Matrix, la caverna di Platone e l’etica tra il virtuale e il reale. Una lettera di Giovanni Scoto Eriugena.

Johannes-Scotus-ErigenaSalve, sono Giovanni Scoto, ma preferisco essere chiamato Eriugena e tutti mi chiamano così. Sono qui di passaggio, come tutti del resto, e pertanto vi intratterrò ben poco, sperando di non tediarvi troppo. Trovo singolare che il film Matrix non abbia suscitato molte discussioni tra voi. In fondo il tema del film è straordinariamente vicino al tema dell’esistenza. Si tratta, infatti, della sostanza della realtà e delle conseguenze sull’etica che una diversa visione comporta.

L’incontro tra le persone è qualcosa di reale, apparentemente contrapposto alla virtualità di internet. Ho sostenuto tempo fa che, per la verità, l’unica realtà è la sostanza e che questa è assolutamente incorporea, poiché perfettamente adeguata ai concetti della nostra mente. Non è una novità, già Platone aveva rilevato questo problema nella Repubblica, e c’è un filo robusto che unisce il mito della caverna, alle mie tesi, alla fisica quantistica e a Matrix.

Su Matrix e Platone ha scritto un bel saggio John Partridge, Plato’s cave and the Matrix, in cui dimostra in maniera convincente che Matrix è la caverna di Platone. Ha omesso di considerare i miei scritti, e l’ho virtualmente rimproverato, ma ciò non toglie che quello che ha scritto è interessante e utile.

Ma la ragione per cui vi scrivo è che in tempi di relativismo etico, l’irruzione del mondo virtuale ha moltiplicato il senso di smarrimento creando una sorta di doppio universo, in cui si vive separatamente da quello reale o presunto tale.  Guardatevi intorno: quanta gente vedete che fugge dagli orrori della propria realtà rifugiandosi nel mondo del virtuale? Costruendo relazioni che vivono più nel mondo virtuale che in quello reale. L’etica di internet attinge alle stesse categorie dell’etica del mondo reale? Il problema non è ovviamente solo normativo, anche se molta gente che riconosce come illecito andare a rubare un CD in un negozio, non ha alcuna remora a scaricare illecitamente lo stesso CD da internet. E questo, ovviamente, a monte dell’idea, che peraltro condivido in pieno, che la proprietà sia un furto in sé e quella delle opere dell’ingegno un furto ancora peggiore. Qui la matrice “politica” e “etica” è la stessa. Il punto è l’etica individuale e se è possibile operare una distinzione tra il mondo virtuale e quello reale.

Come già notò Cartesio, chi ci può dire se siamo svegli o stiamo sognando? E se nel sogno compiamo atti che sono contrari alla nostra etica, siamo responsabili di quegli atti o no? Tornando a Matrix, se il virtuale è la nostra realtà, abbiamo la possibilità di costruire un’etica? Non è affatto escluso che sia effettivamente così, che cioè la realtà sia insensata al di fuori di noi. E’ quello che sostengono molti filosofi e fisici contemporanei. Ma se è così, abbiamo la possibilità di distinguere davvero tra realtà e virtualità? L’atto compiuto in sogno è meno reale di quello compiuto nella realtà, se non sappiamo e non possiamo distinguere tra sogno e realtà?

Un filosofo della morale contemporaneo, Julia Driver, in un interessante saggio su Matrix, sostiene che non possiamo compiere alcuna distinzione se non arbitrariamente. E’ illecito considerare lo status morale dei programmi che compongono i personaggi di Matrix inferiore a quello degli umani, anche se fosse possibile distinguere tra i due. A maggior ragione l’illecito è evidente se non possiamo distinguere. La nostra esistenza si svolge in una dimensione che a noi appare reale, esattamente come ai personaggi di Matrix. Ma non c’è nulla che ci conforti sull’esistenza del mondo esterno se non una percezione di esso che è un sogno, un’illusione, o al massimo la visione di ombre sulla parete di una caverna.

Facciamo un esempio. Immaginiamo che alcune persone si cimentino in incontri periodici, che possono essere anche molto ravvicinati, in un luogo virtuale, un social forum ad esempio, e che questi incontri virtuali si svolgano su tutti i terreni dell’agire umano, compresi giocosi siparietti sul tema dell’amore. Tutto  tranne l’incontro fisico che rimane rigorosamente escluso dal novero delle possibilità. È come un gioco, a volte, anzi spesso, estremamente coinvolgente, che però si esaurisce spegnendo il computer.

 E allora mi domando, questi rapporti sono virtuali o reali? Ovviamente non sto chiedendo se queste persone di nascosto si incontrano realmente – il che potrebbe anche essere -, ma se è possibile distinguere tra l’incontro virtuale e quello reale da punto di vista etico, al di là delle intenzioni effettive dei protagonisti. Così come mi chiedo se è possibile distinguere in generale tra gli incontri nel virtuale e quelli nella realtà. Solo questo ci consentirebbe di costruire una morale universale.

Una carezza virtuale è meno coinvolgente da un punto di vista etico di una reale? E se questo è il problema, è davvero possibile distinguere tra reale e virtuale? Incontriamoci, è doppio o unico?

Ma se non è possibile distinguere se non compiendo un atto arbitrario, perché nel mondo virtuale si sentono meno vincoli morali rispetto al mondo reale? Forse il presupposto è che nel mondo virtuale i nick non abbiano uno status morale al pari dei nomi, proprio come avviene per i programmi di Matrix. Ma è come nascondersi dietro ad un dito. L’ineffabilità della nostra sostanza è resa reale proprio dal nomen. Qui dentro non è diverso rispetto al nick. Distinguere il trattamento delle denominazioni a seconda dell’ambiente è in fondo un esercizio di ipocrisia. Non ne deduciamo che non è possibile costruire una morale solo come mera normativa della convenienza personale, cui vogliamo dare un attributo universale per nascondere a noi stessi il peso dell’egoismo che questo comporta?

Confesserò che ho visto solo il primo dei film della serie di Matrix, ma ho seguito il dibattito che ne è scaturito e che ha coinvolto alcuni filosofi soprattutto dopo il primo film. Matrix ha il merito di aver portato al grande pubblico interrogativi che difficilmente varcano la soglia della ristretta cerchia degli specialisti o delle persone molto curiose. Quanta coscienza dei problemi ne possa venire fuori è un mistero, ovviamente. Però se qualcuno che ha visto ed apprezzato il film, e magari non ne comprende appieno la ragione, domani si troverà di fronte a tesi originali, almeno non cadrà dalle nuvole.

Certamente internet rappresenta una grande opportunità, visto che per starci dentro devi sviluppare qualità che la vista nasconde e che qui, invece, risaltano. Come dice Saint Exupery, l’essenziale è invisibile agli occhi. Se per sviluppare queste qualità devi approfondire la conoscenza, sei costretto ad essere più umano, il che non guasta affatto. Il dialogo dal lato dell’anima porta con maggiore facilità alla scoperta delle affinità tra le persone. Occorre però una particolare delicatezza, perché è alto il rischio di farsi e di fare del male. Mettere al primo posto la mente e l’anima nelle relazioni le rende più attraenti, più creative ma anche più delicate. Qui le convenzioni sociali contano poco, conta molto di più il dialogo e l’affinità. In questo modo, nell’incontro si può vedere con altri occhi ciò che la vista avrebbe nascosto. E se la dittatura della vista porta alla menzogna esistenziale, il primato dell’anima la smaschera.

E’ la nostra coscienza di essere in un ambiente virtuale che ce lo fa riconoscere come tale. Allo stesso modo noi riconosciamo un bosco, una casa o un ospedale. Sul piano etico gli ambienti non cambiano la natura degli eventi che si svolgono al suo interno. Un amore, un delitto, un gesto, sono tali in qualunque luogo, compreso quindi il virtuale. A maggior ragione, poi, se la distinzione tra reale e virtuale è frutto della nostra mente e non di una presunta oggettività. Al pari dei protagonisti di Matrix, noi abbiamo coscienza di essere reali, e questa coscienza ci è rafforzata dall’evidenza della virtualità di questo luogo. Ma è proprio così? Siamo davvero reali oppure questa realtà è a sua volta frutto di coscienza?

Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, significa che non ci è lecito separare i sogni da noi, perché essi sono noi. Il realismo è un falso storico, come il tempo e lo spazio. Gli oggetti che ci circondano sono solidi solo nella nostra mente, al loro interno essi sono vuoti. Noi stessi, la nostra identità è frutto di coscienza. Qualcuno, in un tempo in cui non avevamo coscienza, ci ha dato un nome e una data. Questi non sono frutto della nostra esperienza, com’è noto. Crescendo siamo stati rafforzati continuamente nella convinzione dell’identità ed a nostra volta abbiamo convinto gli altri della coincidenza di quel nome e di quella data con il nostro essere. L’identità è un dato acquisito, sul quale c’è poco da discutere. Però essa si fonda sulla coscienza, individuale e sociale, al pari di ogni altra conoscenza. Il tavolo è tale perché quella forma è riconosciuta da tutti come appartenente ad un tavolo, non per la presunta tavolità di cui sarebbe composto. La nostra realtà è un atto della coscienza e niente altro.

Vorrei spiegarmi con un esempio. Il mio amico Horace sa chi era Giovanni Scoto Eriugena, ma la maggior parte degli abitanti di questo pianeta non ne ha mai sentito parlare. Io so di non essere Giovanni Scoto Eriugena, però in questo ambiente virtuale ne ho assunto le sembianze. E’ un gioco riconosciuto da tutti come tale. Come tutti noi, anche io sono stato abituato sin da piccolo a identificare me stesso in un nome e una data, oltre che in un corpo che vedo allo specchio. Tutti quelli che mi conoscono sanno della mia identità, e mi riconoscono in quanto tale. Per gli altri sono un perfetto sconosciuto, al pari di Scoto Eriugena. Adesso, mettiamo che da piccolo, invece della mia identità, mi avessero detto che io sono davvero Scoto Eriugena, nato in Irlanda all’incirca nell’815. Magari inventando una data ed un luogo determinati. Io oggi sarei convinto di essere tale, se il mio contesto mi avesse sempre riconosciuto in tal senso. Potrei anche essere un pazzo convinto di essere Scoto Eriugena. Mi presento qui ed in altri luoghi virtuali e reali esponendo la mia convinzione. Horace dirà che sono matto, perché sa chi è il vero Scoto Eriugena, ma molti altri, la maggior parte, non ne ha mai sentito parlare e, se non sentisse Horace, mi prenderebbe sul serio. In tutto il mondo saranno dieci milioni di persone ad essere ottimisti, che conoscono il nome dello scolastico irlandese. Gli altri sei miliardi e ducentonovanta milioni non ne sanno niente. Ho quindi buone possibilità di essere davvero preso per Eriugena se in qualche modo nascondo la data di nascita, ma a questo proposito mi viene in mente il piccolo Buddha, ritenuto la reincarnazione del maestro.

Leggo furiosamente il De Praedestinatione ed il de Divisione Naturae, decine di volte finché non sono in grado di riscriverli come miei. Se Horace riesce ad allarmare il CIM che manda i portantini a prendermi, mi convincerei che essi sono gli sgherri di Gotescalco da Fulda che vogliono imprigionarmi per le mie idee sulla predestinazione invise alla Chiesa e che Carlo, questa volta, non mi ha potuto salvare. Oh, Carlo è il mio protettore, l’Imperatore Carlo il Calvo che più volte mi ha salvato e protetto contro chi voleva mettere me e le mie opere sotto processo per eresia.

In realtà è più semplice far tacere Horace e la sua pretesa di verità opposta alla mia. Come? Semplice, se ho accesso ad uno strumento mediatico abbastanza potente. Horace non avrebbe accesso ad esso e potrebbe dire la sua verità a poche centinaia o migliaia di persone ignare, mentre io potrei dire la mia verità a decine o centinaia di milioni di persone altrettanto ignare. Dopo la comunicazione, tutti saprebbero, ma vuoi mettere le convinzioni di centinaia di milioni contro quelle di poche migliaia?. La verità di Horace sarebbe nascosta ed apparirebbe la mia verità e cioè che io sono Scoto Eriugena. Il meccanismo è il medesimo di quello che avviene realmente con l’identità: è la convinzione individuale diffusa socialmente che la rende reale.

Allo stesso modo si creano le verità in questa società. Negli anni cinquanta autorevoli studi dimostrarono che il piombo nella benzina non era dannoso per la salute e così per decenni siamo stati avvelenati pesantemente, finché alla fine non è più stato necessario usarlo per migliorare la resa delle benzine. Il fluoro fa malissimo alla salute ed oggi in molti paesi del mondo è severamente vietato. Per decenni, però, ci hanno convinto che esso fosse utilissimo per prevenire la carie e qualcuno su questa menzogna ha guadagnato molto. Il fluoro è un residuo della lavorazione dell’alluminio e smaltirlo è difficile e costoso. In questo modo un costo si è trasformato in un ricavo in danno della salute di milioni di persone.

Qual è la conclusione di questo discorso? Che il reale ed il virtuale sono determinati allo stesso modo dalla coscienza, e che l’unica differenza è la mia consapevolezza di non essere Giovanni Scoto. Allo stesso modo opera la nostra convinzione che questo ambiente sia virtuale e l’altro reale. Ma questo è esattamente il contenuto della filosofia di Scoto Eriugena, e ciò comporta che in questo momento io sono Scoto Eriugena.

Proprio qui sta il punto. La mia coscienza è essenziale per la comprensione di questo mondo, del mondo in cui vivo. Non ho alcuna certezza che esso non sia virtuale al pari di Matrix. Non solo la certezza ma neppure una ragionevole probabilità. Il mondo è semplicemente inconoscibile, e gli oggetti che appaiono solidi e ben piantati in terra alla nostra vista ed al tatto, osservandoli bene si rivelano essere completamente vuoti, date le distanze siderali che intercorrono tra gli atomi e gli elettroni che li compongono, ed è impossibile distinguere una particella del mio dito da quella del tasto su cui batte.

Come ebbi modo di scrivere nel De Divisione Naturae, è l’anima umana ad essere responsabile di tutto ciò che esiste al di sotto del mondo intelligibile a partire dal suo stesso corpo. “Il Corpo, più esattamente, si dice quanto che quantità, perché quegli accidenti che si dicono naturali, quando si considerano naturalmente in sé stessi, sono incorporei ed indivisibili”. Potrà sembrare strano l’uso del termine “quanto” mille e duecento anni prima di Plank, ma tant’è. D’altra parte sull’ineffabilità della materia sosteniamo la medesima tesi. Come forse sapete, queste mie tesi mi valsero l’accusa di panteismo e la condanna che seguì nel 1225, in quanto fonte dell’errore di Amalrico di Bène.

Il problema etico potrebbe essere affrontato ponendosi dei limiti ben precisi. Tutti i partecipanti al gioco virtuale sanno che c’è un limite invalicabile. Ma non è proprio questo il punto?

Il limite, ogni limite dipende dalla nostra coscienza. Condivido in pieno ciò che dice Schroedinger in proposito. E questo è il contenuto essenziale del saggio di Partridge. Il quale “esplora una profonda continuità tra il film e il testo di Platone: entrambe le narrative privilegiano la conoscenza di sé che deriva da un corretto auto-esame”. Sia Neo che i prigionieri della caverna di Platone devono anzitutto scoprire ed accettare la verità sulla propria condizione per poter acquistare una più profonda conoscenza sulle verità fondamentali. Entrambi devono passare attraverso la traumatizzante esperienza che i sensi sono inadeguati e che possono essere sistematicamente ingannati. Entrambi devono ricorrere all’introspezione per trovare la verità sulla loro condizione. Finché restano nell’incoscienza, i virtuali di Matrix e i prigionieri della caverna non hanno difficoltà: quella che sperimentano è la loro realtà. Una volta scoperta e compresa la loro effettiva condizione nascono i problemi, poiché entrambi sono rifiutati da coloro che stanno all’interno del vecchio sistema e ne accettano le regole. La cura di sé stessi porta all’isolamento sociale, all’emarginazione. E’ comprensibile che chi si è adattato ad un sistema rifiuti una verità che dimostri che tutto quello che ha fatto e pensato fino ad allora era falso. Ma la via della conoscenza di sé è inevitabile. In questo senso la conoscenza porta alla sofferenza, ed in questo senso la sofferenza è connaturata alla condizione umana. Prendere coscienza dell’enorme Matrix in cui viviamo, dello stato di prigionia in cui siamo costretti, legati come siamo nella caverna di Platone ad osservare le ombre sui muri come sola fonte di conoscenza, e liberarcene, questo è il nostro destino e il nostro dovere. È un processo inevitabile se vogliamo salvare noi stessi dall’annientamento. E con ciascuno di noi, individualmente, salvare l’umanità intera dall’estinzione. E su questo destino e su questo dovere è possibile fondare le basi di una nuova etica individuale e sociale.

Giovanni Scoto Eriugena (forse)

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4 pensieri su “Matrix, la caverna di Platone e l’etica tra il virtuale e il reale. Una lettera di Giovanni Scoto Eriugena.

  1. Domenico De Simone ha detto:

    Ho scritto queste considerazioni su Matrix, Platone e l’etica di internet una decina di anni fa. Per la verità le ho scritte in un forum in cui si discuteva di Matrix ma senza affrontarne i temi essenziali. Così mi sono presentato con il nick di Giovanni, e dopo un poco ho rivelato la mia vera identità, ovvero Giovanni Scoto Eriugena. Ho messo insieme un po’ di questi post, togliendo le parti incomprensibili se avulse dal contesto. Mi ripromettevo da tempo di scrivere un testo unico di queste considerazioni, ma non ho avuto tempo e poi me ne sono dimenticato. Ora, che la questione etica nella società è tornata prepotentemente alla ribalta e soprattutto ora che la Matrix mostra il suo volto per chi la vuole vedere, sconvolgendo la vita di milioni di persone e rischiando di farci precipitare in una nuova guerra, che forse potrebbe essere l’ultima dell’umanità, ritengo sia necessario riflettere su questi argomenti. Il punto è: come costruiamo un’etica condivisa in una società che perde tutti i suoi riferimenti? In una società che si prefigura “senza il potere”?

    • usciredallorrore ha detto:

      L’hai detto tu stesso, ricominciando ad ascoltare la nostra coscienza. Sembra semplice, ma tutta la società è fatta per rimbambirci, per farci seguire ogni stupidaggine, fuorchè la nostra coscienza… Complimenti per l’articolo, e per il tuo lavoro in campo economico, che seguo da tempo.

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