Un’Altra Moneta

Domenico De Simone

Un’ Altra Moneta
I Titan, la rivoluzione della finanza

Malatempora

(2003)

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dall’ Introduzione: L’umanità che partecipa al Movimento è la più varia e composita. Operai, impiegati, studenti, contadini, cococò, autonomi, disoccupati, imprenditori di sé stessi e di altri, negozianti, preti, missionari, suore, giornalisti, fotografi, professionisti, attori, eccetera, eccetera. Credo che il movimento riassuma in sé tutto lo spaccato della società civile, con preponderanza di alcune figure professionali, ma con la presenza della maggior parte di quelle che ci possono venire in mente.

Che cosa hanno in comune tutte queste persone? Molte cose, ma con certezza possiamo dire che avversano il modo di vivere cui le costringe la società del profitto. Che, insomma, il profitto come fine dell’esistenza è l’avversario, è ciò che lega l’opposizione contro questo sistema di tutti quelli che a Genova come a Firenze, a Seattle come a New York, a Porto Alegre come a Praga, ci sono andati con i piedi e di tutti quelli che ci sono andati con il cuore.

Un’altra cosa hanno in comune queste persone: che non vogliono un nuovo ordine.

Il movimento comunista lottava per imporre l’ordine comunista su quello capitalista. Potere contro potere, con il relativo corollario di potere giusto contro il potere ingiusto e sofismi aggregati a supporto di tale contrapposizione.

Come la democrazia delle società borghesi, dietro alla quale si nasconde il potere del denaro, o la liberazione delle masse del socialismo reale, che nasconde il potere delle burocrazie della pianificazione.

Il Movimento non ha un ordine da imporre e nemmeno da proporre. Ciascuno pensa al suo ordine, se ne ha voglia e tempo. Certamente tutti vogliono una società pluralista, però universale, nella quale le specificità locali ed etniche siano tutelate e non mortificate, in cui tutti abbiano opportunità adeguate di farsi valere, senza che questo significhi la morte di chi non ce la fa. Una società solidale e ricca di umanità.

Ecco, fermiamoci su questo punto.

Ho usato un termine, “ricco di umanità”, che ci riporta al concetto di ricchezza ed all’economia.

Una società nuova è una società in cui la ricchezza è l’umanità e non il denaro, la solidarietà e non il profitto, il benessere spirituale insieme con quello materiale.

Dico assieme, perché le due cose non sono affatto contraddittorie ed è ipocrita contrapporle, così come è falso dire che il benessere spirituale è possibile solo se si rinuncia a quello materiale. Perché questo ragionamento ha il falso presupposto: che la ricchezza sia possibile solo con il profitto. Questo è il paradigma di una società con risorse scarse, in cui il ricco è colui che ha sottratto molte risorse alla collettività. Oggi questo paradigma è divenuto falso. Ci sono molte risorse, sufficienti per tutti, ed altre sono nascoste e possono e debbono essere sollecitate in maniera appropriata.

Il paradigma della scarsità ha come corollario un sistema di accumulazione che si fonda sul profitto e sull’interesse. Più i capitali sono scarsi maggiore è il tasso di interesse che essi richiedono perché maggiore è il rischio. L’usura della finanza si ammanta di eticità nascondendosi dietro il paravento dell’utilità collettiva di un corretto uso di risorse scarse.

La rapina della natura operata dal capitalismo nasce proprio nella logica del profitto e dell’usura che attribuisce un valore solo a quelle cose che sono scarse e, di conseguenza, tende a far diventare tutto scarso allo scopo di poterlo monetizzare

Esemplare è quello che sta accadendo per l’acqua, che viene sistematicamente inquinata allo scopo di renderla preziosa e quindi assoggettabile al dominio del capitale monetario.

E pensare che viviamo nel pianeta azzurro, così detto proprio perché è ricchissimo di acqua! Noi abbiamo la capacità di usare le risorse senza distruggere il mondo e la natura, anzi rispettandola e valorizzandola al massimo, al contrario di questo sistema nel quale la rapina e la distruzione della natura sono un elemento essenziale per generare il profitto e alimentare l’usura.

In realtà, oggi, disponiamo di risorse materiali in abbondanza, e di risorse immateriali illimitate. Un noto cosmologo e fisico, Frank Tipler, sostiene che le risorse, sono illimitate sul piano fisico, nel senso che sono sempre sufficienti per ciascuna unità vivente nel tempo della sua vita.

Con le nostre tecnologie avremmo la possibilità di rendere del tutto automatici processi di produzione che rendono schiavi gli uomini che ci sono addetti.

Paradossalmente, poiché quel lavoro rappresenta la vita di molte persone, difendiamo un lavoro che è di per sé uno strumento di schiavizzazione, invece di batterci per farlo scomparire. E’ l’equivoco che è contenuto nel diritto al lavoro, che rovescia il senso dell’esistenza. Il lavoro semmai è un dovere, che si risolve in ricchezza se è libero. Il lavoro sotto la costrizione di non poter vivere senza, è una schiavitù e basta.

Dire che la ricchezza è quella che nasce dallo spirito umano esprime un pensiero comune a molti. La cosa paradossale è che questo pensiero non si coniuga, poi, con comportamenti conseguenti. La ricchezza, in questa società, è data solo dal denaro, e il denaro cresce solo sul profitto. Di conseguenza la ricchezza è il profitto.

Nell’accezione corrente in economia, si fa riferimento per definire la ricchezza al concetto di scarsità. Un bene è tanto più prezioso in quanto è scarso, ed è questa la ragione per cui l’oro vale molto di più dell’aria, nonostante questa sia indubbiamente essenziale per vivere mentre l’oro è del tutto superfluo.

Ma se ci pensiamo bene, questa idea è falsa. Se così fosse, della buona musica, o letteratura o filosofia, che sono certamente scarse, avrebbero un grande valore. Al contrario il valore, in quei campi, è dato dal profitto, poiché un libro o un disco non vengono venduti in base al loro valore effettivo, ma in base a quello che riescono a produrre, e quindi al capitale che viene investito per la loro produzione. Non è quindi la scarsità che rende preziose le cose, ma il profitto del capitale.

Tutti noi proviamo un senso di profondo disagio di fronte a questa considerazione, perché ci rendiamo conto che stiamo immersi nella logica del capitale ed esattamente nel punto in cui esso vuole che stiamo. Ed è un disagio che si traduce, poi, in rimozione del problema, e non nella ricerca della sua soluzione.

Anche contestare il capitalismo è funzionale alla sua riproduzione. Se non ci credete, provate a pensare a quanto abbiano fruttato ai mass media le notizie sugli scontri e quanta informazione richieda il movimento, e per loro, l’informazione è ricchezza. Questo non significa che non dobbiamo contestarlo, ma che l’opposizione e la lotta devono assumerne forme e contenuti diversi, poiché quelli usuali sono stati oggettivamente inglobati nella logica della riproduzione del capitale finanziario.

Dobbiamo, allora, riflettere su che cosa possa davvero rompere questo circolo perverso, che si impadronisce delle nostre stesse vite fino a renderle strumenti per la creazione di denaro e di profitto. Abbiamo la possibilità di creare una società fuori dalla logica del profitto, e di farla subito. Ci sono i numeri, le risorse, la fantasia, le capacità. Facciamola.

L’idea è quella di costruire, tra noi, un sistema di relazioni che siano estranee al profitto, pur consentendo a chi le fa, di trarre un utile da queste relazioni. Credo che chiunque svolga una prestazione debba ricavarne un utile, il che non significa che questo utile debba necessariamente essere un profitto. Infatti, la remunerazione di un’attività è cosa diversa dal profitto, che attiene alla valorizzazione del capitale e non delle risorse umane. Dobbiamo, quindi, impedire che avvenga quel corto circuito che identifica capitale monetario con i valori umani, fino al punto in cui questi sono subordinati a quello.

Dobbiamo dichiarare e dimostrare che l’identità di valori umani e valori monetari è falsa ed è in sé uno strumento di potere.

Come dicevo, ci sono risorse umane in quantità. Ci sono anche risorse materiali a sufficienza, e ormai da oltre dieci anni. Insomma, non è necessario che qualcuno muoia di fame affinché altri possano vivere, così come non è necessario che molti facciano un lavoro massacrante e alienante affinché pochi possano pensare.

D’altra parte è lo scambio alla base della logica del profitto. Come ho dimostrato nel mio libro “Dove andrà a finire l’economia dei ricchi”, allo scambio si stanno sovrapponendo logiche di relazioni completamente diverse, nelle quali anche la valutazione dell’apporto di ciascuno è del tutto superflua, così come sono insensati i pagamenti in denaro.

Come dice Serge Latouche, Non si tratta dunque, di bandire i mercati o di escluderli, ma di limitare il mercato lottando contro l’evidenza del suo spirito. E quindi in questo processo di liberazione delle mondialità dall’economicismo, (dis-economicizzazione delle mondialità) che un progetto di economia alternativa plurale e solidale può acquistare senso e consistenza e non essere soltanto un alibi, un’utopia, o, addirittura, un giochetto per ingenui. Non ci si ritroverà più allora di fronte ad un tentativo di bricolage di formule astratte (mercato, ridistribuzione, reciprocità), ma ad una pratica ben contestualizzata di rifondazione.

Dobbiamo quindi realizzare l’utopia di una società che si fonda sulla vera ricchezza, che è quella che nasce dagli uomini.

Si tratta di un’utopia concreta, reale immediata. Senza i sogni, gli uomini sono già morti. Ma vivere nel sogno, dimenticando la realtà, è anche peggio. Se abbiamo un sogno dobbiamo viverlo fino in fondo, renderlo reale, subito. Solo così possiamo sollecitare le forze che sono attorno ed insieme a quel sogno.

Non abbiamo bisogno dell’utopia del futuro, perché come diceva Keynes, a lungo termine saremo tutti già morti. Non vogliamo nemmeno l’utopia del passato, quella dei morti che ritornano in forma di sogno splendente, nascondendo la miseria del loro e del nostro presente. Non dobbiamo negare la miseria del nostro presente, proiettandoci in un mondo fantastico che vive nel passato o nel futuro. L’utopia è oggi, subito.

Dobbiamo essere realisti e fare l’impossibile. Questa frase entusiasmò Marcuse che la lesse su un muro della Sorbona nel ’68, ma al posto di fare c’era scritto chiedere. Noi non dobbiamo chiedere niente a nessuno, dobbiamo fare il nostro mondo, a partire da noi stessi. In noi è racchiuso tutto l’universo, e se è così, perché non realizzare l’utopia?

Nel mondo virtuale abbiamo un’infinità di risorse: siti di informazione, di musica, di letteratura, di teatro, di software, eccetera. La maggior parte di queste risorse sono sottopagate o spesso non sono pagate affatto, e quindi la loro possibilità di crescita è limitata dalla presenza di siti e di aziende che dispongono invece, di ben altri mezzi.

In che cosa consistono questi mezzi? Nel denaro e nelle altre risorse finanziarie di cui le banche ed i grandi gruppi dispongono e che vengono messi a disposizione di chi si muove entro una logica di profitto. Attenzione, non ho scritto di sviluppo, ma di profitto che è profondamente diverso, poiché esso attiene allo sviluppo del capitale, non della società né, tanto meno delle risorse umane.

Noi dobbiamo creare una logica di sviluppo senza profitto, di creazione di ricchezza senza sfruttamento, di valorizzazione della vita e non del denaro. Questo è il punto decisivo.

Facciamo un esempio.

Si parla dell’informazione indipendente, ma per farla ci vogliono risorse finanziarie e certamente, nessuno nel movimento dispone delle somme per fare una televisione indipendente. Neppure troverete mai una banca disposta a dare ad un gruppo legato al movimento le somme necessarie per farlo. E non tanto per ragioni ideologiche, ma semplicemente perché nessuno è in grado di aggregare le risorse necessarie per garantire i profitti che il mondo finanziario esige per iniziative di questo genere.

D’altra parte, se ci si muove fuori di una logica di profitto è insensato garantire dei profitti, così come se ci si muove in una logica non violenta è insensato comprare le armi. E se qualcuno finanzia queste iniziative vuol dire che da qualche parte il profitto lo tira fuori, altrimenti non lo farebbe. Per questa ragione diffido sempre di iniziative apparentemente animate dalle migliori intenzioni che però non escono dalla logica ferrea di questo sistema. Lo stesso discorso vale per la politica. Non sono gli uomini cattivi che rendono il potere cattivo, ma è il potere che fa gli uomini cattivi, e credo che la storia ce ne abbia dato esempi a sufficienza.

Pensate alle T.A.Z., le zone di autonomia dal potere politico di cui Hakim Bey ci ha reso una accurata descrizione nel suo splendido libro. Dobbiamo costruire una T.A.Z. dal potere finanziario, una zona autonoma, ma non temporanea, che consenta a chiunque lo voglia, di uscire dalla logica del capitale e del profitto. La chiameremo FAZ, Financial Autonomous Zone, ovvero Zona di Autonomia Finanziaria.

Nel movimento, come dicevo prima, ci sono risorse umane e materiali più che sufficienti per trasformare in realtà quello che appare un sogno. Cosa possiamo fare per realizzarlo?

Partiamo dalle cose semplici e già note. Ci sono le banche del tempo ed altre organizzazioni no-profit, i cui membri si scambiano prestazioni senza ricavare un profitto. Posso scambiare un’ora di lezioni di musica con un’ora di giardinaggio o un’ora di baby sitting. Le banche del tempo sono molto diffuse nel mondo, un po’ meno in Italia, anzi quasi per niente, e sono certamente un’istituzione lodevole. In Argentina, ad esempio, con strumenti del genere alcuni milioni di persone riescono a sbarcare il lunario, poiché dedicano tutto il proprio tempo a rendere questi servigi ricevendo dagli altri servizi in proporzione.

Il problema, però, è di far uscire la logica del profitto dalla nostra vita. Perché anche se la rifiutiamo, anche se pensiamo di starne fuori, essa è sempre presente ogni volta che dobbiamo fare un gesto banale come quello di andare al bar a prendere un cappuccino, o quello un po’ più impegnativo di andare a comprare una casa o un’automobile. E’ vero che molte banche del tempo emettono una specie di denaro, che altro non è che un’unità di misura delle ore prestate e serve a dimostrare che si è effettuata effettivamente la prestazione indicata nel certificato (altrimenti lo scambio deve necessariamente essere limitato tra quelli che si conoscono e che hanno effettuato reciprocamente le prestazioni). Però anche queste forme monetarie alternative hanno dei limiti. In genere scarseggiano, e quando sono emesse non si conoscono i criteri di emissione né di distribuzione. Ma il limite peggiore è che esse non sono convertibili, e quindi sono destinate comunque ad una circolazione limitata tra quelli che offrono prestazioni e solo per quelle prestazioni. Insomma, non ci si può comperare casa e nemmeno il cappuccino al bar, e soprattutto non ci si possono pagare la luce, il telefono, l’energia e le tasse. Per fare queste cose occorrono i soldi, così come pure per fare una televisione indipendente o un sito di informazione che sia in grado di fare concorrenza ad un network di medie dimensioni.

I soldi li fanno le banche che te li danno solo se ti indebiti, e se ti indebiti caschi necessariamente nella logica del profitto, altrimenti non potrai mai restituire il tuo debito. In realtà non ci riesci lo stesso, ma se paghi gli interessi e cresci con il fatturato, le banche ti creano altro denaro indebitandoti ulteriormente così che il loro profitto possa crescere (non dobbiamo dimenticare che le banche hanno bisogno per fare soldi di qualcuno che si assuma il debito). Le conseguenze sono quelle che vediamo oggi: tutte le aziende sono oberate di debiti e ogni tanto qualcuna che non ce la fa a ripagare il suo debito viene eliminata. Al suo posto sono pronti in mille ad assumersi quei debiti e tentare l’avventura.

L’economia cresce solo con il debito, che è poi il modo del potere finanziario di creare il denaro.

Quello che interessa alle banche non è che il debito sia restituito, poiché esse sanno benissimo che in molti non potranno farlo, ma che si viva nella logica del profitto e della riproduzione del capitale. Alle banche interessa l’anima degli uomini, esse vogliono indurre comportamenti che presuppongano la logica del profitto. Solo così possono perpetuare il loro potere.

Però, cosa ci dimostra l’esistenza delle Banche del Tempo e delle monete alternative? Ci dimostra che è possibile fare a meno del “loro” denaro per vivere. Che è possibile lavorare, creare, muoversi in una logica diversa da quella del potere del denaro e del profitto. La vera ragione per cui queste istituzioni alternative non decollano, è data dal fatto che esse si tengono ai margini, indecise tra l’alternativa vera ed il mondo tradizionale.

Se non si rovescia la logica del Capitale è impossibile farne a meno. Una Banca deve comportarsi con la logica della banca tradizionale, altrimenti è destinata al fallimento, così come un’impresa deve comportarsi secondo i criteri propri dell’impresa, altrimenti è anch’essa destinata a chiudere.

Allora, o rovesciamo la logica del Capitale, oppure Banca Etica, finanza Etica, imprese no-profit, resteranno delle belle aspirazioni prive però di concretezza e di sostanza. E prima o poi dovranno piegarsi alla logica del capitalismo e diventare simili alle altre imprese o banche o finanziarie, come antiche e recenti esperienze ci hanno dimostrato.

Insomma dobbiamo uscire dalla logica del profitto. Ma come?

In questo libro tenteremo una risposta, senza la pretesa che questa sia completa né definitiva, ma solo un’indicazione di una via da percorrere, durante la quale si incontreranno molti ostacoli, molti nemici, molti dubbi, come sempre accade quando si intraprende una strada nuova.

Ma credo che questa strada sia l’unica possibile, e che essa sia in qualche misura necessaria anche per lo stesso capitalismo e per gli uomini e le classi che lo sostengono. Sarà quindi necessario fare molta attenzione a che il progetto di costruire una nuova società non sia stravolto e inquinato dal riemergere di vecchie logiche, poiché ciò che deve essere chiaro, è che la risposta passa per un rovesciamento della logica con cui abbiamo costruito il mondo, e per la ricerca di un nuovo pensiero.

Con il sogno di dare una risposta a questa domanda, milioni di esseri umani, in passato, hanno lottato, si sono sacrificati, hanno sognato, discusso, distrutto e costruito, senza arrivare, in concreto, ad una soluzione definitiva. Ma ci hanno trasmesso un bagaglio enorme di informazioni, di idee, di piani, giusti e sbagliati, che oggi ci consente di formulare un nuovo progetto.

Il loro sacrificio non è stato certo vano, e la loro lotta ci ha insegnato che non dobbiamo mai perdere la speranza di cambiare il mondo e renderlo migliore. E questo per noi significa in concreto eliminare la miseria e la sopraffazione, l’inquinamento dell’aria, della terra e delle coscienze e la crudeltà, la violenza, la brutalità delle guerre.

In altre parole, eliminare il potere, che è la fonte della violenza, della disuguaglianza, della sopraffazione, della guerra.

E non dobbiamo fare una società più povera, ma una più ricca in senso spirituale e materiale, altrimenti avremmo fallito nel nostro compito e tradito i sogni e le aspirazioni di quegli uomini e di tutti coloro che oggi si battono per cambiare il mondo.

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