L’economia della catastrofe

È proprio un brutto periodo, questo. D’altra parte, Maya o non Maya, si sentiva nell’aria da tempo che prima o poi i nodi sarebbero venuti al pettine e per quanto mi riguarda, avevo avvertito dieci anni fa che l’economia del debito non sarebbe andata avanti per molto tempo. Il fatto poi, che molti si aspettino per quest’anno una catastrofe, un crollo o comunque un cambiamento radicale, spinge affinché questo avvenga realmente.

Le difficoltà amplificano le profezie di sventura e queste moltiplicano le difficoltà. In fondo, quella del 2012 è una profezia che si autoavvera. Non mi intendo di profezie e non starò certo a discuterne qui. In ogni caso, la profezia del crollo dell’economia era nota da un pezzo, e soprattutto non era una profezia, ma il frutto di un’analisi nemmeno troppo difficile, visto che era chiaro che il debito sarebbe arrivato a livelli intollerabili per qualunque paese del mondo.

Ora ci siamo. In Italia la situazione di disfacimento economico è stata sinistramente amplificata dal crollo in senso letterale di uno dei distretti industriali ancora vivi e produttivi del nostro paese. Il terremoto in Emilia ha cancellato di fatto un settore che produce oltre un miliardo e mezzo di PIL all’anno soprattutto per l’esportazione. Per salvare il salvabile, sarebbe necessario un intervento immediato del governo ma si sa che mancano le risorse, se pure per l’emergenza è stato necessario disporre un aumento della benzina che, per inciso, produrrà un ulteriore riduzione del PIL.

Insomma, un vero disastro. Al quale si aggiungono le notizie dal fronte della finanza che vede la borsa di Milano ai minimi storici, l’euro sempre più giù (ma questa è una buona notizia), lo spread con i titoli tedeschi sempre più su (alla faccia del rigore di Monti), la disoccupazione sfondare la quota del 10% e quella giovanile arrivare al 35%. Il panorama, da qualunque parte lo giri, è desolante, ma c’era da aspettarselo e soprattutto non si vede una soluzione che è una all’orizzonte. È ricominciato il balletto della Grecia-in, Grecia-out dall’euro, uno stanco teatrino ormai stucchevole, visto che per la Grecia è impossibile restare nell’euro a meno che l’Europa non decida di regalargli tanti soldi. Ed i CDS sul rischio di default dell’Italia e della Spagna hanno raggiunto il loro massimo storico, il che significa che prestare soldi al nostro paese è sempre più costoso. Ma così tanti che poi fallirebbe. In Italia apprendiamo che la fuga all’estero dei giovani laureati italiani sta prendendo le dimensioni di un vero e proprio esodo, ma che paradossalmente importiamo dall’estero manovalanza di livello basso o medio. Insomma, una politica davvero lungimirante, questa! Spendiamo le nostre migliori risorse per formare giovani talenti che poi buttiamo fuori perché non sappiamo come impiegarli. L’Italia sembra un paese avvitato su sé stesso, come un aereo che ha finito il carburante e non ha abbastanza spinta per planare. In altri termini stiamo precipitando irreversibilmente verso il basso e gli indicatori del tenore di vita, quelli del livello di corruzione (nell’indice di Trasparency l’Italia è precipitata al 69° posto, insieme al Ghana, la Macedonia e Samoa),  stanno impietosamente a dimostrarlo.

Gli esseri umani hanno una straordinaria capacità di adattamento anche alle situazioni più difficili. E infatti ora che le cose precipitano, si sente qualcuno che dice che il terremoto dell’Emilia è certamente una tragedia, ma è anche l’occasione per rilanciare l’economia e ridare fiato alle imprese della ricostruzione. È la logica dell’economia della catastrofe, quella che ha portato a due guerre mondiali, varie altre guerre nel mondo, compresi gli interventi “umanitari” dalla Bosnia, all’Iraq alla Libia, e che vede in ogni disgrazia un’occasione. Come se l’umanità non riuscisse a fare un solo passo per superare i gorghi di Scilla e Cariddi, la crisi di sovrapproduzione e la distruzione delle eccedenze, appunto con le disgrazie o le guerre. Questo è il limite teorico del capitalismo finanziario e da qui bisogna partire. Abbiamo sviluppato una tecnica straordinaria, ma senza strutture economiche in grado di sostenerla, resteremo sempre tra Scilla e Cariddi, con buona pace di ogni retorica del progresso.

Un amico professore universitario mi dice che la situazione è talmente disperata, ormai, che lui e molti altri suoi colleghi stanno pensando di abbandonare l’Università per l’impossibilità di portare avanti l’insegnamento. Ogni anno le risorse si riducono e questo porta a situazione assolutamente paradossali. D’altra parte, ogni anno le somme che paghiamo di interessi per il debito aggregato aumentano sia in termini assoluti che in percentuale del PIL e quindi dobbiamo tagliare l’istruzione, la cultura, i servizi, anche quelli essenziali. Questa è la follia del capitale finanziario, divora tutto quello che trova e lascia solo miseria e distruzione. È arrivato il momento di dire basta a questa follia e costruire l’economia dell’abbondanza, poiché senza un nuovo paradigma non saremo mai in grado di uscire dallo stretto. Ce l’abbiamo, siamo in grado di elaborarlo nei dettagli, dobbiamo solo applicarlo e cominciare a costruire, partendo dalla fuga non dal paese ma da questa economia. Prima che sia troppo tardi.

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6 pensieri su “L’economia della catastrofe

    • Domenico De Simone ha detto:

      Hai ragione, non stiamo ai massimi di novembre ma appena sotto e comunque a livelli molto elevati. Il problema dell’economia del debito è di tutto il mondo, non solo nostro. In Italia, la questione è aggravata – o meglio la crisi è accelerata – dalla situazione economica e politica, dal livello di corruzione, dalla frammentazione della società civile. Ma il problema vero è un altro, l’economia del debito. Adesso al centro dell’attenzione c’è l’Europa e l’euro, ma al’orizzonte si profila un’altra crisi dalle conseguenze imprevedibili, lo scoppio della bolla immobiliare cinese che alcuni dicono sia già in atto, con tanti saluti alla ripresa trainata dal BRICS. Basta guardarsi intorno per vedere dappertutto economie sull’orlo del precipizio se non già un bel pezzo dentro. E c’è più di qualcuno col dito sul grilletto pronto a sparare alla prima occasione, come ad esempio nella questione dell’Iran. La tentazione dell’economia della catastrofe è forte e per il modo di pensare del potere, che è la diretta conseguenza dell’economia del debito, la guerra e la catastrofe sono l’unica via di uscita dalla crisi. Dobbiamo dimostrargli che non è vero, e passare oltre la maledetta strettoia di cui parlo nel’articolo.

      • rodomonte ha detto:

        crisi? ci accorgiamo ora della crisi….ma fin quando i beni del resto del mondo venivano “redistribuiti” anche a noi e il resto si impoveriva cos’era? il capitalismo impoverisce necessariamente, nella misura nella quale è impossibile dare valore alla massa monetaria che necessariamente deve crescere… bisognerebbe parlare di questo…ma la realtà è che noi siamo causa della crisi, così come ora non ci accorgiamo che l’occidente è una crisi…solo che fin’ora lo era stato solo per gli altri,,,,,adesso è il nostro turno….
        chiaramente siccome non fa comodo tutta questa redistribuzione nemmeno a loro ci sarà la guerra

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