A proposito di manovre, keynesismo e neocons

Questo è un estratto dal libro intervista dal titolo “Dove va l’economia” pubblicato nel 2004 per la Settimo Sigillo. La parte in corsivo è la domanda dell’intervistatore,  Carlo Gambescia. Sto facendone una revisione per pubblicarne la seconda edizione ed ho ritrovato questo scambio che è particolarmente significativo in questo momento. Il disastro è agitato periodicamente perché non c’è altro modo di convincere la gente della necessità di certe politiche sull’occupazione e, oggi, direi anche sulle pensioni e sui redditi.

Il nostro “diavoletto” Samuelson, con altri autori come Hicks, Patinkin, Tobin, ecc., è autore di quella che è definita la sintesi neoclassica, il cui intento è di elaborare uno schema formale per analizzare in modo rigoroso le questioni poste dalla Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di Keynes, pubblicata nel 1936. Insomma, il povero Keynes che era un nemico della teoria dell’equilibrio economico, si è visto da morto, trasformato in una specie di pioniere di uno schema formale, come quello della sintesi neoclassica, in cui vengono indicati i mezzi e le risorse per conseguire un risultato di equilibrio di piena occupazione. Keynes, infatti, sosteneva – mi corregga se sbaglio – che i mercati erano sempre imperfetti e che l’ipotesi dell’equilibrio perfetto soltanto un’ipotesi… o no?

Keynes sosteneva che il mercato tende comunque all’equilibrio, ma che questo non comporta affatto che debba essere di piena occupazione. Insomma, il mercato perfetto è quello che deriva da scambi perfetti e genera i massimi profitti. Sfortunatamente l’occupazione è una delle variabili e nemmeno la più importante nell’equazione del mercato. Oltretutto, questa ottica nasconde il fatto che quella linea sul grafico che corrisponde all’occupazione, rappresenta la vita, le speranze, la felicità, la sopravvivenza di molti milioni di persone. Se la società ha un senso è proprio per rendere meno rischiosa e faticosa la vita di tutti i suoi membri, e quelle persone dentro quella riga sul grafico rappresentano la grande maggioranza dei membri di una società. Possiamo fare finta che la massima occupazione sia la preoccupazione principale delle nostre elucubrazioni, ma appunto, facciamo finta. Questa finzione, per essere credibile, presuppone una ragione molto forte per convincere la gente che è necessario accantonare le esigenze dell’occupazione. Questa ragione è data dal pericolo del disastro generale che deve essere agitato periodicamente allo scopo di consentire ogni sorta di malefatta e nascondere il sostanziale disinteresse della scienza economica alla sorte delle persone.

L’obiettivo vero del mercato è l’ottenimento del massimo profitto non della massima occupazione, e l’equilibrio si raggiunge anche in condizioni in cui l’occupazione sia la minima indispensabile per garantire i massimi profitti. Di qui la necessità per Keynes ed i keynesiani di interventi di spesa pubblica per favorire l’occupazione e la conseguente presenza dello Stato nelle faccende economiche.

Ora il punto è questo: è proprio vero che il profitto e il benessere sono antitetici? E’ possibile perseguire un benessere reale senza sacrificare il profitto sull’altare dell’interesse generale? E’ proprio vero che non si esce dalla dicotomia centralismo statale – liberismo selvaggio in cui si dibattono da decenni le economie dei maggiori paesi del mondo? E se c’è un’alternativa, che strada dobbiamo perseguire per trovarla? Il centralismo statale nella versione sovietica produce inefficienza e miseria, e in quella keynesiana, produce debito e strangolamento fiscale della produzione e del consumo. Il liberismo selvaggio produce immiserimento della popolazione ed arricchimento dei plutocrati e un mondo dominato dalla finzione e dalla menzogna. La sintesi neoclassica, che è un tentativo di trovare la terza via, si rivela un pasticcio incomprensibile e dannoso, poiché non affronta il problema reale della finanza e della moneta. Soprattutto non pone al centro l’umanità come destinataria delle sue attenzioni. L’equivoco (voluto) del capitale come fine dell’economia è sempre presente. E’ da lì che dobbiamo ripartire.

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5 pensieri su “A proposito di manovre, keynesismo e neocons

  1. Emanuele D. ha detto:

    Caro Domenico,

    esulo (nemmeno tanto) per un attimo dall’argomento tecnico facendoti una domanda generalista. Beppe Severgnini sostiene che la Merkel tra mille indecisioni appoggerà infine l’euro perché la Germania, traendo per prima benefici dalla moneta unica, sarà la prima anche ad averne danno qualora sparisse.

    Perché ho l’impressione che non sia così?

  2. Morris Vincent ha detto:

    Era un po’ quello che volevo dire nel mio commento al post precedente precedente! 🙂
    Ok…E’ da qui che bisogna partire, è vero, ma ogni inizio, comunque prevede la fine di qualcosa…
    La mia domanda è: come deve e come può finire questo periodo storico?
    Quali sono i passaggi necessari per portarlo a termine?

  3. Marc ha detto:

    Esatto, esatto! *non pone al centro l’umanità come destinataria delle sue attenzioni… che bella frase! peccato che la capiscono in pochi e pochi intellettuali. Ci si potrebbe discutere per ore. 🙂
    Saluti!

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