L’oppressione burocratica e il lavoro che non c’è

jobcashandhopeLe nuove tecnologie stanno per sostituire l’uomo in ogni settore della produzione di beni materiali ed in molti di quelli immateriali. La svolta è il reddito di cittadinanza

Dobbiamo fasciarci la testa per la scomparsa del lavoro in fabbrica? Anche se non lo dicono esplicitamente, per non essere tacciati di luddismo, la reazione di sindacati e governi e, in genere di tutti quelli che chiedono un lavoro è che l’automazione delle fabbriche sia una vera e propria iattura. Di qui la generale richiesta di mantenere i livelli occupazionali nell’industria anche in presenza di forti investimenti sull’automazione. Anche molti intellettuali ed economisti di sinistra e di destra si sforzano per fornire consigli per far tornare i bei tempi degli anni del boom economico, quando si sfiorò in Italia la piena occupazione.

Ognuno ha la sua ricetta, dall’estremismo liberale al dirigismo sindacale tutti cercano di resuscitare il fantasma delle fabbriche di una volta, che, in breve tempo, creavano centinaia di migliaia di posti di lavoro di lunga durata.

La verità è un’altra. La fabbrica è destinata alla completa automazione, e prima il processo si completa e meglio è. Le nuove tecnologie stanno per sostituire l’uomo in ogni settore della produzione di beni materiali ed in molti di quelli immateriali.

Vi faccio un esempio tratto dal libro di J. Rifkin. La vaniglia è una componente essenziale per la produzione di dolci e gelati nel mondo, e la sua produzione è praticamente monopolio di due paesi del mondo, il Madagascar e le Isole Comore, che da soli coprono il 98% del fabbisogno mondiale. Il prezzo mondiale del prodotto si aggira sui 1.200 dollari americani per libbra. Con le nuove biotecnologie, la Escagenetics sostiene di poter produrre vaniglia dell’identica qualità al prezzo di 25 dollari la libbra.

E’ evidente che in breve tempo la produzione industriale si avvarrà di questi prodotti genetici e che la battaglia ingaggiata da quei paesi contro i prodotti transgenetici, che colpiscono così duramente i loro interessi economici, è persa in partenza. Come si possono salvare gli abitanti del Madagascar e delle Isole Comore quando nessuno comprerà più la loro vaniglia? Solo per mezzo di una radicale riconversione agricola o industriale, così come è accaduto all’inizio del secolo negli Stati Uniti, quando l’80% della popolazione era impiegata nell’agricoltura mentre oggi questa percentuale non supera il 2%. E per evitare la fame e la miseria di tutta la popolazione di questi due Stati c’è solo il Reddito di Cittadinanza.

Insomma le nostre fabbriche sono nella stessa situazione del Madagascar di oggi: se non si riconvertono e riducono i costi di produzione (e quindi i prezzi) c’è qualcuno che compra altrove la vaniglia a prezzi di gran lunga inferiori. Ma così facendo devono espellere milioni di persone dal processo produttivo e ciò, oltre ad essere immorale, è fortemente antieconomico, dato che i disoccupati consumano molto meno degli occupati e trattengono per sé le poche risorse di cui dispongono.

Resistere all’automazione della produzione è come pensare di fermare le onde del mare con le mani: si finisce inevitabilmente per fare il bagno.

Un amico psichiatra, qualche tempo fa, mi raccontò tra il divertito e il preoccupato, il sogno ricorrente che angustiava le notti di un suo paziente economista.

Egli sogna che il sistema della concertazione sia immutabile: tasse e contributi sociali crescenti sul lavoro, i disoccupati assistiti da una burocrazia invadente che indaga sul loro desiderio di trovare un’occupazione, un sindacato che controlla rigidamente gli occupati cercando, senza riuscirvi, di frenare l’emorragia di posti di lavoro e di iscritti. L’automazione invade pian piano, tutti i settori della produzione e, con le successive generazioni di computer intelligenti, anche il lavoro intellettuale. Una pletora sempre maggiore di assistiti vive dell’elemosina di Stato, costretta a decine di adempimenti quotidiani per dimostrare la propria buona fede nel non riuscire a trovare un nuovo lavoro. Alla fine anche la burocrazia viene attaccata dall’automazione, e pure i burocrati, licenziati dal Ministero, sono costretti a fare la fila dinanzi al super computer che verifica la loro buona fede ed il loro diritto ad ottenere l’assistenza sociale. Sui pochi lavoratori rimasti gravano contributi enormi. Il loro stipendio è aumentato in misura stratosferica, ma dato che sulla loro attività si fonda la sussistenza di tutta la popolazione, i contributi e le tasse raggiungono il 99,999999% del salario. Ad un certo punto rimane un solo operaio, il cui lavoro consiste nello spingere un bottone la mattina per avviare l’intero sistema produttivo, e nel risospingerlo esattamente dopo tre ore, dodici minuti e trentasette secondi di lavoro, per far terminare la produzione. Tutta la popolazione del paese dipende dall’attività di quest’unico operaio. Il Sindacato, di cui è il Membro Unico, i Partiti, le Istituzioni Democratiche (si chiamano ancora così), le Banche, la Previdenza Sociale, l’Assistenza, l’Istruzione, la Sanità, l’Esercito, insomma, l’intera popolazione del paese dipende dall’attività di quell’uomo. Se egli si ammala, o va in ferie, il paese va a rotoli. Per la verità, si era anche pensato di trovargli un sostituto nell’evenienza di un suo impedimento. Poi, però, gli economisti avevano denunziato che non c’erano i fondi per poter pagare uno stipendio così elevato(!), i sindacati si erano opposti alla riduzione del salario del lavoratore unico(!!), e allora anche gli aspiranti sostituti erano andati ad ingrossare le fila dei disoccupati assistiti. Il lavoratore si lamentava del costo eccessivo del sistema previdenziale e fiscale, che gravava interamente sul suo stipendio, e tutti si lamentavano della mancanza di lavoro. Nessuno era in grado di vivere senza pensare a cercare un lavoro produttivo, dato che l’etica dominante era rimasta quella del lavoro.

Il lavoratore si ammalò una mattina, dopo aver avviato, come tutti i giorni, il sistema di produzione. A fine turno non gli fu possibile disinnescarlo, poiché era finito all’ospedale con l’infarto. Governo, Sindacati, forze politiche ed economisti si riunirono in seduta permanente per cercare di dare una risposta alla scomparsa del lavoro, ma non riuscirono a venire a capo del problema.
Non accadde alcuna catastrofe, come avevano predetto economisti, politici e sindacalisti. La produzione si moltiplicò all’improvviso, i prezzi caddero vertiginosamente e la gente si accorse che si poteva vivere avendo quasi tutto a disposizione, senza denaro o quasi. Nei giorni seguenti in molti si rifiutarono di compilare i soliti moduli: una ventata di libertà traversò tutto il paese. Economisti, politici e sindacalisti furono cacciati durante una gioiosa sollevazione popolare. Alcune sedi di partiti e sindacati furono chiuse d’autorità, mentre in un riprovevole eccesso di entusiasmo, qualcuno diede fuoco ad una biblioteca di testi di economia. Nessuno fu ucciso, ma certo volarono numerosi ceffoni e calcioni nel sedere. La gente scoprì che la libertà consisteva nel vivere senza lavoro, senza burocrazia, sindacati e politica. E soprattutto senza gli economisti.

Il paziente si risveglia tutto sudato, guarda terrorizzato fuori della finestra, e poi, pian piano, si tranquillizza, rendendosi conto che tutto è rimasto come prima. La cosa preoccupante – conclude il mio amico psichiatra – è che il paziente manifesta chiari sintomi di schizofrenia, dato che non si rende affatto conto che l’incubo è la realtà e non il suo sogno”.

La morale di questa storia, che potremmo chiamare l’incubo della concertazione, è che per il potere non c’è alcuno spazio per la libertà.

Il potere è l’antitesi della libertà, e il suo scopo è quello di opprimere la popolazione per giustificare la propria esistenza, anche quando evidentemente non ce n’è più alcuna necessità.
Il fondamento di questa oppressione è l’etica del lavoro. In questa ottica, la scomparsa del lavoro, invece di essere vista come una liberazione per l’umanità, diviene una colpa da giustificare dinanzi all’apparato burocratico per poter ottenere la concessione di poter rimanere in vita. Solo nei giorni più bui del potere tirannico, il diritto di rimanere in vita è stato messo in discussione. In genere, però, solo per coloro che potevano costituire un pericolo per il tiranno di turno. Qui, invece, l’oppressione coinvolge tutti i cittadini, e per tutti è messa in pericolo l’esistenza.

Gli strumenti per il controllo e l’oppressione dei cittadini sono perversi. Tutti sono costretti ad una serie innumerevole di adempimenti fiscali, ed un semplice errore produce conseguenze drammatiche. L’errore è sempre in agguato, anche se si è degli esperti del settore fiscale, e le sanzioni sono in genere assurdamente elevate. Ricordate quel venditore ambulante di chincaglierie, apparso qualche anno fa in un noto talk show, che era stato multato di 14 miliardi di lire dal fisco? Qualunque cosa avesse commesso, non avrebbe potuto guadagnare quella somma nemmeno lavorando per sette vite consecutive. Che senso ha infliggere una simile sanzione a quel poveretto? Eppure tutto appariva perfettamente legale. Il sistema di sanzioni prevedeva proprio multe di quell’ammontare per le irregolarità commesse dall’ambulante. La sua unica prospettiva era quella di smettere con la propria attività, misera quanto si vuole, ma pur sempre libera, per affidare interamente se stesso e la propria famiglia al sistema di assistenza pubblica.

Che cosa ha punito il sistema fiscale in quel disgraziato? L’idea di libertà che egli, seppure inconsapevolmente, coltivava. E che l’aveva spinto a cercarsi un lavoro ingrato e ed incerto come quello di vendere paccottiglia di dubbia qualità per le strade di Napoli, lavoro con cui poteva a mala pena assicurarsi la sopravvivenza.

Alcuni dicono che a volte, come in questo caso, la burocrazia è stupida ed ottusa.
Non è così. Il sistema è sempre oppressivo ed ottuso, perché è nella sua natura esserlo. Il suo obiettivo non è l’equità sociale ma l’oppressione della gente. Per raggiungere tale scopo, il sistema deve seminare il terrore tra i cittadini e tra le aziende. Agitando falsamente gli ideali della giustizia sociale, del dovere di aiutare i meno fortunati e di dover garantire a tutti i servizi pubblici essenziali, quali la sanità e l’istruzione, il sistema deve estorcere alla popolazione produttiva le somme necessarie per alimentare il regime finanziario.

La sanità come l’istruzione, infatti, producono essenzialmente burocrazia. Il sistema sanitario è allo sfascio da tempo e se gli ospedali ancora non hanno chiuso, lo si deve solo all’abnegazione della maggior parte del personale medico e paramedico. Lo stesso vale per l’istruzione pubblica, che da tempo ha smesso di produrre cultura per generare invece burocrazia ed ottusità. Anche qui, se le scuole pubbliche ancora non hanno chiuso i battenti, lo si deve all’abnegazione degli insegnanti veri che sono rimasti nella scuola nonostante tutto, e all’infinita pazienza degli studenti e dei loro genitori. L’invasione della burocrazia non ha risparmiato alcun settore della vita pubblica. La giustizia, i trasporti pubblici, la difesa, la polizia sono simboli di sprechi e di inefficienza a mala pena tamponati dalle qualità individuali che pure l’amministrazione contiene.

Tanta inefficienza, nasce dal fatto che lo scopo principale della burocrazia non è quello di erogare il servizio per cui è stata creata, ma quello di garantire al potere politico il controllo dei cittadini e del territorio. La politica di assunzioni nelle amministrazioni pubbliche è spesso stata improntata a criteri clientelari, e la stessa erogazione dei servizi è subordinata in genere agli stessi criteri, ovvero alla corruzione dei funzionari. Il disfacimento del potere politico sta mettendo a nudo l’inutilità e la perversione del sistema burocratico, prima coperte dal velo dell’ideologia solidaristica agitato dalla politica.

Il sistema delle leggi vigenti in Italia è quanto di più perverso si possa immaginare. Anzitutto, non sappiamo con esattezza quante siano le leggi effettivamente in vigore. Leggende metropolitane parlano di un numero che oscilla tra le 150.000 e le 180.000. L’ultimo censimento conosciuto fu fatto nel dicembre del 1996 dal Presidente della Camera, che dichiarò solennemente che il numero delle leggi in vigore era di 50.000. Il fatto che il numero espresso dal Presidente della Camera fosse un numero tondo, indica che nemmeno alla Camera dei Deputati conoscono tale numero con esattezza. Eppure tutti i cittadini devono conoscere le leggi, poiché ignorarle non esime dalla colpa nel caso di violazione, secondo il famoso principio “ignorantia legis non excusat“.

L’Ufficio per lo sviluppo della coscienza civica del contribuente (istituito con il DPR 27 marzo 1992, n° 287, Art. 9) ha prodotto una pregevole agenda per il contribuente in cui vengono ricordate tutte le scadenze fiscali e i pagamenti da effettuare. L’agenda ricorda la bellezza di 126 adempimenti in un anno, vale a dire uno ogni due giorni, considerando i giorni festivi e le ferie. Un artigiano deve affrontare 292 voci diverse di imposta, da 60 a 100 scadenze all’anno, tre diversi sportelli di pagamento e almeno un pagamento ogni 11 giorni. Provate ad eludere uno di questi adempimenti e una valanga travolgerà voi e la vostra azienda, per quanto piccola sia, come ha travolto quel venditore ambulante, sepolto sotto una multa da 14 miliardi di lire.

E’ così che il potere ruba la vita ed il tempo dei cittadini. Che non sono più tali, ma sudditi, essendo assoggettati ad un potere oscuro ed arrogante che vuole entrare in ogni aspetto della loro vita. Sapete che due artigiani, marito e moglie, fino a qualche tempo fa dovevano avere due toilette nel loro negozio (la sanzione è la galera)? E che è consentita la pesca del mollusco gasteropode Sphaeronassa mutabilis, comunemente nota come lumachina di mare, solo se è più lunga di 20 cm (anche qui la sanzione è la galera)?

Di fronte all’oppressione fiscale dello sceriffo di Nottingham, molti cittadini e castellani si rifugiarono nella foresta di Sherwood con Robin Hood, in attesa che tornasse dalla Terra Santa Riccardo Cuor di Leone e ripristinasse la legalità. In questa società, però, non si riesce a stare in pace nemmeno nella più sperduta campagna.

Gli ordinamenti democratici nati dalla rivoluzione francese si uniformavano ad un principio fiscale fondamentale: “No taxation without representation“. Per stabilire questo principio i coloni americani si rivoltarono contro l’Inghilterra che voleva imporre un tributo sul tè. Su questo stesso principio dovrebbe essere fondato il nostro ordinamento.
Il Parlamento nasce essenzialmente con poteri di controllo della spesa pubblica effettuata dai sovrani, e per istituire un regime fiscale equo e commisurato alle effettive capacità contributive di ciascun cittadino. Si trasforma invece, nella più perversa macchina di produzione incontrollata di spesa indirizzata non all’erogazione di servizi per i cittadini bensì all’acquisto di voti per mezzo della distribuzione di prebende. Peggio che nei più oscuri periodi di assolutismo monarchico.

In conclusione, una parte dei costi dello Stato sono effettuati a fronte di servizi inutili ed inefficienti, l’altra parte va ad alimentare il sistema finanziario attraverso il doppio sistema dell’erogazione di interessi sul debito pubblico e dell’emissione in deficit di moneta priva di corrispettivo, erogazioni che remunerano la creazione di denaro virtuale da parte del sistema bancario. Gli eccessi di produzione di denaro vengono assorbiti dall’inflazione, oppure da una stretta fiscale e creditizia che rallenti la circolazione del denaro. L’effetto è che se da un lato la struttura finanziaria riesce a crescere e prosperare, dall’altro il sistema economico viene soffocato e con esso il tenore di vita della gente diminuisce fino ai limiti della sopravvivenza.

In questo contesto la creazione di posti di lavoro è divenuta un’espressione priva di senso. Non solo per le ragioni esaminate prima, della progressiva scomparsa del lavoro dipendente dai settori primari dell’industria e dell’agricoltura, ma anche perché un sistema economico reso inefficiente e non competitivo dal fisco e dalla burocrazia, non crea proprio alcunché, se non prospettive di fuga per imprenditori e cittadini. E infine perché come vedremo in seguito, l’aumento della produttività e dell’efficienza passa attraverso la riduzione dei posti di lavoro. Che senso ha incitare gli imprenditori ad effettuare investimenti per l’occupazione quando tutti sanno benissimo che l’efficienza produttiva passa attraverso la riduzione dei posti di lavoro?

E allora? Il futuro che ci viene prospettato è l’incubo della concertazione, quel mostruoso sistema di dipendenza da strumenti e ideologie morte e di asservimento fisico e psicologico che impedisce ogni spazio di libertà, di creatività, di umanità. E il cui architrave ideologico è l’etica del lavoro.

Dobbiamo liberarci proprio di questa per comprendere come si può uscire dall’incubo. Per capire dove si siano nascoste le immense risorse dell’umanità, per comprendere che la tecnologia può e deve essere al servizio dell’uomo e non il contrario.

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5 pensieri su “L’oppressione burocratica e il lavoro che non c’è

  1. enrico di valerio ha detto:

    Illuminante riflessione, conferma quanto filosofia ed economia vadano a braccetto.
    Peccato che ci ria questo bombardamento mediatico, (per mancanza di capacità intellettuale o quanto voluto, non so) che devia dalle reali problematiche facendo concentrare, pensare e a volte lottare su “altro”.
    Peccato anche che una tale capacità riflessiva non abbia una più adeguata platea.

    Complimenti e grazie. enrico da roma

  2. pietrochag ha detto:

    Leggendo questo testo, potrei pensare che nulla è lasciato al caso. Invece penso che non è così. Non può essere così. Non deve essere così… . non dovrebbe…. mi pare…. Oppure…Op… ma no dai, questa fantapolitica, mica quei signori sono lì per farci soffrire! Complimenti, bellissimo articolo! Ciao

  3. Marcella Nesset ha detto:

    ” Provate ad eludere uno di questi adempimenti e una valanga travolgerà voi e la vostra azienda …”
    Tutto ciò mi ricorda Kafka, “il processo”: è la lotta del comune cittadino contro un potere impersonale e invincibile, che fagocita gli uomini con la sua irrazionalità. Ecco, direi proprio che ormai viviamo in “sistemi politici ed economici irrazionali”.

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