Trump e il vicolo cieco dei progressisti

La vittoria di Donald Trump è l’effetto della rivolta dell’America profonda contro le élites finanziarie e industriali della costa est e di quella ovest, contro le banche, contro la borsa, contro la globalizzazione che si traduce in prodotti cinesi a basso costo che tolgono pane e lavoro, contro i bugiardi delle televisioni e dei giornali. Ma non è una rivoluzione, anzi. La vittoria di Trump è la rivincita del capitalismo industriale, agricolo, immobiliare duramente colpito dalla crisi del 2007 e soprattutto del 2009 e delle classi sociali che più di tutte hanno sofferto per queste crisi. La middle class americana, che ha interpretato per decenni il ruolo di protagonista del “sogno americano” è svilita, abbattuta, impoverita, impaurita e sconfitta. È anche disgregata al suo interno ed ha perso ogni entusiasmo ed ogni capacità di proporsi come guida del paese. Ma ha avuto il suo colpo di coda ed ha eletto Donald Trump suo alfiere e guida contro coloro che, certamente a ragione, considera i suoi nemici mortali, i banchieri, i gestori dei fondi americani, i cocainomani di Wall Street, l complesso industriale militare, i petrolieri americani e arabi, le grandi multinazionali che hanno portato la produzione all’estero, e il codazzo di intellettuali  di televisioni, giornali e riviste che li segue scodinzolando, pronti a dire qualsiasi bugia pur di fargli piacere. I soloni che pensano a fare trattati ed accordi di commercio con mezzo mondo e lasciano morire le campagne e desertificare le città industriali, che fanno entrare milioni di immigrati dimenticandosi che molti americani non hanno più i sldi per mangiare e stanno oltre la sogli di povertà.  E tra questi anche tanti reduci di guerra, dimenticati dalle amministrazioni pubbliche e lasciati l proprio destino. Ma non è una rivoluzione, appunto è una rivolta. Manca ogni idea di nuovo, anzi i temi che si agitano sono quelli vecchi del protezionismo, degli investimenti pubblici,  della creazione di posti di lavoro, della riduzione della spesa pubblica corrente e dell’aumento di quella per gli investimenti, eccetera eccetera.

Che i signori delle immagini e delle informazioni della costa est stessero prendendo una cantonata colossale era chiaro a chiunque fosse in grado di percepire l’aria del tutto diversa che si respirava negli stati industriali del nord, e in quelli agricoli del sud. Michael Moore a luglio ha girato un documentario sulla campagna di Trump in Ohio e poi ha scritto che avrebbe vinto. Non perché sia un indovino, ma perché ha sentito quello che gli americani veri, non quelli immaginari delle televisioni e dei quartieri bene dell’est e dell’ovest, dicevano e pensavano. E soprattutto quelli che gli americani veri odiavano. Il clamoroso fallimento dei sondaggi di opinione, è troppo grave per essere solo frutto di errori tecnici. Il dubbio che i sondaggi fossero manipolati per orientare gli elettori verso Hillary è quasi una certezza. È un fatto gravissimo per gli Usa che tra i totem in cui credere contavano anche un certo giornalismo indipendente nei giornali e nelle televisioni, e certe strutture come i sondaggi di opinione.  Ora non ci crederà più nessuno, così come sono in molti d avere dubbi consistenti sul “rating” che le agenzie mondiali specializzate affibbiano a società, stati, obbligazioni e azioni. Quando non ci crede più nessuno arriva la fine, perché queste agenzie si fondano soprattutto sull’affidabilità e lì’imparzialità delle loro indagini.

Il campo di Hillary e dei sedicenti progressisti e democratici era pieno di questi personaggi odiati dall’America profonda e vera. Anche perché hanno smesso da tempo di essere sia democratici che progressisti e si sono messi nelle mani dei neocons e dei liberali che predicano esattamente il contrario di quello che dovrebbe essere il credo e l’obiettivo di ogni democratico. A parte il fatto che nessun democratico (e tanto meno repubblicano) da tempo è più in grado di parlare al cuore ed all’anima della gente, così come facevano  John e Robert Kennedy, o Martin Luther King, suscitando sogni, speranze, e grandi movimenti popolari, nessuno di questi signori sedicenti democratici è più in grado nemmeno di pensare a come attuare una politica popolare e per far vivere meglio la gente. Che sarebbe riduttivo vedere come un discorso meramente economico, anche se in tempi di impoverimento come questi l’economia conta molto sull’umore delle persone, ma è una questione di ideali e di prospettive, di aiuti materiali e morali, di parole che suscitano le energie nascoste dentro ogni essere umano perché ne risvegliano i sogni. Insomma, mancano della capacità di far sognare. Di Hillary Cllnton, Wikileaks ci ha rivelato fatti gravissimi di corruzione, di subordinazione ai poteri forti, alle lobbies arabe, ai guerrafondai che per vendere un cannone in più distruggerebbero le proprie città. Nei comizi non suscitava nessuno entusiasmo, e l’adesione alla sua campagna, come scrive Moore, è depressa, nel senso che  nessuno si mette spontaneamente a fare campagna per lei per portare amici e conoscenti al voto. D’altra parte se una persona è fredda e calcolatrice nell’animo è difficile che possa essere allo stesso tempo trascinatrice e idealista. Soprattutto perché gli ideali democratici, ereditati dai grandi presidenti del passato, sono stati traditi dalla commistione con i poteri forti della finanza e delle industrie delle armi da guerra, che della democrazia non sanno che farsene. E così i progressisti americani si sono trovati in un vicolo cieco,

Certo, vanno benissimo i diritti delle donne, degli omosessuali, degli immigrati, l globalizzazione delle persone e delle tradizioni così da allentare e diluire quei vincoli etnici che sono fonte di razzismo e di sessismo. Va bene anche la globalizzazione dei capitali e delle merci, ma a fronte di un piano per la tutela di coloro che da questa globalizzazione vengono spazzati via dal mondo della produzione e del reddito. E questo il  liberismo economico non sa nemmeno che cosa sia,. I poveri sono colpevoli per definizione e che crepino se non riescono a cavarsela da soli. Questo è il vicolo cieco dei progressisti, aver abbandonato l’idea stessa fondante del progressismo, un mondo migliore in cui la gente, tutta la gente, possa stare meglio. Non solo gli amici e gli amici degli amici. E se la porta davanti a te apre su un muro, l’unica soluzione è tornare indietro, a quel capitalismo di sfruttamento e di profitti per i redditieri che ha caratterizzato gli anni dal dopoguerra fino quali alla fine del secolo e che è stato poi soppiantato dalle “nuove economie” della globalizzazione. Meglio tornare al protezionismo, dimenticando magari che il protezionismo ci ha regalato due guerre mondiali nel secolo scorso e che una terza sarebbe probabilmente l’ultima dell’umanità. Tuttavia, anche il liberismo dei neocons e dei guerrafondai di Wall Street ci stava portando pericolosamente vicino ad una guerra con la Russia accusata di tutte le nefandezza della terra con il solo obiettivo di vendere armi alle sue presunte vittime.

Nel mondo non c’è più nulla di sinistra e il progressismo, che per un certo tempo è stato patrimonio delle sinistre moderate negli Usa così come in europa e nel mondo, è finito contro il muro eretto dal liberismo economico. La vittoria di Trump può forse essere salutare in un paese ricco di risorse umane e intellettuali come gli Usa, per liberarsi di certi padrini e cercare una nuova via e nuovi protagonisti, Ce ne sarebbe proprio bisogno, sperando che nel frattempo questo ritorno all’antico non ci porti al disastro,. Fortunatamente Trump è un imprenditore, e non un avvocato né un pittore fallito…

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2 pensieri su “Trump e il vicolo cieco dei progressisti

  1. Vittoriano ha detto:

    . . .

    Vorrei proporre uno spunto di riflessione per un vero e proprio commento all’articolo

    riprendendo due punti essenziali de Il novenario politico di Panikkar* :

    3) Superare l’ideologia degli stati nazionali

    Gli Stati-nazione sono intrappolati in una logica di mercato, e l’economia governa lo Stato: oggi non è più la politica a governare. Per questo lo Stato non può più rispondere alle esigenze sociali del paese, e tanto meno a quelle dell’ambiente in cui viviamo. Superare i nazionalismi di Stato non significa tuttavia trasferire la stessa ideologia a unità più vaste o all’intera umanità. Gli antichi credevano in un ordine cosmico o in un Dio che ne era garante. Se non troveremo qualcosa di equivalente a questi simboli, non riusciremo mai a realizzare il delicato equilibrio fra libertà e coesione sociale.

    6) Superare la democrazia

    Il concetto di democrazia moderna è in crisi, perché il popolo (demos) può avere potere (kratos) soltanto se è qualcosa di più di una somma di individui più o meno isolati. Oggi si tende ad essere autonomi, mentre l’uomo è per sua natura relazionale. La democrazia è una tecnica indispensabile, ma è anche debole come teoria. Tutte le antiche democrazie facevano riferimento a un potere superiore. Oggi abbiamo cancellato gli dei, ma rischiamo la tirannide del sistema economico e tecnocratico. Abbiamo bisogno di una nuova «visione del mondo» che ci restituisca la relazione con tutte le sfere della Realtà.

    . . .

    * Il novenario politico di Panikkar | ecosofia
    albaciarleglio.blogspot.com/2012/11/il-novenario-politico-di-panikkar.html

  2. Vittoriano ha detto:

    . . .

    Vorrei proporre uno spunto di riflessione per vero e proprio commento all’articolo

    riprendendo due punti essenziali de Il novenario politico di Panikkar* :

    3) Superare l’ideologia degli stati nazionali

    Gli Stati-nazione sono intrappolati in una logica di mercato, e l’economia governa lo Stato: oggi non è più la politica a governare. Per questo lo Stato non può più rispondere alle esigenze sociali del paese, e tanto meno a quelle dell’ambiente in cui viviamo. Superare i nazionalismi di Stato non significa tuttavia trasferire la stessa ideologia a unità più vaste o all’intera umanità. Gli antichi credevano in un ordine cosmico o in un Dio che ne era garante. Se non troveremo qualcosa di equivalente a questi simboli, non riusciremo mai a realizzare il delicato equilibrio fra libertà e coesione sociale.

    6) Superare la democrazia

    Il concetto di democrazia moderna è in crisi, perché il popolo (demos) può avere potere (kratos) soltanto se è qualcosa di più di una somma di individui più o meno isolati. Oggi si tende ad essere autonomi, mentre l’uomo è per sua natura relazionale. La democrazia è una tecnica indispensabile, ma è anche debole come teoria. Tutte le antiche democrazie facevano riferimento a un potere superiore. Oggi abbiamo cancellato gli dei, ma rischiamo la tirannide del sistema economico e tecnocratico. Abbiamo bisogno di una nuova «visione del mondo» che ci restituisca la relazione con tutte le sfere della Realtà.

    . . .

    * Il novenario politico di Panikkar | ecosofia
    albaciarleglio.blogspot.com/2012/11/il-novenario-politico-di-panikkar.html

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