La vecchia e la nuova politica e il M5S

Roma occupazione al mistero istruzioneL’amico e collaboratore Marco Giustini, osserva amaramente in un suo post su Facebook: “Io penso che la “colpa” storica sia nostra. Il movimento nato a Seattle nel 1999 avrebbe dovuto generare una istituzionalizzazione diversa da quella della sinistra storica. Non siamo stati capaci e quello spazio politico ci è stato ora scippato.

L’autore dello “scippo” è il M5S, con il quale pure ha collaborato a lungo e ne è stato esponente di punta nel panorama romano, ma dal quale si è allontanato per insanabili divergenze con il gruppo romano che, nonostante tutte le migliori intenzioni, ha assunto comportamenti di gestione del potere incompatibili con le dichiarazioni di intenti del Movimento. Faccio notare che prima di gettare la spugna, Marco ha provato a investire Grillo e il gruppo che fa capo al suo blog (che non è una Direzione strategica di un partito, né tanto meno un organo dirigente) della questione, ma questi ha declinato l’intervento. Comprensibile, perché appunto Grillo, al contrario di come viene percepito dalla stampa italiana, non è il capo di un partito, né tanto meno il gruppo che fa riferimento a lui è una struttura di potere. I recenti avvenimenti che hanno riguardato alcuni senatori “dissidenti” hanno rilanciato sul mediatico, e non solo in Italia, l’immagine di un Grillo “capataz” e despota. A prescindere dalla malafede dei giornalisti e in genere dalla volontà di colpire in tutti i modi il M5S, credo che questa rappresentazione sia inevitabile poiché legata ad un modo “vecchio” di osservare il mondo e soprattutto quello della politica.

Credo che Marco abbia ragione quando dice che nel 2001 si è persa una grande occasione. Non solo in Italia, ma in tutto il mondo il black blocmovimento nato dalla contestazione dei G8 e dei vertici del potere mondiale non ha saputo tradurre in prassi propositiva i suoi intenti di opposizione. Anche l’analisi era un po’ confusa, per la verità, poiché faceva riferimento generico ad una contrapposizione tout court alla globalizzazione sulla base dei testi di Chomsky (e fin qui fa bene) e di Naomi Klein (e questo era per me incomprensibile). La dicotomia non è tra globalizzazione e localizzazione, ma molto più profonda. Difendere il “locale” contro il “globale” finisce per riportare indietro l’orologio della storia, attraverso quelle idee del tutto prive di sbocco che fanno riferimento alla necessità di intraprendere una “decrescita” più o meno infelice. Il lato nobile di questa prospettazione è Rousseau e il mito del buon selvaggio, e il lato ignobile è l’idea tutta new age, di un mondo astratto, pieno di fiorellini spirituali. “Che cento fiori fioriscano, che mille scuole disputino il possesso della verità“, disse Mao Dse Dong lanciando la campagna dei “cento fiori” nel 1956 volta a riportare nell’ambito del ragionamento le dispute che si svolgevano invece sul piano della violenza fisica, anche all’interno dello stesso partito comunista, ma qui il problema urgente è che la verità è stata occultata, peraltro secondo la sua stessa natura di strumento che identifica il vincitore e non di essere lo strumento della conoscenza, e che per prima cosa occorre cambiare il senso stesso della ricerca della verità.

Circo_MassimoCome ho scritto più volte nei miei libri, non dobbiamo volere la verità, che è in sé il frutto di uno scontro di potere. Per quanto possiamo ritenere di essere i “migliori”, è nel termine stesso di verità che si trova l’inganno. Combattere, qualunque sia il suo fine, implica sempre uno scontro, una negazione dell’altro fino alla sua estinzione come soggetto autonomo, o attraverso la distruzione o attraverso l’assimilazione. I romani, su questo concetto di “verità” hanno costruito il loro Impero e chiunque ripercorra quelle strade, non potrà fare altro che ripetere quelle antiche esperienze di potere e di sopraffazione. Dobbiamo distruggere la “verità“, come strumento del potere, e cominciare a praticare la “comprensione” ed il “disvelamento” dell’essere. Ed in questa operazione, i meccanismi di potere che si celano dietro la “verità” ci appariranno in tutta la loro brutale natura di strumenti di oppressione e di inganno. Che ora si manifestano sotto forma di potere finanziario, attraverso i meccanismi ingannevoli e truffaldini del sistema di creazione della moneta e del suo uso per fini di potere. E finché non distruggeremo questi meccanismi, non sarà possibile nessuna disputa sulla verità, nessuna ricerca senza inganno, nessun progresso spirituale e materiale dell’umanità.

All’osservazione di Marco che ho riportato sopra e nel dibattito che ne è seguito, in cui si è parlato anche della “decrescita felice“, ho risposto in questo modo:

Caro Marco, hai ragione. Tuttavia osservo che la strada per la presa di coscienza passa attraverso mille sconfitte e che comunque è difficile smontare le vecchie costruzioni e farne di nuove che non somiglino alle vecchie magari imbruttite dal tempo e dalla mancanza di fantasia. Sappiamo bene che finché si ragiona in termini di potere cambierà ben poco. Anche se apparentemente cambia tutto, sarà quel cambiamento di cui parla il giovane Tancredi nel Gattopardo, cambiare tutto per non cambiare nulla.

Finché non si costruisce un modo diverso di generare relazioni sociali cadremo sempre nelle vecchie trappole e faremo sempre i vecchi sogni, ormai diventati incubi. Lo sappiamo e il progetto Faz ha questo ambizioso obiettivo. Ma è difficile schiodare le persone dalle loro vecchie abitudini. Quante stelle abbiamo visto salire in cielo e precipitare negli abissi in meno di un attimo? Siamo stati entrambi attirati dal progetto del M5S di costruire un nuovo modo di fare politica. Tuttavia il materiale umano è quello che è, un perfetto spaccato della società italiana intrisa di individualismo, di bizantinismi, di corruzione, di ignoranza, ma anche con ventate di grande idealità e creatività che rendono gli italiani unici nel mondo. Sapevamo perfettamente che se non cambi la base materiale, la struttura dei rapporti economici, è impossibile cambiare la sovrastruttura. Qualche anno di Marx e di Althusser saranno pure serviti a qualche cosa. Purtroppo sono in pochi a leggere e quello che dico è come la semina di cui parla Giovanni nel Vangelo, che per lo più finisce sui sassi e su terra sterile.

Il M5S voleva essere un terreno fertile, ma nelle istituzioni, come ben sapevamo, rischia di trasformarsi nella ennesima versione del Manifesto, poi del Pdup, poi di Rifondazione, poi del PC d’I, poi dei Verdi, poi di SEL e scusatemi se ho dimenticato qualche versione dello stesso fenomeno, ma visti dalla mia prospettiva e dalla mia età mi sembrano tutti uguali. Sono tutti uguali. È banalmente ovvio che devi trattare, discutere, fare compromessi, occupare spazi di potere, entrare nelle logiche spartitorie. Esattamente quello che il M5S NON vuole fare. Il problema non è di etica individuale, ma di struttura. Nel vecchio PCI, tranne la cricca dei “miglioristi” che si vede ora chiaramente dove ci ha portati, la grande maggioranza era fatta di gente onesta e capace, operai, contadini, intellettuali animati da grandi idealità. Ora, quella idealità, dopo decenni di scontri, incontri, discussioni, spartizioni, lottizzazioni eccetera, è svaporata in quel calderone capitalistico-massonico che è diventato il PD. Lo sapevamo, caro Marco e vorremmo che il M5S non faccia la stessa fine, e la ragione per cui il mediatico distorce tutto quello che dice è semplicemente nel fatto che la maggior parte delle persone, anche in perfetta buonafede, non capiscono che la novità sta nell’uscire da queste logiche. Vivono chiusi in una scatola e pensano che fuori di essa non ci sia nulla, non diversamente dagli abitanti di un villaggio medioevale che vedevano come nemici tutti quelli che stavano fuori da esso, anche se a pochi chilometri di distanza. Il sistema ammalia, corrompe, l’animo oltre che il portafoglio, inciucia e aggrega, finché rende l’altro simile a sé stesso. È l’antica regola della pax romana, che viene da “pangere” che significa portare nel proprio ambito e rendere simili a sé stessi. L’hanno fatto i Romani, costruendo strade, fora, arene e mercati in tutta Europa e lo fanno gli americani, costruendo McDonald’s, Nike e Sky in tutto il mondo, dopo aver mandato le portaerei come i Romani mandavano le legioni. Grillo ha la sensibilità politica per capire che se il M5S si mette a “fare politica” come gli altri, anche se con tutta l’onestà possibile (ma NON è quello il problema), diventa simile agli altri e cerca di mantenere la “differenza”, quella del pensiero debole di Vattimo che mai come in questa circostanza, diventa un pensiero forte e decisivo. Però sappiamo anche che oltre a questo, il M5S non ha un progetto di trasformazione della struttura e quindi ogni sforzo è vano se non lo si elabora. È questa la contraddizione del M5S, non aver buttato fuori qualcuno che cominciava a ragionare esattamente come i suoi nemici. Senza un progetto di trasformazione della struttura, non si cambia nulla, anche se il M5S dovesse prendere la maggioranza assoluta (cosa di cui dubito fortemente). E la trasformazione della struttura, come ben sappiamo, non è uscire dall’Euro, o gestire il potere in modo onesto (che pure è necessario), ma cambiare la natura stessa del sistema economico, uscire dal capitalismo, abbattere le logiche del potere. Grillo ha capito qual è la contraddizione, ma non ha gli strumenti per risolverla. Noi possiamo darglieli, ma non è facile farlo capire. Ma quella è la direzione, l’unica possibile per uscire da questa follia in cui ci ha cacciati un sistema che ora ci porta dritti alla guerra. Dritti e istupiditi, con l’elmetto in testa, come nella prima guerra mondiale. Non possiamo fare altro che insistere. Ne va della salvezza non solo del popolo italiano, ma di tutta l’umanità. La guerra è dietro l’angolo, e con la guerra oggi può arrivare l’estinzione dell’umanità. Non abbiamo molto tempo, purtroppo.

La “decrescita” è una idiozia. Scusami il linguaggio diretto e brutale, ma non saprei come altro definirla. Qui non si tratta di tornare al mito del buon selvaggio, che era selvaggio e non era buono affatto, né di abbandonare l’età dei consumi tornando indietro e sacrificando il consumo sull’altare della morigeratezza. L’età dei consumi è già stata abbandonata, in un mondo in cui i due terzi della produzione sono attività che non si consumano ma si fruiscono. L’immateriale non si consuma ed applicare ad esso le stesse logiche della produzione di grano o di acciaio è semplicemente stupido. Il salto di paradigma non è mai indietro, perché non sarebbe un salto di paradigma ma l’ammissione di una sconfitta, ma è verso un mondo diverso. E per costruirlo, dobbiamo distruggere l’essenza stessa del capitalismo, gli interessi sul capitale monetario. Fuori dal capitalismo, c’è il mondo che ci aspetta, ancora per poco. Poi, quando sarà distrutto dalla follia del pensiero forte e totalizzante del capitale, non ci aspetterà più. Non avrà più nulla da aspettare, non ci sarà più l’umanità. Questo tempo è una svolta epocale, molto più profonda di quella che ha segnato la rivoluzione francese, che comunque segnava “solo” il passaggio di una classe al potere al posto di un’altra. Qui si tratta di eliminare la stessa logica del potere, se vogliamo sopravvivere. È quella che ci sta portando verso la distruzione, che ha costruito gli strumenti della distruzione del mondo. Sono fiducioso del fatto che il nostro patrimonio genetico, che pure è già intervenuto per difendere sé stesso nel passaggio tra le società gilaniche (o matriarcali) e il patriarcato, anche questa volta spinga gli umani verso un nuovo passaggio, e questo non può che essere la distruzione della stessa logica del potere. Non abbiamo nessuna certezza e i passaggi così complessi sono difficili. Può anche darsi che l’umanità sia destinata a perire ed il suo posto nell’universo sia preso da nuove generazioni di computer intelligenti e di cyber esseri in grado di replicarsi. Se sono scomparsi i dinosauri, possiamo ben scomparire anche noi. D’altra parte con le logiche della guerra e della distruzione è difficile che possiamo avere un posto nell’universo.

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3 pensieri su “La vecchia e la nuova politica e il M5S

  1. Beniamino Altezza ha detto:

    Su Grillo mi sono già espresso su fb: proprio in quanto il suo programma è perlomeno “incompleto” non ci può permettere di tacitare le voci fuori dal coro. E all’incompletezza non si può porre rimedio, in nessun caso: è un difetto di tutte le previsioni fatte a priori: non è che nel programma del pd, -almeno quello pubblico per il quale è stato votato- ci fosse la guerra in Ucraina e cosa fare in questo caso.

    L’intelligenza collettiva viene fuori dal dialogo, da un magma di idee che poi devono essere convogliate al momento del voto. Non è il caso delle recenti espulsioni, dove non c’era stata indisciplina di voto e nemmeno nel restituire i soldi, ma solo voler esprimere una visione alternativa. A meno che non si pensi à la Fidel Castro e cioé “A Cuba le elezioni si tengono regolarmente, ma non ci può essere più di un partito, perché se noi siamo l’incarnazione del vero partito comunista, un altra lista sarebbe necessariamente anti-comunista”.

    L’argomento della Decrescita, è la vera innovazione prodotta dal Movimento No Global e pertanto dal commento che ti stavo scrivendo ne ho tratto un post che puoi leggere a questo indirizzo:
    http://amicidellambiente.com/i-no-global-e-la-teoria-della-decrescita-felice/

    • Domenico De Simone ha detto:

      Caro Beniamino, il tuo discorso è perfetto se non fosse che è assolutamente astratto. A prescindere dal fatto che la presenza in Parlamento di rappresentati del M5S non era volta a trovare accordi con chicchessia, poiché altrimenti tutto quello che è stato detto a proposito della totale equiparazione del PDL e del PD non avrebbe senso, i rappresentanti sono stati mandati non in quanto politici, e quindi portatori di un proprio progetto politico, ma in quanto portavoce del movimento. Capisco che è difficile da digerire questa cosa, ma il luogo deputato alla formazione della volontà politica NON deve essere il Parlamento, almeno finché si sta nell’emergenza. E l’emergenza è data dal totale vuoto di democrazia che comporta la struttura parlamentare e statuale, che invece, è diventato il luogo di conciliazione degli interessi delle lobbies. Il tuo ragionamento presuppone che queste istituzioni siano alla fin fine “democratiche” e che basti riformarle, cacciare via i corrotti, mettere gli onesti, eccetera, per farli ritornare strumenti di democrazia reale. Io penso che questo non sia possibile, che la democrazia parlamentare è una finzione che nasconde il dominio e la dittatura del capitale sugli uomini e sulla vita in genere. E non lo penso perché me lo ha detto Grillo, ma dal lontano 1968, quando la democrazia reale la cercavamo nelle strade, nelle assemblee, nei comitati di quartiere, nel coinvolgimento della gente, degli operai degli studenti, nella costruzione di un’alternativa. Alternativa che non consisteva nel votare un altro partito, poiché avevamo scontato la disillusione del PCI di cambiare il gioco, ma nel costruire altre forme di espressione democratica. E i partiti in parlamento erano dei meri rappresentanti del movimento che stavano lì più che altro per una funzione di denuncia e per scoprire e cercare di impedire le porcherie più grosse. Quello che dice il M5S non è nuovo, ha cinquant’anni di vita, non solo in Italia, ma in Francia, in Germania, negli USA, in Inghilterra. Insomma, quasi in tutto il mondo. Se no quell’esplosione di contestazioni e di rivolte non si spiega, non avrebbe avuto alcun senso. Se ci pensi il principio dell'”uno vale uno” è esattamente espresso nel voto. Ti sembra democratico? Ritieni che sia possibile recuperare queste istituzioni borghesi ad un ruolo realmente democratico, oltretutto ora che la borghesia è di fatto scomparsa? Questo credo sia l’essenza del problema. Forse dovrei scriverci qualcosa di più approfondito e lo farò, ma nei miei libri l’impotenza della “democrazia borghese” di fronte al potere del capitale, soprattutto nella sua ultima versione di capitale finanziario, è evidente. Non si tratta di mettere gli onesti e cacciare i corrotti, si tratta di essere realisti. Era scritto su un muro della Sorbonne: “Siamo realisti, facciamo l’impossibile” .

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