La vera storia di San Valentino e perché si celebra il 14 febbraio

cupido assassinatoL’anno scorso di questi tempi ho scritto un articolo sulla festa dei Lupercali, che si teneva a Roma dal 13 al 15 febbraio di ogni anno, sin dai tempi di Numa Pompilio che la istituì. In questo articolo parlavo anche della festa di San Valentino e della ragione per cui fu istituita da Papa Gelasio I nel 495 d.c. Le due vicende sono strettamente connesse, poiché Papa Gelasio si preoccupava del fatto che ancora ai suoi tempi si celebrasse a Roma una festa dell’amore pagano, carnale e sostanzialmente libero come era quello celebrato durante i Lupercali. Si trattava di dare una diversa immagine all’amore ed un senso completamente diverso da quello che esso aveva nella società antica. Di qui la riesumazione della storia di San Valentino e del suo improbabile martirio e delle ancora più improbabili storie d’amore che lo accompagnano. Si trattava di leggende sui primi cristiani che la Chiesa di Roma sfornava in quantità dopo la caduta dell’Impero per rafforzare e giustificare il proprio potere.

A proposito di San Valentino, per la verità, alcuni dubitano persino della sua esistenza e anche del martirio, poiché appare quanto meno strana la decapitazione di un vecchio novantasettenne che non poteva certo rappresentare un gran pericolo per l’Impero, ma di lui si raccontavano diverse storie “miracolose” in tema d’amore, tra cui questa. Pare che Valentino avesse unito in matrimonio una giovane cristiana, Serapia, con il centurione Sabino. Poco dopo il matrimonio, si scopre che Serapia era affetta da una grave malattia e Sabino chiede a Valentino di farli morire insieme. Valentino li benedice e loro muoiono abbracciati. Subito dopo, Valentino viene decapitato e martirizzato. Insomma, un feuilleton degno del peggior Chretièn de Troyes, l’indimenticabile autore della lacrimosa storia d’amore e di morte di Tristano e Isotta e di Lancillotto e Ginevra, altro polpettone di amore impossibile e morte che ci angoscia da diversi secoli. Per non parlare poi dei danteschi Paolo e Francesca, di Giulietta e Romeo e per finire nel trionfo dell’amore e della morte in quel terribile romanzo di Goethe “I dolori del giovane Werther” che provocò persino un’ondata di suicidi quando fu pubblicato.

Altro che amore e sesso gioioso degli antichi, qui la dominante è la morte alla quale inevitabilmente conduce la “passione” amorosa, passione che contiene interamente il concetto del “pathos” greco come sofferenza inevitabile e senza rimedio. Non fu facile convincere i romani ma da lì a poco, di romani non ce ne restarono più. Infatti, all’epoca, Roma non era altro che un piccolo villaggio di qualche migliaio di abitanti e cinquant’anni dopo, durante la guerra tra i Goti e i Bizantini, fu abbandonata del tutto per oltre nove mesi, quando Totila decise di evacuare la città deportando i settemila abitanti rimasti e proseguire la sua guerra contro i Bizantini.

Che la festa e le sue pratiche fossero incompatibili con la rigida morale cristiana è assolutamente evidente. All’amore come pratica sessuale libera doveva essere sostituito il nuovo dogma dell’amore astratto e sublime per Cristo e per Dio che non lasciava alcuno spazio al sesso. Questo venne poi ristretto rigidamente all’ambito del matrimonio e visto come “remedium concupiscientiae“, alla quale gli uomini deboli non erano capaci di sottrarsi. Che quindi “rimediassero” purché nello stretto ambito dettato da Santa Romana Chiesa e seguendo letteralmente le regole. Altrimenti, la dannazione, il fuoco eterno, la perdizione sarebbero caduti inesorabilmente sui vili peccatori.  La regolamentazione rigorosa dell’attività sessuale è spesso stato l’obiettivo delle peggiori dittature. D’altra parte se vuoi far sentire sulla pelle dei cittadini la frusta del potere, non c’è argomento più convincente del sesso.

Per gli antichi l’amore era essenzialmente sesso, libero nelle società gilaniche o matriarcali, e variamente regolato nelle società patriarcali che istituirono il matrimonio. Ma anche durante il patriarcato c’erano ampie finestre di amore libero e fuori dagli schemi e a mio avviso, queste che seguono ne sono le ragioni.

In proposito ho una mia idea un po’ originale e diversa da quella usuale che lega i riti dei lupercali alle pratiche dei pastori di sacrificare un capro o una pecora per tenere lontani i lupi dalle greggi. Lo stesso nome della festa viene probabilmente dall’unione delle parole lupus e hircus, il lupo e il caprone, e sappiamo l’importanza che aveva ed ha il lupo nella tradizione romana. Tuttavia questo non spiega il carattere erotico e licenzioso della ricorrenza, che a mio avviso nasce dalla particolare cura che Numa Pompilio mise per conciliare le antiche pratiche delle società gilaniche, con le nascenti esigenze della società patriarcale.

Le società matriarcali (o gilaniche, come le definisce Marija Gimbutas, con un termine più adatto a definire l’assenza di autorità che è invece insito nella parola matriarcato), per il lato delle pratiche sessuali, erano caratterizzate da una diffusa omosessualità sia maschile che femminile nonché dal fatto che erano le donne a scegliere il maschio da cui farsi fecondare. Questo comportava che molte donne scegliessero lo stesso maschio, senza che ciò avesse alcuna conseguenza sul piano dei rapporti, poiché la gelosia era allora del tutto sconosciuta. Le conseguenze, invece, erano notevoli sul piano stesso della sopravvivenza dell’umanità, poiché in questo modo la varietà genetica era fortemente compromessa. I villaggi erano essenzialmente abitati dalle donne e dai maschi prescelti, mentre gli “esclusi” se ne allontanavano fondando altri villaggi fatti di soli uomini e al massimo con poche donne. Tra queste c’erano le “lupe”, non gli immaginari animali della tradizione, bensì le donne che per una ragione o per un’altra desideravano avere rapporti con più uomini. Tra queste c’è probabilmente da annoverare quella Acca Larenzia, “moglie” di Faustolo che trovò i due gemelli fondatori di Roma sulla riva del fiume e li portò alla donna perché li allattasse.

A mio avviso è stato il “gene egoista” a spingere gli uomini verso l’autocoscienza e instillargli il desiderio di avere ciascuno una propria discendenza. Nella società gilanica, gli umani non avevano una coscienza chiara di sé stessi, ma tutti si identificavano e si confondevano nella comunità di uomini e donne e nella Grande Madre, che simboleggiava la terra ed era rappresentata dalla donna più anziana del villaggio. La crescita spirituale ed intellettuale dell’umanità, invece, richiedeva che gli uomini acquisissero coscienza di sé e della propria individualità. Il mito di Narciso che si innamora della propria immagine e muore per cercare di raggiungerla sta a rappresentare proprio le difficoltà ed i pericoli della coscienza di sé. Senza questa, era possibile che l’umanità si estinguesse a causa dell’indebolimento del proprio patrimonio genetico. Nel Lazio, c’erano molte società gilaniche. Una di queste era probabilmente Curi, in cui c’erano qualche migliaio di donne ed alcune centinaia di uomini “accettati” da quella comunità. Roma, invece, fu inizialmente una città di “esclusi”, composta quasi esclusivamente da uomini. Lo deduciamo dal fatto storico del ratto delle sabine e dagli eventi che l’hanno seguito. Nelle società gilaniche non esisteva un’autorità giuridica, che invece era essenziale nel patriarcato, per cui la definizione di “re di Curi” esposta dagli storici romani a proposito di Tito Tazio è quanto meno discutibile. Certamente egli era uno degli uomini del suo villaggio che si trovò a dover combattere una guerra impari contro i romani dopo il ratto delle sabine. Ricordo che Tito Livio parla di oltre 900 donne rapite dai romani durante la festa indetta con il proposito bellicoso di prenderle, ed allora Roma aveva si è no un migliaio di uomini. Dopo il rapimento, Tazio si mette a cercare alleati per andare a riprendere le donne rapite. Il problema evidentemente, era che nel suo villaggio gli uomini erano pochi e non avvezzi ai combattimenti, e nonostante trovi sostegno ed alleati in una decina di villaggi gilanici vicini, non riesce a mettere in piedi un esercito abbastanza potente da sconfiggere i circa mille romani che gli avevano portato via le donne. E che, soprattutto, le avevano segregate in casa, così che ogni maschio potesse avere la sua discendenza. Senza questa segregazione, era probabile che le donne tornassero ai loro abituali e liberi costumi sessuali, ed il piano del “gene egoista” di garantire la moltiplicazione dei tipi genetici sarebbe miseramente fallito.

Comunque, Tazio riesce a costituire un esercito di tutto rispetto e muove contro Roma, ma non combatte contro i Romani, piuttosto trova un accordo per popolare la città e si trasferisce con le sue donne rimaste e molti uomini del suo esercito sul Quirinale, entrando a far parte a pieno titolo della popolazione di Roma. Tazio a questo punto, viene davvero eletto re insieme a Romolo ed insieme governano la città mescolando le antiche pratiche sessuali con i nuovi costumi elaborati dalla logica del patriarcato. Alla sua morte segue, dopo poco, l'”ascesa in cielo” di Romolo, probabilmente ucciso da qualcuno che non aveva accettato la nuova situazione e, dopo un periodo di turbolenza e di scontri in città, i Romani e i Sabini decisero di eleggere re Numa Pompilio, al quale affidarono il difficile compito di creare delle regole che conciliassero vecchie e nuove esigenze.

Numa era un sabino che ben conosceva la forza e la debolezza delle società matriarcali dalle quali proveniva e, per prima cosa, elaborò un nuovo calendario basandolo sul ciclo (femminile) della luna, mentre quello di Romolo si basava sul ciclo maschile del sole, creando due nuovi mesi, Gennaio e Febbraio, e il tredicesimo mese, il Mercedario, nel quale venivano effettuati i pagamenti dei debiti. Oltre alle pratiche sessuali, infatti, uno dei grandi problemi fu che il patriarcato aveva inventato il denaro ed i prestiti ad usura, e quindi il calendario, che nelle società gilaniche scandiva il ritmo della natura e indicava le feste più importanti, divenne essenziale per calcolare gli interessi sui prestiti. Il mese Mercedario veniva indetto dai Pontefici Minori ogni due anni, con la durata di 22 o di 23 giorni. Questi pontefici erano gli addetti alla vigilanza ed alla manutenzione di Ponte Sublicio, il ponte mobile che collegava le due sponde del Tevere all’altezza dell’attuale Porta Portese, dove ogni due anni si svolgeva un grande mercato con le genti del nord, essenzialmente Etruschi ma anche altri popoli, all’esito del quale i debitori erano in grado di pagare i debiti senza strangolarsi. Il ponte era smontabile e la sua vigilanza era essenziale per la sopravvivenza di Roma, poiché i pericoli per la città venivano essenzialmente dal nord. Quando Porsenna cerca di rimettere sul trono Tarquinio il Superbo, l’ultimo re etrusco di Roma, si avvicina nottetempo al ponte cercando di sorprendere la guarnigione di pontefici e di entrare facilmente in città, ma fu fermato da Orazio Coclite che da solo tenne testa alle truppe etrusche mentre i compagni dietro di lui, smontavano il ponte per impedire il passaggio dell’esercito nemico.

Numa Pompilio, istituì anche il matrimonio e ne regolò i riti e le tipologie. Allo stesso tempo, aprì alcune finestre sul vecchio mondo gilanico, istituendo la festa del lupercali in cui le pratiche sessuali riprendevano le antiche abitudini delle società matriarcali. Un’altra finestra fu la festa di Anna Perenna, che si svolgeva ad inizio dell’anno, alle Idi di Marzo il 15 del mese, la cui istituzione è però incerta. Anche quella festa si traduceva in un’orgia collettiva come ci ricorda Ovidio nel Fasti. Un portone, più che una finestra, era poi la festa dei Saturnali che si teneva in occasione del solstizio d’inverno e fino praticamente ai Lupercali, festa dalla quale discende il nostro carnevale.

Non dobbiamo dimenticare che nelle società antiche la bisessualità era la regola e l’eterosessualità l’eccezione. Ma per gli uomini, l’amore vero era con altri uomini e non con le donne, con cui “dovevano” accoppiarsi per proseguire la specie senza che questo, però, comportasse necessariamente l’amore verso di esse. Lo stesso valeva per le donne che, tuttavia, a causa delle logiche del patriarcato, avevano sempre meno autonomia. Le pratiche del Tiaso greco delle case romane e, successivamente, degli harem arabi, stanno a indicare una predilezione verso l’omosessualità degli uomini e delle donne di quel tempo. Per la morale romana, una donna doveva essere fedele al marito finché non rimaneva incinta, poi poteva fare quello che voleva con chiunque. Naturalmente questo valeva per le donne sposate a uomini in grado di fecondarle, mentre per le altre, magari sposate con uomini esclusivamente omosessuali, l’occasione di praticare sesso e farsi ingravidare era data da feste come i Lupercali e la festa di inizio anno.

L’origine della festa dei Lupercali è molto divertente. Si narra che molte delle donne sabine rapite dai romani non riuscissero a rimanere incinte. Organizzano allora una processione per andare a chiedere consiglio a Giunone, nel boschetto sacro alla dea sotto il Palatino. Gli indovini interpretavano lo stormire delle fronde nel boschetto, ed il responso fu che le donne dovevano essere penetrate da un caprone! Grande sconcerto nella schiera dei fedeli, finché salta su un aruspice etrusco per dire che in realtà si doveva sacrificare un caprone a Giunone, farne la pelle a strisce e con quelle confezionare delle fruste con cui picchiare le donne! Un po’ di sollievo nella schiera delle fedeli, meglio qualche frustata che la zooerastia, ma ci pensò alcuni anni dopo, Numa Pompilio a regolamentare una pratica il cui messaggio era comunque molto chiaro.

La festa si svolgeva durante i giorni infausti di Febbraio, mese che prende il nome proprio dalle februae fatte con la pelle del caprone, che andavano dal 13 al 15 del mese, e culminava con una corsa di due schiere di baldi giovani delle due principali tribù di Roma, i Fabii e i Quinzi, nudi e muniti delle fruste di februae, che colpivano tutto quello che gli capitava dinanzi per purificarlo. Le donne romane facevano a gara a farsi colpire dalle fruste perché questo significava che sarebbero rimaste incinta di lì a poco ed offrivano ai baldi giovani il loro ventre. Naturalmente, per completare l’opera, era necessario anche fare altro, e difatti la festa era in realtà una tre giorni di orgie collettive, perché in realtà il suggerimento della Dea era di accoppiarsi con “caproni” ben dotati e fecondi per esserne ingravidate, dove per caproni si intendevano i robusti e baldi giovani che non a caso si aggiravano nudi “battendo” le donne che incontravano e che offrivano loro il ventre. Secondo la tradizione, durante i Lupercalia, una vergine poteva essere deflorata da qualunque pellegrino. Naturalmente gli accoppiamenti erano del tutto casuali e non tenevano in alcun conto i vincoli del matrimonio o le differenze di classe.

La rigida morale cristiana e la nascita di una società fondata su una famiglia monogamica dominata dall’uomo, fece mano a mano scomparire queste pratiche antichissime, che comunque resistettero a lungo, fino oltre la caduta dell’impero. Ora che il modello di famiglia monogamica sta svaporando nella nuova licenziosità della società moderna, e stanno riaffiorando le logiche delle antiche società gilaniche, egualitarie, anarchiche ed essenzialmente libere, una rilettura degli eventi che hanno portato alla fine del matriarcato ed all’instaurazione del patriarcato deve essere fatta sfrondando l’analisi da pregiudizi etici e ideologici. La mia idea è che stiamo andando verso la fine del patriarcato e della logica del potere verso una nuova società gilanica nella quale, tuttavia, la coscienza di sé ha la possibilità non solo di esistere ma di crescere con maggiore intensità rispetto al patriarcato. Insomma, se il patriarcato è stato essenziale per lo sviluppo della coscienza e per la salvezza dell’umanità dal pericolo di estinzione, oggi le sue pratiche bellicose hanno di nuovo messo in pericolo la sopravvivenza dell’umanità. È quindi necessario, da punto di vista dell’umanità intera e del “gene egoista” che ne regola i comportamenti individuali, che le logiche del potere e della sopraffazione siano sostituite da nuove pratiche di convivenza pacifica che allontanino il pericolo delle guerre e della violenza.

L’idea della Faz contiene questi elementi essenziali. Una Faz è libertaria, essenzialmente anarchica e pacifista e induce gli umani a considerare la collaborazione e la convivenza più efficace dal punto di vista individuale della lotta senza quartiere di tutti contro tutti, cui sono ormai ridotte le nostre società. Il significato profondo della rivoluzione prossima ventura è in questa necessità. Senza la quale l’intera umanità è a rischio. È un passaggio difficile, ma necessario, come fu il passaggio dal matriarcato al patriarcato. Più difficile, probabilmente, ma altrettanto necessario.

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Un pensiero su “La vera storia di San Valentino e perché si celebra il 14 febbraio

  1. rodomonte ha detto:

    Ottimo articolo ma secondo me sarebbe bello aggiungere qualche referenza a libri scelti sui quali approfondire, o anche estratti che possono direttamente linkarsi. Comunque grazie a questo ho scoperto di https://it.wikipedia.org/wiki/Via_Sacra e me lo ricorderò, anche dell’etimologia di febbraio e ovviamente i Lupercali, però vorrei una buona referenza su un libro che parli delle feste romane.

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