La generazione perduta

DisoccupazioneIl Fondo Monetario Internazionale lancia l’allarme per l’Italia. Ci vorranno vent’anni per far tornare l’occupazione ai livelli prima della crisi. Lo stesso tempo previsto per il Portogallo, mentre la Spagna, sempre secondo il FMI, impiegherà solo dieci anni. Insomma, prospettive cupe per la gente ed il loro  futuro. Ovviamente si parla di occupazione degli adulti, poiché la disoccupazione giovanile continuerà a battere record su record, al punto che si parla di una generazione perduta. Direi che sono due generazioni che hanno perduto la speranza e l’entusiasmo, visto che la crisi finanziaria è iniziata dieci anni fa ma che la crisi  dell’occupazione e dell’economia è divenuta significativa sin dai primi anni novanta del secolo scorso. Ovviamente, tale recupero dei livelli occupazionali sarà possibile solo in presenza di “una significativa accelerazione della crescita“, ovvero dell’araba fenice date le condizioni attuali dell’economia e le prospettive nere del futuro.

Ai disoccupati veri e propri, cioè a cloro che cercano attivamente un lavoro ma non riescono a trovarlo, vanno aggiunti gli “scoraggiati” quelli cioè che un lavoro lo vorrebbero ma che non lo cercano perché hanno ricevuto troppi rifiuti e sono stanchi di cercarlo inutilmente. E poi c’è l’area dei sottoccupati e dei precari che sta di diritto nell’ambito del “disagio sociale”, per via di un salario sempre più ridotto ed insufficiente rispetto alle esigenze. In totale, questa area assommava ad oltre nove milioni di persone nel 2013 ed a circa dieci milioni nel 2014 con evidente tendenza all’incremento, nonostante i proclami del governo ed il job act. Poiché il totale della forza lavoro assommava nel 2013 a 22.420.000 unità, questo significa che il disagio sociale investe oltre il 40% della popolazione attiva, con uno spreco di risorse ed energie indegno di un paese civile.

D’altra parte è uno spreco di risorse ed un’offesa all’intelligenza continuare a sperare in un lavoro che l’automazione e l’informatizzazione sta facendo rapidamente scomparire. E soprattutto continuare a chiedere lavoro, come nell’ottocento, a chi non può più darlo se non in una logica di sfruttamento e di asservimento. Al contrario occorrerebbe spingere sull’automazione e sull’informatizzazione per eliminare del tutto i lavori più faticosi e ripetitivi. Tuttavia si tratta della vita e del futuro di milioni di persone che senza un lavoro non sanno come vivere. In questo dilemma si va avanti senza alcuna proposta sensata e ciascuno porta avanti il proprio interesse particolare senza rendersi conto che la soluzione è invece in una logica diversa di distribuzione della ricchezza prodotta. E che il futuro delle nuove generazioni consiste nello sviluppo della creatività e delle qualità umane di ciascuno e non nella ricerca di un lavoro qualsiasi da cui trarre un reddito sempre più da fame. Mentre i ricchi diventano sempre più ricchi mettendo in concorrenza i molti lavoratori per i pochi posti disponibili e giocando così al ribasso sui salari. La maggior parte delle fabbriche di automobili oggi non hanno nemmeno un impianto di illuminazione. Non serve perché i robot che costruiscono le automobili non hanno occhi e non hanno bisogno di vedere alcunché per fare il proprio lavoro. E soprattutto, lavorano 24 ore su 24 senza stancarsi e se qualcuno si rompe ogni tanto, bastano alcuni tecnici per ripararli o sostituirli. È una disgrazia questo fatto? No, se lo guardiamo dal lato umano, sì se lo guardiamo con gli occhi del passato. Si sa che i luddisti hanno lo sguardo rivolto al passato. Rompono le macchine o si oppongono alla loro installazione perché tolgono lavoro agli umani, come se fosse naturale che tutti i lavori debbano essere compiuti da umani e non da macchine.

Lo sguardo rivolto al futuro capisce che l’automazione e l’informatizzazione libera risorse umane e che consente di distribuire una quota crescente di ricchezza tra gli umani, indipendentemente dal lavoro. E questa deve essere la battaglia giusta. La liberazione degli uomini dalla schiavitù del lavoro e la ridistribuzione di ricchezza tramite il Reddito di Cittadinanza. Questo arricchirebbe davvero la società, poiché le energie liberate dalla inutile ricerca del lavoro o da un lavoro precario o sottooccupato, si dirigerebbero verso la creatività se sostenute dal Reddito di Cittadinanza.  Occorre una rivoluzione mentale per capirlo, ma ci siamo vicini. In Finlandia l’hanno capito ed hanno deciso di sperimentare il RdC universale, svincolando il reddito dal lavoro. In Italia siamo molto più lontani, dato il livello scadente della classe politica e degli intellettuali mainstream. Ma anche qui ci sono risorse intellettuali e forze sociali in grado di capire la portata di questa rivoluzione del pensiero e la sua attualità. Alla fin i difensori dello status quo e quelli che camminano con la testa girata all’indietro, ragionando come se fossimo ancora nell’ottocento scompariranno. Il tempo li costringerà a ritirarsi ed a cedere il passo al nuovo, e nel nuovo le intelligenze non mancano.  Affinché le generazioni non siano più perdute e le risorse non più gettate nel pozzo senza fondo della stupidità e degli interessi del potere. Forza che il tempo è vicino.

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