Burocrazia e fiscalità oppressiva

Burocrazia e fiscalità oppressiva   Quando ero ragazzo, mio padre mi spiegò cosa fosse la burocrazia, e per farmi capire bene mi raccontò una storiella.

“Due leoni si incontrano a villa Borghese a Roma: uno era pallido ed emaciato, magrissimo, quasi scheletrico, dall’aria rassegnata e stanca. L’altro, invece, era grasso e ben pasciuto, ma fortemente preoccupato ed allarmato. Quello grasso si rivolge al compagno chiedendogli cosa gli fosse capitato per essersi ridotto in quelle condizioni. E quello gli racconta la sua storia. “Io vivevo al giardino zoologico, e stavo benissimo. Bistecche tutti i giorni, vita tranquilla, leonesse affettuose. Qualche mese fa, al Ministero, vince l’appalto per le forniture alimentari dello Zoo, una ditta che aveva fatto un’offerta molto bassa per il servizio, e molto generosa per i funzionari. Questa nuova ditta, non so se involontariamente o meno, commette un errore per me tragico: mi attribuisce la dieta delle scimmie, a base di noccioline, invece di quella dei leoni, tutta di carne.

Capirai, a forza di noccioline, avevo sempre fame e così, ho protestato energicamente con il guardiano. Lui disse che il problema era molto serio, e mi consigliò di fare una domanda in carta da bollo per chiedere il ripristino della dieta originaria. Passarono alcuni mesi ma non accadeva nulla, finché, come vedi, sono diventato così magro da passare attraverso le sbarre. E tu come mai sei così spaventato? Non mi pare che il cibo ti sia mancato.” L’altro leone gli raccontò la sua storia: “Io sono fuggito dal circo e mi sono rifugiato negli scantinati del Ministero. Lì stavo benissimo. Ogni giorno passava un funzionario, un sottosegretario, un impiegato: io lo mangiavo ma nessuno si è mai accorto di nulla. Un giorno ho persino mangiato un Ministro, bello grasso e pasciuto ma, nonostante i miei timori, non è successo niente lo stesso. Oggi, però, ho commesso un gravissimo errore: ho spaventato il ragazzino del bar che stava portando i caffè; non volevo mangiarlo, dato che è piccolo e magro, ma intendevo solo giocare un po’ con lui. Dopo cinque minuti, invece, tutto il Ministero, la Polizia, i Carabinieri, persino i Servizi Segreti erano in subbuglio e hanno cominciato a darmi una caccia spietata! E così sto cercando un posto dove rifugiarmi, ma sarà difficile trovarlo, dato il loro accanimento”.

Mio padre, che era magistrato e conosceva bene il suo pollaio, ambientava la storiella nel Ministero di Grazia e Giustizia, ma credo che in una qualunque altra istituzione pubblica dello Stato, la storia avrebbe avuto lo stesso epilogo. La morale della favola è evidentemente la perfetta inutilità della burocrazia.

La conseguenza di tale perfetta inutilità è che, per giustificare la propria esistenza, i burocrati tendono a crearsi il lavoro, ammantandolo di sacralità e di necessarietà.

Ciò è particolarmente vero nell’amministrazione della finanza: ogni anno vengono emessi centinaia di provvedimenti che modificano in maniera sostanziale la disciplina esistente, costringendo il cittadino ad un lavoro improbo per non commettere errori.

L’obiettivo è proprio quello di fargli commettere errori allo scopo di giustificare sempre più la propria esistenza ed il potenziamento delle proprie strutture. Il sacro è rappresentato dalla “lotta all’evasione fiscale“, che è presentata come strumento di giustizia sociale. Ci dicono che se non ci fosse l’evasione fiscale, lo Stato non avrebbe i problemi finanziari da cui è afflitto, e che è quindi necessario combatterla per ottenere una società più equa e giusta.

Sono almeno quarant’anni che ogni anno si sente la stessa storia: in Italia si sono alternati governi di ogni colore e tipo ed ogni volta, il ministro delle Finanze di turno ha assicurato che la lotta all’evasione fiscale sarebbe stata senza quartiere ed avrebbe cancellato la vergogna dal paese, venendo puntualmente smentito dalle medesime dichiarazioni del Ministro che lo seguiva.

Ora i casi sono tre: 1) l’imbecillità regna sovrana da quarant’anni nei Ministeri delle Finanze (e in generale nei palazzi della politica) e non si riesce a trovare una maniera per stanare gli evasori, 2) non si vuole colpire l’evasione fiscale, 3) non si può colpire l’evasione fiscale.

Che la politica sia sempre più affollata di imbecilli è esperienza quotidiana di tutti, ma francamente non mi sembra questa la soluzione. Come non mi sembra nemmeno sensato sostenere che manchi la volontà politica di ridurre l’evasione entro limiti fisiologici, dato che i governi che si sono succeduti dal dopoguerra appartenevano a tutti (o quasi) gli schieramenti politici. Il problema è un altro.

Non si può eliminare l’evasione fiscale perché senza di essa il sistema crollerebbe in pochi giorni.

Ci sono interi settori della produzione che alternativamente diventano antieconomici, e l’evasione fiscale rappresenta l’ammortizzatore finanziario che consente loro di rimanere sul mercato, o fino alla fine della crisi del settore, o fino alla loro scomparsa e sostituzione con altre produzioni economicamente più convenienti.

In altri termini, i settori della produzione che navigano nella fascia dell’evasione fiscale sono quelli che senza di essa non potrebbero sopravvivere, e che, se chiudessero bottega, infliggerebbero un colpo mortale all’intero sistema produttivo. La cifra indicata di 300 mila miliardi di evasione l’anno, sta ad indicare che una quota superiore al 30% della produzione sta ai margini tra la sopravvivenza e la chiusura.

Immaginate che cosa succederebbe se il 30 per cento delle attività produttive chiudessero di colpo o quasi? Alcuni milioni di persone a casa senza lavoro, la produzione nazionale che frenerebbe in maniera drammatica, altre attività, svolte nella perfetta liceità fiscale che dovrebbero rallentare fino a fermarsi, dato che parte del loro indotto è costituito dalle aziende marginali. E’ ovvio che nessuna persona di buon senso può desiderare una simile catastrofe, e così, da un lato si lanciano campagne contro l’evasione fiscale e dall’altra non si fa nulla di serio per eliminarla.

E’ un bene che le aziende in questione restino sul mercato, nonostante riescano a coprire a mala pena i propri costi? Ovviamente, in un sistema economico sano la risposta è no. Queste aziende non producono attività economiche, dato che non guadagnano, anche se il loro prodotto viene calcolato nel PIL nazionale. Se esse fossero chiuse, però ci sarebbe la catastrofe nazionale, poiché non esistono ammortizzatori finanziari e sociali in grado di sopportare l’espulsione dal processo produttivo di un numero così rilevante di aziende. L’evasione fiscale è quindi funzionale alla sopravvivenza di questo sistema di produzione e di prelievo fiscale ed è, pertanto, ineliminabile.

D’altra parte, le aziende non hanno alcun interesse ad evadere le tasse soprattutto perché esse non le pagano mai direttamente, ma le fanno pagare ai propri clienti cui le accollano al momento di determinare il prezzo. Infatti, ogni tassa messa sul processo produttivo o sugli utili di un’impresa finisce sui prezzi dei prodotti, e viene pagata dagli acquirenti di questi. Ogni tassa che viene messa sulle imprese si scarica sui consumatori, o sulla remunerazione del capitale necessario all’esercizio dell’impresa. Se le imposte sono troppo alte, i prezzi al consumo diventano troppo alti, e non competitivi rispetto a quelli di imprese che operano in un sistema dove il regime fiscale è più basso, i capitali non sono sufficientemente remunerati, e si dirigono altrove, e così l’azienda deve chiudere o evadere le tasse per adeguare i propri prezzi al mercato.

Insomma, le tasse delle imprese le pagano i cittadini attraverso i prezzi dei prodotti che essi stessi comprano e, per mezzo dello stesso meccanismo, pagano i costi del lavoro e delle imposte che gravano sul lavoro dei dipendenti.

Lo stesso discorso vale, naturalmente, per le tasse che gravano sugli stipendi degli impiegati dello Stato che, come abbiamo visto, sono una componente del PIL, cosicché ogni aumento salariale dei dipendenti pubblici si riflette sulla produzione e sui prezzi dei prodotti.

E’ pura demagogia sostenere o chiedere di aumentare le tasse alle imprese, senza spiegare che ogni aumento in quel senso finisce per essere pagato dai cittadini attraverso i loro acquisti.

Le imprese di produzione sono, infatti, un mero strumento e non un fine. Attraverso le imprese vengono prodotti dei beni che diventano ricchezza solo dopo che sono stati venduti a prezzi remunerativi: ogni aumento di imposta sulle imprese, quindi, oltre ad essere pagato dai cittadini, induce una quota crescente di attività produttive a collocarsi nella fascia marginale in bilico tra l’evasione fiscale e la chiusura, e si risolve quindi, in una contrazione della produzione.

Oltretutto, mentre le imprese scaricano tutti i propri costi e vengono gravate di imposte solo sul valore aggiunto, i cittadini non scaricano alcunché e quindi pagano le imposte anche su ciò che è loro necessario per sopravvivere.

Ciascuno di noi, per potersi recare al lavoro, ha bisogno di vestirsi, più o meno decentemente, di mangiare, di dormire, di muoversi in automobile o con i mezzi pubblici, insomma deve affrontare dei costi.

Per quanto abbiamo detto, tutti questi costi sono caricati di tasse, e nessuno di questi è scaricabile dalle altre tasse da cui ciascuno di noi è gravato. Le imprese, invece pagano imposte (che comunque scaricano sui prezzi) solo sul valore aggiunto della produzione. Se un’impresa acquista beni per 100 e dopo averli trasformati ricava 130, pagherà tasse solo sui 30 eccedenti e non su tutto ciò che incassa (a titolo di salario o remunerazione di lavoro autonomo), come accade ai cittadini.

E’ per questa ragione che la maggior parte dei cittadini lavora almeno sette mesi l’anno per lo Stato. Ma se consideriamo le imposte indirette, questi sette mesi diventano nove o dieci ed in alcuni casi anche l’intero anno.

Dobbiamo togliere, infatti, dai guadagni le spese occorrenti per la sopravvivenza e per la gestione dell’attività lavorativa, senza le quali non ci sarebbe alcuna attività produttiva. Vanno tolte anche quelle spese per il riposo dallo stress dell’attività lavorativa, senza le quali l’attività cesserebbe dopo qualche anno. Ebbene cosa rimane alla maggior parte dei cittadini? Poco o nulla.

Fino al decennio scorso qualcosa rimaneva e costituiva il risparmio degli italiani. Adesso il risparmio è notevolmente calato, ed è peraltro costituito per lo più da interessi sui titoli del debito pubblico acquistati quando con il lavoro era ancora possibile creare risparmio. Tranne coloro che hanno una quota significativa di risparmio, che gli consente di aggiungere al proprio reddito una somma rilevante, la maggior parte dei cittadini che lavorano vive peggio oggi di vent’anni fa.

Se ci pensiamo un attimo, gli schiavi dell’antica Roma non stavano molto peggio dei cittadini di oggi che lavorano. Il padrone assicurava loro vitto e alloggio ed un riposo sufficiente. Ogni anno il padrone era tenuto ad accantonare una somma che potesse consentire allo schiavo di liberarsi dopo un certo numero di anni. In genere gli schiavi erano trattati bene, dato che tra l’altro costava molto acquistarli, e quando erano trattati male o crudelmente, c’era sempre la possibilità di fuggire o di uccidere il padrone. Attività questa, giuridicamente illecita ma moralmente sempre lecita, che però, ora è divenuta impossibile, dato che è impossibile uccidere il padrone Stato: un padrone che, tra l’altro, ti fa anche credere di essere libero e signore del tuo destino.

Ora, tutte queste tasse che, come abbiamo visto pagano i cittadini, sono giustificate con la necessità di erogare i servizi pubblici e con le crescenti esigenze della solidarietà sociale.

La verità è un’altra. Solo una quota minimale dei proventi del fisco viene utilizzata per spese di solidarietà sociale o per spese socialmente utili.

La maggior parte delle tasse se ne va per pagare gli interessi sul debito pubblico, per quelle spese improduttive che, come abbiamo visto, sono l’essenza dell’intervento dello Stato nell’economia, e per mantenere i costi di un apparato burocratico inefficiente, corrotto e rapinoso.

La ridistribuzione del reddito operata attraverso la leva fiscale è pressoché nulla. Infatti, le pensioni si dovrebbero pagare da sé, se i relativi denari non fossero stati utilizzati per spese di assistenza e per interventi impropri nell’economia.

La ridistribuzione del reddito avviene per mezzo dei consumi, attraverso gli interessi sul debito pubblico e infine per mezzo della creazione di denaro da parte delle banche, le cui perdite sono coperte dallo Stato con denari che provengono dal prelievo fiscale.

E’chiaro che si tratta di una distribuzione ineguale, anche perché la ricchezza finanziaria è tassata in misura irrisoria, rispetto alle imposte che gravano sul lavoro.

Mentre il lavoro è gravato di tasse che superano mediamente il 70%, la ricchezza finanziaria subisce imposizioni fiscali che non superano mai il 20% del tasso di interesse corrente. La distorsione logica per cui le tasse si pagano sulla produzione, fa sì che le imposte sulla ricchezza finanziaria si paghino su ciò che essa produce, ovvero sugli interessi che vengono erogati al possessore del capitale monetario, ovvero sui dividendi delle azioni. Ovviamente i guadagni sono compensati dalle perdite, e così l’imposta si applica sul sovrappiù netto che residua alla fine dell’anno sulla gestione del capitale. Se ho operato con un capitale di un milione di euro e, alla fine dell’anno ho un residuo di un milione e duecento mila euro, compensando perdite e guadagni sulle mie operazioni, pagherò la cedolare secca del 16% sui duecento mila euro di guadagno netto, e non sui guadagni lordi delle singole operazioni. Come è evidente, il meccanismo di creazione di denaro, che pure produce ricchezza virtuale in quantità industriali è del tutto esente da qualunque tipo di imposta, dato che esso, per il sistema fiscale, non esiste come produttore di ricchezza.

Possiamo dire, in sostanza, che la ricchezza finanziaria non è assoggettata ad alcuna tassazione significativa, e che tutto il peso della creazione di ricchezza che essa opera grava sul lavoro e sulla produzione. Con la drammatica conseguenza che, non solo il lavoro è oberato da una quantità crescente di imposte, ma che, di fronte ad una tale crescita della massa finanziaria, per poter controllare l’inflazione è necessario frenare la crescita dell’economia reale.

Una crescita eccessiva della capacità produttiva, infatti, genera immediatamente un aumento della velocità di circolazione del denaro e quindi un aumento dell’inflazione, con la conseguenza di una diminuzione dei profitti della massa finanziaria ed il rischio di una crisi incontrollabile del sistema finanziario.

In altri termini c’è sempre meno ricchezza a disposizione per coloro che lavorano, e per giunta a costoro viene sottratta una quota crescente di mezzi per l’acquisto di tale ricchezza. In questo quadro, l’automazione dei processi produttivi, invece di creare le premesse per la liberazione dell’uomo, si risolve in un suo maggiore asservimento, poiché la ricchezza aggiunta prodotta dall’innovazione tecnologica va interamente a remunerare il capitale monetario che l’ha generata.

In Europa, governi di destra e di sinistra hanno ingaggiato una gara perversa e vergognosa con il FMI e le banche centrali a chi riesce a chiedere più sacrifici alla gente su salari e pensioni. Un ignobile coro, martella quotidianamente i cittadini per convincerli dell’assoluta necessità di rinunciare anche al necessario per poter mantenere in piedi questo sistema. Da un lato si alimentano ricchezze finanziarie smisurate, nell’ordine delle migliaia di miliardi che rimangono sostanzialmente esenti da qualunque imposta, dall’altro si tolgono cento euro al mese a pensionati o salariati che faticano a sopravvivere con quello che prendono a fronte della vendita della propria vita.

Nicolò Bellia, una sera a cena mi fece un esempio illuminante in proposito.

“I nostri politici hanno un’idea perversa del sistema fiscale. Noi siamo gravati da un peso enorme che ci schiaccia a terra e ci impedisce di muoverci. Quando qualche politico promette di abbassare un poco le tasse è come se venisse uno che si dichiara nostro amico e dicesse: “Non preoccuparti, ci penso io! Ti toglierò quella parte di peso che è necessaria affinché tu possa continuare a muoverti“. Ebbene, gli sputerò in faccia! Un discorso del genere me l’aspetto dal peggiore dei nemici che ha l’interesse a tenermi oppresso e continuare a servirlo. Da un amico mi aspetto piuttosto che mi liberi dal peso!”

Il coro monocorde e soporifero di politici e mass media, ormai non incanta più nessuno. Tutti vedono la ricchezza di alcuni settori della nostra società e l’enorme potenzialità dell’economia, frenata dall’assurdo atteggiamento delle autorità monetarie che ci hanno portato alla recessione dopo anni di stagnazione. Invece di liberare l’enorme potenzialità delle forze dell’economia reale, in grado di produrre quantità illimitate di beni in varietà pressoché infinite, il sistema finanziario ha creato una maglia ferrea che ha imprigionato la produzione di ricchezza reale e che sta soffocando l’umanità in una trappola infernale.

Per effetto dell’automazione dei processi produttivi, il sistema economico è infatti in grado di produrre quantità pressoché illimitate di beni. I menagrami del MIT, negli anni ’60, predissero un futuro di sciagure per l’umanità, a causa della limitata quantità di risorse disponibili sulla terra da dividere per un numero crescente di persone. Essi calcolarono che il tasso di crescita dei consumi energetici avrebbe cagionato per la fine del secolo una devastante crisi, poiché sarebbe mancata di colpo l’energia necessaria a sostenere lo sviluppo. Ebbene, nonostante la crescita dei consumi energetici sia stata più del doppio, le riserve petrolifere ed energetiche sono praticamente triplicate, al punto che si prevede di poter sostenere l’attuale tasso di crescita del mondo fino alla fine del  secolo. Nel frattempo, ovviamente, la tecnologia va avanti e nuove forme di sfruttamento e di produzione di energia vengono sperimentate. Se la ricerca fosse realmente libera e sostenuta in tutto il mondo, non c’è alcun dubbio che si potrebbero scoprire nuove fonti di energia in tempi più rapidi.

La rivoluzione informatica ha investito in pieno il sistema produttivo sin dalla metà degli anni ’60. Se prima di quell’epoca l’automazione era prerogativa solo dei settori industriali di punta, dopo gli anni ’70 essa ha coinvolto tutti i settori della produzione, cagionando espulsioni di massa di addetti dal settore industriale. Abbiamo già ricordato che nel 1975 gli addetti all’industria e all’agricoltura erano il 64% del totale delle forze di lavoro, e che oggi tale percentuale è di poco superiore al 30%. Questa percentuale scende di circa l’1% all’anno in termini assoluti, e scenderebbe in misura molto maggiore se non vi fossero vincoli e resistenze di ogni genere all’automazione delle fabbriche.

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9 pensieri su “Burocrazia e fiscalità oppressiva

  1. Socrate ha detto:

    L’articolo è senz’altro condivisibile, tuttavia non ho capito il passaggio relativo alla parte: “(…) i settori della produzione che navigano nella fascia dell’evasione fiscale sono quelli che senza di essa non potrebbero sopravvivere (…)”.
    Ovverosia, quali sarebbero tali settori? Perchè?
    Sarebbe gradita una risposta.

    • Domenico De Simone ha detto:

      CI sono aree di attività che stanno cronicamente ai margini dell’inefficienza economica, ma che sono però funzionali ai profitti di molte grandi aziende o di aree di produzione. Basta pensare all’indotto dei sistemi di comunicazione, e segnatamente a molti call center che vivono di evasione, di lavoro in nero e di scatole cinesi, sia per l’avidità dei loro gestori ma soprattutto perché strangolate dai prezzi al limite dei costi che gli impongono le multinazionali del settore, verso le quali la loro debolezza finanziaria non gli consente alcuna autonomia. Lo stesso problema si trova in molti altri indotti, dalla meccanica alla chimica, e nel commercio, dove una parte non indifferente degli esercizi sono gestiti ai limiti della redditività e in condizioni di dover praticare l’evasione, per i profitti ma soprattutto per la sopravvivenza. In generale, è l’esasperazione della concorrenza a generare queste aree di evasione “necessaria” e funzionale agli interessi delle grandi imprese. È la logica dei subappalti e dei sub-subappalti che produce questi effetti, le gare pubbliche al massimo ribasso che nascondono accordi malandrini per la distribuzione di mazzette che saranno recuperate con le varianti e le sospensioni dei lavori. Le dimensioni di queste aree in Italia sono particolarmente rilevanti per molte ragioni, dall’inefficienza del fisco, alla necessità di tutelare l’occupazione, alle inefficienze del sistema giudiziario e delle procedure fallimentari, ad una mentalità diffusa che vede nell’evasione il male minore rispetto al fallimento o ai licenziamenti, all’ingordigia, eccetera.
      Inoltre, quando i settori di produzione vanno in crisi, le aziende che hanno margini operativi bassi tendono a garantirsi la sopravvivenza autofinanziandosi aumentando il loro debito con fornitori e soprattutto con il fisco, e più con questo che con i fornitori che hanno tempi di reazione più veloci e soprattutto possono minacciare di sospendere le forniture se non vengono pagati. Fino a qualche anno fa, e quindi quando ho scritto questo pezzo (1999) questa era una regola generale. Adesso lo è un po’ meno per via delle alte sanzioni che il fisco applica all’evasione a ai ritardi di pagamento ed ai tempi di reazione che sono diventati decisamente più rapidi. Insomma, è proprio il meccanismo capitalista a generare aree di evasione fiscale, e che questa è sostanzialmente incomprimibile se non a fronte di regole completamente diverse per la capitalizzazione e il finanziamento delle imprese. È la logica del debito che porta a queste conseguenze.

  2. Renato ha detto:

    Purtroppo non saprei come fare ma, stante l’incontrovertibile evidenza della giustezza delle tue argomentazioni, della chiarezza e comprensibilità dei tuoi illuminati messaggi, perché non fai in modo di costringere i media, tanto affannati a ripetere sino alla nausea gli stessi inutili bla, bla, a diffondere queste notizie negli orari di maggior ascolto? Ovvio che farebbero un po’ di resistenza (!!!!!) ma, se le moltitudini non comprendono, forse è soprattutto perché nessuno spiega e chiarisce! Comunque se anche non ti riuscisse facile, possiamo cominciare col passaparola….o no? Io ci provo sempre e dovunque, anche se la ricettività di molti ipnotizzati è quasi azzerata!
    In ogni caso, un grande ringraziamento per la tua infaticabile dedizione alla verità!

  3. Serena ha detto:

    Caro Domenico, sono d’accordo con quello che dici, ma non per questo mi sento meglio… perché con altro articolo non ci prospetti una via d’uscita da questa situazione così oppressiva? Serena Grandicelli

    • Domenico De Simone ha detto:

      Cara Serena, arriva presto! Dico ormai le stesse cosa da anni e propongo le stesse soluzioni che sono le sole praticabili per affrontare una situazione sempre più grave. Tuttavia, se fino a qualche tempo fa, ero il solo a dirle queste cose, e nessuno mi dava retta, anzi, molti mi davano anche dell’incompetente, adesso sembra esserci un risveglio generale e in molti cercano la soluzione nei miei scritti. Speriamo che presto parta qualchje iniziativa, a Roma o in qualche altra città italiana. I tempi sono ormai maturi e l’interesse è forte, anche perché la necessitàincombe e la paura si sta diffondendo. Un abbraccio, Domenico

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