Relazioni economiche e forme di governo

La mia relazione al convegno sulle Forme della democrazia organizzato dal Movimento Roosevelt  a Roma l’8 e il 9 aprile 2017

Dalla democrazia nell’economia della scarsità, a forme di autogoverno nell’economia dell’abbondanza.

La democrazia è la forma di governo gestita dal “demos”, termine con il quale oggi indichiamo genericamente il “popolo” ma che nell’antica Grecia aveva una sua specificità ben più articolata e concreta. Questa specificità era l’organizzazione territoriale concreta in cui era divisa la cittadinanza e che era articolata in una pluralità di “demi” che nell’Attica di Clistene raggiunsero il numero di 139 poi saliti a 174 secondo Strabone.

Ciascun “demo” aveva poi i suoi rappresentanti nella “Boulé”, il Consiglio Generale che controllava le magistrature ateniesi e gli Arconti. I rappresentanti venivano scelti per estrazione a sorte tra tutti i membri del “demo”. In questo senso, si trattava di una vera democrazia alla quale partecipavano tutti i cittadini e nella quale chiunque poteva essere scelto per entrare nella Boulé. Il termine viene dal verbo βουλεύω che significa consigliare, prendere decisioni, suggerire, partecipare a una decisione.

Alla Boulé potevano partecipare solo i cittadini, quindi non gli schiavi, e nemmeno i meteci, ovvero i cittadini di altre regioni che vivevano nell’Attica. E’ importante capire le proporzioni: Demetrio Falereo fece un censimento dal quale emerse che l’Attica era abitata da 21.000 cittadini, 10.000 meteci e 40.000 schiavi. Di fatto, quella forma di democrazia, che traeva il suo fondamento dalla produzione agricola e dalla pastorizia, si reggeva per la presenza di schiavi che assicuravano la sussistenza a tutta la popolazione. La struttura economica di quella società si fondava sulla produzione agricola, ma anche sul commercio e in questo ambito cadeva anche il commercio degli schiavi. Roma, poi, fece del commercio degli schiavi la principale attività economica dalla quale derivava la necessità di continue guerre di conquista. Anche qui qualche numero aiuta a capire: nei nove anni di guerre in Gallia, Giulio Cesare manda a Roma circa un milione di schiavi il cui prezzo fu dieci volte superiore a tutti i tributi pagati nello stesso periodo dalle tribù galliche assoggettate a Roma.

La necessità della schiavitù per sostenere il modello di produzione distorceva in modo radicale l’originaria uguaglianza che esisteva nel modo di governo per demi, e spingeva il sistema ad adottare forme di governo più adatte a gestire il diffuso malcontento e le periodiche ribellioni degli schiavi, sia in Grecia (cfr La caccia degli schiavi fuggitivi (Δραπεταγωγός) di Antifane) ma soprattutto a Roma. Le forme di governo più o meno autoritarie, dalle oligarchie alle monarchie che si sono alternate alla democrazia nel corso dei secoli, nascevano tutte dalla necessità di controllare le fonti di approvvigionamento della forza lavoro predominante, ovvero gli schiavi e dettare le regole affinché queste funzionassero a dovere. Di fatto, anche la democrazia con la “Ecclesia” divenne una sorta di aristocrazia, poiché all’assemblea generale partecipavano non più i membri dei demi estratti a sorte ma quelli eletti in base a criteri di scelta che tenevano conto sì delle qualità personali ma soprattutto dei rapporti di forza all’interno di ogni singola unità elettiva.

Nell’antica Roma queste esigenze si esprimevano con una sorta di ripartizione del potere tra il popolo e la classe aristocratica che deteneva i mezzi di produzione (terra e capitale), con il capitale che fungeva da spartiacque per le classi sociali e le attribuzioni politiche, cosa che peraltro era già presente anche in Grecia anche se qui la relazione economica tra le classi non era direttamente riflessa nella scelta delle magistrature. Nell’antica Roma c’è un ulteriore elemento interessante, ovvero che il potere dei magistrati derivava direttamente dal dio sommo, ovvero da Giove. Il comandante della legione pronunziava lo “jus”, ovvero la crasi dell’espressione “Jovis Filius” come se la sua voce fosse direttamente derivata dal sommo dio. Lo jus era allo stesso tempo sia il comando che il diritto, ed entrambi stabilivano la “veritas”, secondo la lectio di Heidegger. Verità che era nascosta e che doveva essere difesa con la forza, mentre nella filosofia greca originaria la verità era “àletheia” ovvero la disvelata, la rivelazione di qualcosa di preesistente ed eterno, il Tutto unitario e unico, che la forza del pensiero portava alla luce. Per il pensiero romano, invece, la verità viene costruita e difesa con la forza ed è vero ciò che vince, mentre è falso ciò che viene sconfitto, che appunto “fallit”, ovvero cade, di fronte allo jus del console e alla forza della legione (Heidegger, Parmenide).

Questo rovesciamento del senso della verità era perfettamente coerente con il modo di produzione e con i rapporti sociali che quel modo di produzione generava.

Il cristianesimo, in questo contesto, interviene come una grande e radicale rivoluzione dei rapporti sociali, poiché predica l’eguaglianza di tutti gli esseri umani davanti a Dio e poi anche nella società. Cosa rivoluzionaria a dirsi ma di fatto impraticabile finché non fossero mutati i rapporti economici e i sistemi di produzione. Per quanto si sforzassero di rendere gli uomini liberi, il superamento della schiavitù fu soltanto nominalistico: l’istituzione della servitù della gleba fu un modo per chiamare con altro nome un rapporto sociale che non era affatto diverso dall’originaria schiavitù e anche nel mondo moderno la costruzione dell’etica del lavoro fu un modo per nobilitare la schiavitù trasformando una pena in uno strumento di salvezza dell’anima e proiettando la liberazione nel mondo dello spirito dopo la morte.

La società greca e la sua democrazia era la diretta derivazione della originaria organizzazione di liberi e uguali delle società gilaniche, secondo la lectio di Marjia Gimbutas. In queste società il modo di produzione non prevedeva la presenza degli schiavi né tanto meno l’accumulazione di beni o riserve, poiché la natura donava abbondantemente per tutti e la relazione economica dominante era il dono. Per inciso, l’Arconte originario era il “prescelto” per donare ai cittadini gli spettacoli, privilegio quasi divino e che derivava dall’abitudine di considerare gli eccessi di produzione appartenenti a tutta la comunità, similmente alle cerimonie di potlatch dei nativi americani. Il richiamo dell’organizzazione sociale delle società gilaniche è essenziale per capire la genesi dei passaggi successivi e per comprendere le forze che determinano i movimenti di fondo delle società umane.

Seguendo la lettura di Althusser, “ogni modo di produzione implica la riproduzione delle condizioni politiche e ideologiche che ne assicurano la continuità”. Il modo di produzione schiavistico implica sia la scarsità delle risorse (terra, forza lavoro, capitale), sia a livello sovrastrutturale, la generazione di rapporti politici e ideologici elitari. In quell’ambito, ogni forma di democrazia si risolve necessariamente in una forma aristocratica o comunque elitaria. Questa è la contraddizione principale della struttura sociale che si fonda su un’economia schiavistica. Seguendo Althusser, questa contraddizione principale è accompagnata e supportata da contraddizioni secondarie che definiscono in modo non rigido il rapporto tra struttura e sovrastruttura. “La società è una totalità complessa strutturata, nella quale forze produttive, rapporti di produzione e sovrastruttura s’intrecciano secondo una struttura a dominante, definita dalla contraddizione principale, la quale determina l’unità del tutto”.

Tuttavia, questo non è sufficiente a spiegare la ragione per cui l’originaria società gilanica sia stata travolta e sostituita dalle forme di relazione generate dalla società patriarcale. Se pensiamo che questo sia avvenuto per la necessità di regolare la distribuzione di risorse oggettivamente scarse, o divenute tali per la crescita della popolazione, commettiamo un grave errore. In realtà possiamo dimostrare che le risorse sono sempre sufficienti e che esse crescono nel tempo soggettivo in eterno in misura esponenziale (By definition, the number of possible arrangements which can be coded by I bits of information is 2^I. Following Hayek and equating total wealth with the number of possible arrangements, we get 2^I for wealth of society, so the wealth grows as 2^(subjective time). This is exponential growth. Since subjective time goes from zero to plus infinity, this means that wealth increases exponentially forever in subjective time. Frank Tipler, Physics of immortality pag. 268). Quindi la ricchezza cresce con il crescere della vita.

Nell’arco di poche migliaia di anni, le regole della convivenza vengono completamente rovesciate. Nelle società gilaniche la regola era l’abbondanza delle risorse, in quella patriarcale la regola è la scarsità. L’uguaglianza degli esseri umani viene rovesciata nella istituzione delle classi sociali, della schiavitù e dell’inferiorità delle donne e degli infanti, almeno fino alla pubertà. La logica del dono viene sostituita dalla logica dello scambio, per il quale tutto è merce, compresa la vita, e l’unico valore eterno è il capitale. La sostanziale anarchia della società gilanica, in cui tutto si riconduceva all’autorità morale della grande madre, essere dotato di “Dunamis”, viene soppiantata dalla nascita della Arché e del Kratos. Da una società senza potere, si passa ad una società in cui la logica del potere è dominante. La libertà sessuale assoluta viene costretta in ambiti istituzionali precisi, con il maschio dominante e la femmina subordinata ad esso e con l’istituzione del matrimonio. Persino la visione del mondo cambia radicalmente, poiché da una sfera, come era vista la terra anche dai primi filosofi greci, si passa al cerchio piatto circondato dall’oceano. Il senso della verità passa dall’assoluto di un qualcosa di preesistente ed eterno che può essere disvelato dalla conoscenza, a qualcosa che deve essere costruito con la forza.

Non è sufficiente un’analisi delle contraddizioni del modo di produzione per spiegare una trasformazione così radicale. Il punto è che nelle società gilaniche la coscienza di sé era appena embrionale e, allo stesso tempo, le relazioni sessuali erano tali da impedire la generazione continua della vita. Paradossalmente, l’atto di impadronirsi di un altro, considerandolo altro-da-sé, genera coscienza individuale e, quando l’altro è veicolo per la riproduzione, moltiplica le possibilità di crescita della vita. Nelle società gilaniche la regola era l’omosessualità, interrotta durante le feste rituali, peraltro molto frequenti, in cui erano le donne a scegliere il maschio riproduttore, con la conseguenza di un impoverimento del patrimonio genetico, poiché molte donne sceglievano lo stesso maschio e gli altri venivano esclusi dalla riproduzione. Nel patriarcato, ogni maschio deve avere la possibilità di riprodurre i propri geni, con la conseguente moltiplicazione dei tipi genetici. In altri termini, alla base della ideazione del modo di produzione c’è una necessità che è allo stesso tempo di riproduzione della vita e spirituale. In questo modo la “Dunamis”, la qualità intrinseca di un individuo che lo rende attraente e gli conferisce “potere” nel senso di capacità di attrattiva e di persuasione, e che è in sé un’espressione del “bene”, dello “Agathon” platonico nel senso pregnante e metafisico che questo concetto ha nell’opera di Platone, viene affiancata e regolata nella Arché ovvero l’arte del governo cui si contrappone il Kratos, ovvero la relazione tra dominante e dominato. E’ proprio la crescita della coscienza, ovvero della Dunamis che pretende l’esercizio del Kratos che nella sua forma più alta diventa Arché (se pensata e gestita nell’interesse comune).

Sono quindi tre i piani da tenere a mente, uno di natura vitale e spirituale che genera forme di produzione che a loro volta generano sovrastrutture ideologiche e politiche nelle quali la vita e lo spirito si muove liberamente oppure viene costretto quando la crescita della coscienza è in grado di superare i limiti dettati da queste sovrastrutture. Questa successione di contraddizioni genera i processi complessi che definiscono la struttura globale della società. Per dirla con Althusser, è una “totalità complessa [che] possiede l’unità di una struttura articolata dominante” e che è in continuo movimento in funzione della crescita della coscienza, sia come sommatoria delle coscienze individuali, sia come consapevolezza di sé.

Nella nostra società, le contraddizioni presenti nella struttura patriarcale stanno esplodendo. La ragione è dovuta a diversi fattori.

  1. La monogamia non è più necessaria per garantire la moltiplicazione dei tipi genetici.
  2. La coscienza di sé si è sviluppata abbastanza da essere divenuta intollerante a forme invasive di potere, e spesso anche al potere in sé;
  3. Il modo di produzione non ha più alcuna necessità di schiavi né di rapporti di tipo schiavistico.
  4. La forza e la violenza non sono più strumenti necessari per regolare la vita sociale.
  5. Appare sempre più evidente che la regola è l’abbondanza e non la scarsità dei beni e delle risorse. Questo rende intollerabile agli occhi di una quota crescente di popolazione, la povertà e la deprivazione di molti esseri umani, che per lungo tempo è stata invece considerata una regola ineluttabile.
  6. La crescita della coscienza comporta un anelito crescente verso la libertà e la necessità di esprimerla attraverso la creatività.

La rivoluzione prossima ventura è già cominciata e vede come obiettivo primario la radicale riduzione fino alla scomparsa delle forme di potere, sia nella società che nei rapporti individuali e la ridefinizione nel senso originario del concetto di Dunamis.

Il punto è che il potere non è più necessario per la regolazione dei rapporti umani, né dal punto di vista individuale né da quello collettivo. Anzi, se esso ha favorito la crescita della coscienza individuale, ora ne è diventato la prigione, sempre più intollerabile. L’espressione “il re è nudo” è emblematica di questo concetto.

Il modo di produzione sarà dominato dai robot che sono in grado di svolgere tutte le funzioni per cui finora era necessaria la presenza di esseri umani. Questo comporta la scomparsa sempre più rapida del lavoro così come lo conosciamo, ma non è certo una disgrazia. Senza questo lavoro, sarà possibile che gli umani si dedichino alla creatività,che è la vera forma di generazione di ricchezza. Occorre quindi, anche una teoria della ricchezza che la liberi da ogni legame con la base materiale. Se nella società della scarsità la ricchezza è data dalla produzione di grano per alimentarsi e di acciaio per fare i cannoni, nella società dell’abbondanza la ricchezza è data dalla creatività e dalla capacità di utilizzo razionale delle risorse, così da rendere evidente l’assunto dimostrato che le risorse sono sempre sufficienti.

La forma più moderna di generazione del potere è quella finanziaria, ed è pertanto essenziale costruire un sistema in cui tale forma di potere sia depotenziata prime ed eliminata poi. La scarsità del denaro è una espressione del potere finanziario così come la sua distribuzione ineguale e la riduzione dei valori a merci. In una società dell’abbondanza non è necessaria alcuna accumulazione, soprattutto se immaginiamo la ricchezza come insieme delle capacità creative e di creazione di opportunità. Il denaro deve quindi perdere la funzione di riserva di valore, sia perché non è affatto un valore sia perché è tale funzione a conferirgli il potere, per diventare un mero strumento di misura. Questo può essere possibile solo mediante la sua eliminazione, e come passo intermedio, con l’applicazione del tasso negativo e di un criterio di distribuzione che tenga conto del fatto che tutti i cittadini partecipano alla costruzione della ricchezza di una società data qualunque sia il loro ruolo. Insomma, il reddito deve tutelare la vita, oltre che premiare i meriti individuali, e questo è possibile solo con l’istituzione del reddito di cittadinanza universale come distribuzione di parte della redditività del capitale sociale inteso come insieme delle conoscenze individuali in una società data.

Il potere va frammentato ricostruendo i demi, ovvero piccole comunità di liberi e uguali organizzate in ambiti territoriali, sia reali che virtuali. In questo modo si può ricostruire una società che si fonda sulla libertà individuale e su una collaborazione vantaggiosa per tutti i suoi membri.

Ovviamente se questa è la strada non è affatto detto che sarà percorsa fino in fondo, poiché il potere, sia la Arché che il Kratos, non si lasceranno sopraffare facilmente. Porteranno l’umanità fino alla distruzione piuttosto che cedere il passo. Sta a noi impedirglielo e dare l’impulso decisivo per la crescita della coscienza che è necessaria per questa rivoluzione. Così come la nascita del potere è stata essenziale per la sopravvivenza dell’umanità, ora è essenziale la sua morte e la nascita di un nuovo Olimpo e di nuovi dei. Che si chiamano libertà, cooperazione, creatività, ricerca, scoperte, scienza e soprattutto vita e amore.

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