La verosimile storia del banchiere Bruto che uccise Cesare per i soldi e non per la libertà


L‘etica sociale trova sempre il suo fondamento nella storia.  E quella che voglio raccontare è la vera storia del difensore delle libertà democratiche e repubblicane, Bruto, il capo riconosciuto dei congiurati che uccisero Giulio Cesare alle Idi di Marzo del 44 a. c.

Cassio Longino volle coinvolgerlo e nominarlo capo dei congiurati per via della sua lontana discendenza con quel Lucio Giunio Bruto che nel 509 aveva scacciato Tarquinio il Superbo. Cassio Longino era deluso da Cesare, che gli aveva preferito il fidato Antonio nel consolato e l’aveva relegato a fare il pretore insieme a Bruto. Servio Sulplcio Galbia, altro congiurato, era stato trombato alle elezioni nonostante fosse candidato dei cesariani, ed era  animato da invidia e rancore. Gli altri, da Decimo Bruto a Gaio Trebonio erano tutti esponenti della classe dominante romana che vedeva nella politica popolare e populista di Cesare un attacco mortale al proprio potere. Insomma, la storia che la congiura fosse stata dettata da un rigurgito di spirito repubblicano repentinamente sollevatosi dall’intellighenzia romana dopo sessant’anni di guerre civili durante i quali le istituzioni repubblicane erano via via diventate dei fantasmi inconsistenti, non mi è mai andata giù. Mi è sempre sembrata più che altro una bella scusa per giustificare l’assassinio di un uomo politico che godeva di grande favore presso il popolo romano che, dopo la sua morte reclamò a gran voce la punizione dei colpevoli fino ad ottenerla.

E allora andiamo a vedere meglio che cosa fosse successo e perché Cesare era tanto inviso agli ottimati. E scopriamo una divertente sorpresa, perché anche qui la storia non ce l’hanno raccontata giusta.

Marco Giunio Bruto faceva il banchiere. Anzi per la verità faceva proprio lo strozzino, visto che chiedeva interessi che definire usurai è un eufemismo.

Gaio Giulio Cesare era notoriamente un avversario irriducibile degli strozzini romani. Che comunque l’hanno finanziato sia per le campagne elettorali che per le guerre, ma che dopo la conquista del potere, furono duramente colpiti nei propri interessi da Cesare.

Sull’avversione di Cesare nei confronti degli strozzini abbiamo numerose tetimonianze: la più divertente ce la riferisce Svetonio. Durante i trionfi per le vittorie conseguite in giro per il mondo (Cesare ne fece quattro consecutivi da agosto a settembre, e furono giornate di gran festa per il popolo romano) I soldati delle Legioni avevano licenza di dire tutto quello che volevano dei propri comandanti. E così i soldati di Cesare cantavano tra gli altri, un distico che recitava così: urbani, seruate uxores: moechum caluom adducimus. aurum in Gallia effutuisti, hic sumpsisti mutuum (Cittadini sorvegliate le vostre donne! Vi portiamo lo zozzone calvo che ha sperperato con le donne in Galia i soldi che ha preso a prestito dai romani). Distico che avrebbe suscitato l’invidia di Berlusconi che, in quanto a donne, non si ritiene secondo a nessuno. Tuttavia Berlusconi si è poi rifatto con il lodo Alfano, che prevede un’immunità più ampia della Lex Memmia che Cesare fece applicare a sé stesso prima di partire per la Gallia e che impediva di mettere sotto processo il politico che fosse impegnato in campagne militari all’estero (cioè lui) per tutto il periodo di servizio.

Pare che al momento della partenza per la Gallia, egli fosse inseguito da una torma di strozzini che volevano portarlo in Tribunale per farsi restituire il credito. Sembrava infatti, che con il Primo Triunvirato Cesare avrebba avuto l’assegnazione dell’Oriente, che invece fu preso da Crasso (che poi ci trovò la morte ad attenderlo). Invece, a Cesare toccò la pericolosissima Gallia, dalla quale solo quarant’anni prima provenivano i Cimbri e i Teutoni che solo un grande Mario riuscì a sterminare. Oltretutto in Gallia, oltre a popolazioni bellicose e temibilissime, non c’erano nemmeno grandi ricchezze, e così certi finanziamenti erano diventati ad altissimo rischio e gli strozzini volevano farseli restituire prima che Cesare partisse. Non ricordo più chi racconta che Cesaredecise di far partire la lettiga con i Littori e la scorta vuota, per evitare di essere toccato dai suoi creditori e costretto ad andare davanti al giudice (la citazione in giudizio funzionava così), e dovette partire di nascosto.

Comunque sia, una volta conquistato il potere assoluto,  Cesare mette mano alla riforma in senso democratico dello Stato per venire incontro alle esigenze dei populares che l’avevano sempre sostenuto. Promulgò una serie di leggi che per gli strozzini romani furono una vera iattura. A partire dalla lex Iulia de bonis cedendis , con la quale stabilì non solo l’istituto della cessione dei beni ai creditori per liberarsi dei debiti (istituto che è ancora la base del diritto fallimentare) ma soprattutto che, nel calcolare l’ammontare del credito, i beni ceduti fossero valutati al prezzo che avevano prima della guerra civile (e quindi molto di più), e con la Lex Julia de pecuniis mutuis stabilì che le somme pagate a titolo di interessi, andassero invece a scomputare il capitale (e così molti strozzini si videro costretti a restituire i beni presi alle loro vittime) abolendo al contempo il pagamento degli interessi.

Altra legge contro i ricchi fu la Lex Julia de mercedibus habitationum annuis [la pagina linkata richiama erroneamente la de pecuniis mutuis, ma le frasi citate da Dione Cassio e Svetonio sono invece riferite a questa legge], che stabiliva il prezzo massimo degli affitti in città (Eh sì, proprio l’equo canone!) che durante la guerra civile erano saliti molto per l’afflusso di profughi a Roma. A Roma non più di 2.000 sesterzi, in Italia non più di 500 sesterzi. Insomma un disastro per gli immobiliaristi!

E che dire, poi, della legge Lex Iulia de modo credendi possidendique intra Italiam , che obbligava i ricchi a possedere almeno il 60% del proprio capitale in Italia, legge che non prevedeva alcun condono per il rientro dei capitali dall’estero.

Forse la goccia che fece traboccare il vaso della scarsa pazienza dei ricchi ottimati, fu però la  riforma della Lex frumentaria , che risaliva ai Gracchi e prevedeva la distribuzione ai cittadini indigenti di una quantità di frumento ed altre utilità alimentari sufficienti per farli vivere. Ovviamente, molti ricchi avevano fatto iscrivere nelle liste dei beneficiari i loro clientes, cui tradizionalmente avrebbero dovuto provvedere con le proprie sostanze. Insomma, niente di diverso dalle pensioni di invalidità generosamente erogate agli amici ed elettori di certi nostri politici.

L’elenco dei beneficiari della legge era divenuto enorme grazie a Clodio e all’appoggio degli ottimati. Al momento della riforma erano iscritti oltre 350.000 cittadini che Cesare ridusse a meno della metà, costringendo molti ricchi a riprendersi in carico i propri protetti.

Insomma, i ricchi e gli usurai non erano certo contenti della politica di Cesare nei loro confronti. Soprattutto non poteva esserlo  Bruto, il quale come dicevo, faceva il banchiere. La cosa ci viene raccontata da Marco Tullio Cicerone il quale in una lettera a Attico, la XIX , riferisce che Bruto era il vero proprietario della somma di di trentatrè Talenti d’oro (una cifra enorme) prestata alla città di Salamina. Dice che Bruto gli aveva presentato l’operazione come effettuata da suoi amici, tali Scaptius e Matinius, che erano invece i suoi agenti in Grecia.

Il prestito era stato effettuato al tasso del 48% all’anno che Cicerone definisce vergognoso. A lui sembrava eccessivo anche un interesse del 12% annuo, figuriamoci quattro volte tanto. Bruto pretendeva da Cicerone, che allora era governatore della Cilicia, che costui mandasse le truppe per convincere i riottosi debitori della città Greca ad onorare il pagamento del debito, nel frattempo divenuto insostenibile per la città. Cicerone non ci pensa minimamente a sporcarsi con simili manovre, e liquida i due agenti di Bruto con generiche rassicurazioni.

Tuttavia comprendiamo per quale ragione Bruto, nonostante la madre Servilia Cepione fosse stata l’amante preferita di Cesare che aveva deciso di adottarlo anche per questo (ma soprattutto per i soldi), nutrisse tanto odio nei confronti del suo patrigno. Per uno che faceva il banchiere all’estero e a quei tassi di interesse, le leggi di Cesare comportavano un drastico ridimensionamento economico e quindi politico. E questo per le ambizioni di Bruto era assolutamente intollerabile.

L’assassinio di Cesare, realisticamente, non nasce quindi da un disperato tentativo di ripristinare le istituzioni repubblicane, travolte dagli eventi e dalla storia, ma come spesso è accaduto, per la tutela degli interessi di una lobby di ricchi e di usurai duramente colpita da riforme popolari. Già, ma non si può mica raccontare che i banchieri uccidono per il loro potere, pensate a Lincoln, ai due Kennedy. E allora la storiella della difesa della libertà e delle isstituzioni repubblicane, e un banchiere assassino diventa l’ultimo baluardo della libertà.

Però, alla fine i nodi vengono al pettine, e che i banchieri possano spacciarsi per difensori delle libertà e della democrazia è una favoletta sempre meno credibile.

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