza sociale che tuttavia, non hanno alcun contenuto di liberazione.  Il punto è proprio questo, da una parte la liberazione dal bisogno e l’affermazione che fare parte di una comunità implica che questa debba garantire a tutti i suoi membri una esistenza libera e dignitosa, dall’altra la soggezione al bisogno, temperata da forme di assistenza che implicano controlli continui, potere sulla vita da parte dei controllori, e sostanziale negazione della dignità della persona. La differenza è ontologica, fondare il patto sociale sul diritto all’esistenza significa mettere al primo posto il diritto alla vita ed all’esistenza di ogni cittadino. Fondarlo, invece, sul lavoro, significa perpetuare la logica dello schiavismo e della soggezione al potere che si tracina con alterne vicende dai tempi di Diocleziano. Il Cristianesimo ha abolito la schiavitù, ma era difficile pensare un sistema produttivo che potesse fare a meno degli schiavi, ovvero di qualcuno che fosse obbligato a lavorare e produrre per chi aveva il diritto di non farlo. Per realizzare il Reddito di Cittadinanza come diritto universale occorre ripensare il sistema economico e finanziario dalle fondamenta.  Nei miei libri parlo di totale smaterializzazione della ricchezza e di illimitatezza delle risorse che, nella formulazione della ricchezza che ho desunto da Tipler e da Hayek, derivano dall’intelligenza applicata alle cose e non dalle cose in sé. In altri termini, la proliferazione della vita determina direttamente la proliferazione della ricchezza e questo non solo consente, ma necessita una distribuzione ampia ed egualitaria. Dal punto di vista della produzione, è del tutto evidente che la nostra società produce più di quanto l’umanità ha bisogno per vivere dignitosamente. La produzione alimentare è soggetta a limitazioni crescenti per ragioni finanziarie, non di scarsità di prodotto, il che è un vero assurdo. Lo stesso si può dire per la costruzione di abitazioni, e la produzione di servizi oggi essenziali per condurre una vita dignitosa, dall’energia elettrica al vestiario, dalle comunicazioni, all’intrattenimento, dall’informazione alla cultura. Il Reddito di Cittadinanza universale rende liberi e la libertà comporta la creatività. La ricchezza di una nazione dipende direttamente dalla capacità creativa dei suoi membri. È questa l’idea di fondo della rivoluzione del Reddito di Cittadinanza. Se è vera la tesi per cui la creatività è creazione di ricchezza, un mondo di individui liberi è enormemente più produttivo di uno di schiavi. Si tratta quindi, di dimostrarlo mettendolo in pratica. Ho elaborato l’idea della Faz con l’intento di costruire un ambito in cui la creatività possa svilupparsi rapidamente e senza ostacoli anche in un ambiente ostile come è quello costituito dalla società attuale. Si tratta di rifondare il patto sociale partendo dalla base e costruendo una società senza vincoli e senza potere.  Una società che si fondi sull’idea che le risorse sono abbondanti sempre e che crescono con il crescere della vita. Una società che si basi sulla ricerca, sulla cultura e sull’innovazione, in cui prevalgano i migliori, non i peggiori come nel capitalismo. Non c’è bisogno di “uscire” da questa società né di trovare un diverso ambito territoriale e neppure di violenza e di aggressività verso gli altri.  Bisogna solo farla partire e tutto sommato credo che lo si possa fare anche in poche persone aggregando una comunità non necessariamente stanziale i un ambito territoriale specifico. Insomma, si può partire da una comunità virtuale e poi arrivare al mondo reale. I principi della Faz dovrebbero funzionare anche se all’inizio le relazioni economiche sono rare ed eventuali e non è possibile chiudere le filiere economiche. Il RdC dell’inizio sarà molto basso, quasi irrisorio, ma conta il principio e mano a mano che la società cresce, crescerà anche il RdC. La cosa essenziale è rispettare i principi per la creazione della moneta e per la sua distribuzione. Leggo molto entusiasmo per esperimenti monetari che questo stato di crisi sta facendo sorgere qua e là, ma il problema è che senza una teoria della moneta e senza il tasso negativo, questo esperimenti sono destinati inevitabilmente al fallimento. A volte ho l’impressione di trovarmi di fronte a bambini che si accendono di entusiasmo per il giocattolo nuovo, ed è così per le monetine nuove che vengono stampate qua e là. Se qualcuno mi spiega la differenza che passa tra una di queste monete e una tradizionale gliene sarò grato. Senza il tasso negativo e senza un legame preciso tra l’emissione monetaria e gli investimenti, non solo non si costruisce niente di nuovo ma si fanno solo danni. Perché la gente pensa che si tratti di un’alternativa ma quando poi si rende conto che così non è l’esperimento è destinato a cadere velocemente. Ho deciso di ripristinare il sito del CESPEA, Centro Studi Per l’Economia dell’Abbondanza, con il quale voglio far partire l’esperimento e studiarne l’andamento e gli effetti. Occorrono fondi per questo e non ne ho, ma si possono trovare con il fundraising e con le donazioni di fondazioni e di privati. E poi, quando parte l’esperimento, la scommessa è che l’ambiente FAZ sia di gran lunga più produttivo di ricchezza di un ambiente capitalistico e che possa attirare in misura esponenziale nuove energie e nuova ricchezza. Quindi saremo in grado di finanziarci da soli. Abbiamo provato molte volte a partire, ma forse non era il momento giusto. Adesso, tra i proclami di ripresa del governo che cadono a vuoto, con il quadro politico in rapida evoluzione per via della crisi e con iniziative come Podemos e Syriza che mettono finalmente al primo posto la contestazione di questo sistema finanziario e la ricerca di un’alternativa, il progetto Faz può davvero rappresentare l’alternativa praticabile da subito. Prima di essere travolti dalla guerra o dalla demagogia. Ora, subito.

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3 pensieri su “Sul Reddito di Cittadinanza, un nuovo patto sociale e la Faz

  1. Luca Ceccarelli ha detto:

    L’intervento mi sembra oltremodo opportuno, per troppo tempo mi sembra che si sia andati avanti sul filo dell’incomprensione. Molti non capiscono, e a molti di più conviene non capire, altrimenti i grillini non ti avrebbero invitato così spesso alle loro iniziative. Il reddito di cittadinanza è una proposta che non ha niente a che fare con un reddito minimo garantito che si limita a essere un supporto temporaneo per chi non percepisce alcun reddito.
    Si tratta di far emergere il diritto al reddito come un diritto fondamentale del cittadino, e di farlo emergere nella prassi, perché le leggi del parlamento e le sentenze dei tribunali italiani ed europei da sole non hanno mai cambiato la qualità della vita dei cittadini. Per ora immaginare un successo di questa idea mi sembra difficile, ma già riportare il dibattito sul giusto binario è un punto irrinunciabile.

  2. ermanno ricci ha detto:

    Mi fa piacere risentirti e sul concetto di base del RDC universale mi trova assolutamente d’accordo solo il diritto alla vita della persona e alla sua dignità e solo questo e non sussidiarietà. I questi due anni come all’inizio della FAZ mi sono impegnato sul mio territorio, consultando imprese consorzi e arrivando ai sindaci di diversi comuni proponendo oltre la faz una moneta comunale, ma tutto questo invano
    sono le stesse persone che non vogliono o non possono uscire dal sistema moneta debito perché ricattati, trovo quindi inutile insistere dal basso anche se trovo tutto molto più serio del presente. Permettimi di esprimere la mia attuale convinzione; senza togliere la creazione di moneta dal nulla delegata alle banche e senza la propria sovranità monetaria ,fiscale e giuridica non cambierà assolutamente niente nonostante la tua enorme cultura .
    Ermanno

    • Domenico De Simone ha detto:

      Caro Ermanno, certamente in Italia è difficile fare alcunché. Il livello culturale e morale delle persone è basso, la corruzione è enorme il che significa che la maggior parte delle persone pensano ai loro affari e non in termini generali (dimenticando che trarrebbero più vantaggio individualmente da una riforma sociale che dal piccolo affaruccio che possono gestire in proprio), il tessuto sociale è completamente disintegrato, le strutture attraverso le quali si promuoveva il dibattito politico non esistono più, la coscienza dei diritti e la conoscenza dei meccanismi economici è ai minimi di sempre. Tuttavia, sento in giro un grande fermento e la necessità di andare oltre questo sistema si sta facendo sempre più urgente. La gente non lo sa, ma questo è il brodo sociale nel quale i processi innovativi trovano la loro via. La Faz ha un grande vantaggio, non si deve spiegare alla gente come funziona, ma mostrargli che funziona e che risponde alle loro esigenze. L’altro grande vantaggio è che non è necessario cambiare la legge sulla moneta, e quindi non è necessario fare una grande rivoluzione politica per costruirla, basta iniziare con poche persone e aziende e poi crescere con queste. Francamente non capisco come potrebbe essere più semplice prendere il potere, perché di questo si tratta, per instaurare la sovranità monetaria, dichiarare fuori legge gli interessi, cambiare completamente il fisco, rispetto a costruire una faz. So bene che le difficoltà sono tante, anche io le ho sperimentate sulla mia pelle trovando prima porte aperte e poi, quando era chiaro che il progetto NON consentiva la gestione di un potere da parte di chi lo promuoveva, trovarmi senza niente in mano. Ma ora le condizioni della società sono diverse, molte aziende hanno sono su quella strada e conoscono l’esperienza di quelli che le hanno precedute. Molti, non hanno più niente da perdere e del potere se ne infischiano. Se alcune migliaia di aziende hanno aderito al progetto del Sardex, che è una cosa semiseria ma un giocattolo rispetto alla faz, se diverse centinaia di negozi in Liguria stanno usando gli Scec, con cui ci fai poco o nulla, ma almeno è qualcosa, forse è arrivato davvero il momento della faz. Allo stesso tempo voglio promuoverlo all’estero, soprattutto in Grecia, perché lì la situazione è talmente drammatica che a mio avviso, solo il progetto faz può farli uscire dal dramma. Proviamoci, si tratta di costruire le basi, ovvero una piattaforma informatica, un programma di gestione delle obbligazioni e un data base degli aderenti. E se all’inizio il RdC sarà di dieci centesimi non ha importanza, quello che conta è il principio e la possibilità di farlo partire. Sono convinto che le forze ci sono, si tratta solo di aggregarle. Ora è è più semplice di qualche anno fa.

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