Una nuova moneta per l’energia in Comune

Sei anni fa ho scritto questa introduzione al libro sui beni comuni edito da Malatempora. I temi trattati sono di assoluta attualità e mi sembra giusto riproporla qui.

Una nuova moneta per l’energia in Comune

di Domenico De Simone

I beni comuni erano quelli che consentivano alla comunità di trarre il sostentamento necessario per la sopravvivenza. Con l’industrializzazione, i terreni coltivabili, un tempo in comune, sono stati tutti privatizzati e questo ha costretto molti contadini ad abbandonare la campagna per trasferirsi nelle città al servizio dell’industria. La stessa sorte l’hanno subita altri beni comuni, come le fonti d’acqua, i boschi, le case, le strade. Prima che il capitalismo industriale prendesse il sopravvento, chiunque aveva diritto di costruirsi una casa per vivere dove poteva. Ora, questo diritto è assoggettato a vincoli tali da non poter essere esercitato se non tramite mezzi finanziari consistenti.

In pratica, quello all’abitazione ha cessato di fatto di essere un diritto da tempo. Il capitalismo finanziario post industriale, ha applicato la logica finanziaria a tutti i beni, compresi quelli immateriali, determinando così la scomparsa degli ultimi beni comuni. Una martellante campagna pubblicitaria, ci convince che l’acqua nelle bottiglie è più sana di quella del rubinetto, e pure gli acquedotti sono stati ceduti ai privati perché ne venisse tratto un utile finanziario. Il volto che ha assunto la nostra società è quello per cui tutto ruota intorno alle esigenze del capitalismo finanziario ed è al suo servizio, e la soddisfazione delle esigenze degli uomini risulta un mero accidente di quella del capitale. L’obiettivo delle Major dell’acqua, non è quello di dissetare, ma quello di fare profitti crescenti, e lo stesso vale per le società che costruiscono strade, case e producono alimenti.

L’assurdità di un sistema per il quale ogni anno vengono gettate via centinaia di migliaia di tonnellate di prodotti alimentari per tenere il prezzo, quando nel mondo centinaia di milioni di persone muoiono di fame, non ha bisogno di alcun commento. Così come è assurdo il terrore che ha preso gli europei, e gli occidentali in genere, per la produttività dei cinesi e per i bassi prezzi cui vendono i loro prodotti, se pensiamo che un incremento della produzione non può che andare a beneficio di tutti. La finanziarizzazione dell’economia produce le crisi di sovrapproduzione, che sono in sé stesse un assurdo: come scriveva Bochaca, è folle morire di fame perché si è prodotto troppo.

La logica della finanza ha reso scarso anzitutto il denaro. Ci sono sempre meno soldi rispetto alle necessità, e allo stesso tempo c’è sempre più bisogno di denaro anche per le cose più semplici e necessarie. Una civiltà un tempo contadina, è stata spazzata via in pochi decenni, se pensiamo che solo agli albori del novecento oltre l’ottanta per cento della popolazione era dedita alle attività rurali, mentre ora gli addetti all’agricoltura (che, peraltro, in genere non sono nemmeno più contadini!) sono all’incirca il 6% della popolazione attiva. La rottura del rapporto con la campagna, ha causato gravi squilibri sociali, psicologici e ambientali. Ha soprattutto fatto sì che per sopravvivere la gente abbia bisogno comunque di avere denaro, perché l’antica conoscenza che consentiva a chiunque di trarre dalla terra il proprio sostentamento, è stata dimenticata. La vita, oggi, dipende dal denaro, è sua serva, è sua schiava.

La scarsità del denaro comporta che esso è sempre più prezioso e che le persone (fisiche e giuridiche) dipendano da esso in misura crescente. D’altra parte, lo stesso meccanismo di creazione del denaro lo rende scarso per definizione. Il denaro, infatti, è emesso sulla base del debito. Affinché la massa monetaria possa crescere è necessario, cioè, che qualcuno si indebiti: i privati cittadini, le imprese, gli Stati e gli Enti Pubblici. In questo modo viene creato sia il denaro scritturale (cioè quello che non circola fisicamente nemmeno sotto forma di banconote), che è rappresentato quindi da scritture nei libri contabili delle Banche, sia i titoli di debito, soprattutto quelli di debito pubblico.

Questo denaro, che non ha alcuna consistenza fisica ed è rappresentato esclusivamente dalle scritture bancarie, costituisce un multiplo di grande dimensione (tra ottanta e cento volte) del denaro cartaceo in circolazione. Ogni qual volta un debitore restituisce una quota del capitale ricevuto in prestito, la massa monetaria si riduce della quota restituita, così come essa cresce ogni volta che qualcuno contrae un debito e riceve dalla banca la somma del prestito. Il problema è che non esiste alcun meccanismo per creare le somme necessarie per restituire gli interessi che la banca esige sul prestito, così che la moneta in tal modo è sempre scarsa rispetto alle necessità, ed è necessario che qualche altro soggetto contragga un debito e metta in circolazione nuova moneta, affinché i primi debitori siano messi in grado di restituire, oltre alla sorte capitale, anche gli interessi.

E’ questa la ragione per cui il debito complessivo (di imprese, cittadini ed enti pubblici) cresce sempre e costantemente, da quando il debito è divenuto il sistema principale per la creazione di moneta, dopo l’abrogazione degli accordi di Bretton Woods sulla parità tra il dollaro e l’oro, decisa da Nixon nel 1971.

In questa situazione di debito necessariamente crescente, i vincoli imposti ai bilanci pubblici dai parametri fissati a Maastricht, comportano la necessità di un maggiore indebitamento dei cittadini e degli enti locali ed hanno, come ulteriore conseguenza, la sistematica contrazione dei finanziamenti statali agli enti locali. Ne è derivato un lento e progressivo impoverimento dei cittadini e degli Enti Locali, ed un continuo deterioramento del tessuto sociale e ambientale nonché una riduzione, che comincia a diventare intollerabile, dei servizi pubblici offerti insieme al loro degrado. Questa situazione fa apparire come inevitabile la scelta di appaltare a privati la gestione di quello che resta della cosa pubblica, con la conseguenza che al degrado, si aggiunge l’impossibilità per molti di accedere a servizi pubblici essenziali, per i costi elevati che impone la logica degli investimenti  speculativi. La scelta della privatizzazione di servizi anche essenziali è comune a quasi tutti gli schieramenti politici e dimostra la sostanziale subalternità della politica tradizionale alle logiche del sistema di potere finanziario.

Questa situazione arricchisce irragionevolmente pochi a danno di molti, e rende la vita sempre più difficile e intollerabile. Toglie, soprattutto, la libertà a tutti quelli che non possono fare a meno del debito per vivere e persino per sopravvivere, rendendo sempre più misera l’esistenza e privandola di ogni valore, poiché ormai, l’unico valore riconosciuto è il denaro e le persone di valore sono coloro che lo posseggono.

In questo contesto, apparentemente senza via d’uscita, l’unica possibilità per i cittadini di ritornare ad un livello di vita sostenibile, è di riappropriarsi dei beni comuni, ovvero di quelli che consentono a tutti di vivere. Non è pensabile che un simile progetto possa essere sostenuto a livello nazionale da una forza politica, sia per la subalternità, sopra sottolineata, di queste al potere finanziario, sia perché la storia ci ha insegnato che la soluzione al problema non passa attraverso la centralizzazione delle decisioni politiche. Si tratta, quindi, di immaginare un modello che possa essere realizzato a livello locale per ricostruire quel tessuto sociale, di relazioni, affetti, solidarietà, condivisione di interessi e di abitudini, che sono patrimonio concreto dei cinquantamila campanili italiani.

Non è possibile, né tanto meno necessario, passare attraverso forme di violenza come l’espropriazione della ricchezza, come un tempo si è fatto con le terre e con gli altri beni sottratti dai ricchi alla comunità, né questa deve diventare una battaglia contro i ricchi. Semmai, è una battaglia contro il potere finanziario e chi lo rappresenta e lo dirige, ma intanto a livello locale non dovrebbe essere necessaria alcun provvedimento del genere, che oltretutto porrebbe chi lo compie in una situazione di illegalità e di conflitto.

La ragione è semplice. La ricchezza è rappresentata dalla complessità delle relazioni sociali e non dai beni materiali, che in tanto valgono, in quanto sono inseriti in un contesto sociale che li valorizza utilizzandoli La miopia del capitalismo finanziario consiste nel fatto che l’impoverimento attraverso il debito di molti comporta alla fine l’impoverimento anche dei ricchi e degli stessi detentori del potere, poiché la più grande ricchezza è inutile se la società non è ricca. E’ l’insegnamento del mito di re Mida, che aveva avuto il dono di trasformare in oro tutto ciò che toccava e che, proprio per questo, stava morendo di fame e di sete.

Dire che la ricchezza è un rapporto sociale, comporta che per farla crescere è necessario anzitutto sviluppare la conoscenza, e che questo è il primo dei beni che deve essere in comune.

Non è un caso che la privatizzazione della conoscenza sia il terreno sul quale più aspro è oggi lo scontro, quello per il quale possiamo realmente discriminare tra progressisti e  conservatori. E’ necessario mettere in comune le conoscenze essenziali per l’esistenza e, allo stesso tempo, impedire che chiunque possa privatizzarle. Nessuna democrazia può definirsi tale se non mette a disposizione di tutti tutte le proprie conoscenze.

Che la ricchezza sia strettamente connessa alla conoscenza inserita in un contesto sociale è fuori di dubbio, se solo si pensa alla straordinaria varietà di opportunità che consente la tecnologia e alla rivoluzione che essa ha indotto nel sistema di produzione dei beni2.. Applicare l’intelligenza alle cose comporta che queste cessano, come d’incanto, di essere scarse. La scarsità, infatti, è un rapporto sociale al pari della ricchezza. Basta pensare al fatto, inoppugnabile, che è sufficiente applicare la tecnica alla produzione agricola per moltiplicare la resa dei campi, così come l’automazione ha reso possibile la liberazione dal lavoro di fabbrica di milioni di moderni schiavi

Abbiamo la possibilità di creare una società in cui le cose siano al servizio dell’uomo e non viceversa, in cui possiamo sostituire la fatica per la necessità di sopravvivere con il piacere della creatività del lavoro. Questa possibilità c’è offerta dalla tecnica, che in questo senso, non è altro che l’applicazione dell’intelligenza alle cose.

La tecnica, però non è neutra, si muove seguendo l’indirizzo impresso dalle forze che le consentono di svilupparsi. In questa società la tecnica è al servizio del capitale finanziario e non degli interessi umani, con la conseguenza che a volte essa genera distruzione di ricchezza. Ad esempio, la produzione di automobili non è finalizzata alla soluzione dell’esigenza umana di un trasporto veloce, libero e sicuro sul territorio, ma a quella del capitale finanziario di generare profitti, usando questa necessità degli uomini come mezzo allo scopo. La conseguenza paradossale è che da un lato il trasporto è divenuto quasi impossibile utilizzando l’automobile e dall’altro che queste difficoltà stanno causando la crisi dei produttori di automobili.

Una società a misura d’uomo deve fondarsi sul primato della soddisfazione delle esigenze umane in tutte le attività. Al contrario, questa società si fonda sulla soddisfazione delle esigenze 4 del capitale monetario, e i bisogni degli esseri umani sono un mero accidente di quello. Esistono le risorse, l’intelligenza, la tecnologia, per costruire una società a misura di uomo, manca solo la volontà di farlo. Stiamo vivendo, ora un momento particolare, in cui la volontà del cambiamento è pressata dalla necessità di attuarlo. L’illogicità del sistema economico e finanziario, finora tenuta nascosta dal relativo benessere in cui abbiamo vissuto nel mondo occidentale, sta emergendo in tutta la sua crudezza con la crisi economica, che in certe aree dell’occidente, ha eroso e continua ad erodere in misura significativa il tenore di vita della gente.

In Italia il declino economico è sempre più evidente, non solo nelle cifre esposte da governanti e controllori, ma soprattutto nella percezione della gente, ed è visibile in particolare modo, nell’incuria crescente verso la cosa pubblica, nel livello di tensione nella vita privata, nell’affanno quotidiano di famiglie, imprese ed Enti pubblici.

E’ necessario immaginare un progetto radicalmente nuovo di riqualificazione del territorio, è necessario ricostruire quel tessuto sociale che la crisi ha frantumato e i nuovi strumenti di controllo sociale, a partire dalla televisione, hanno lacerato per sopire il senso di appartenenza alla comunità  e la coscienza di sé, che sono il presupposto di ogni forma di protesta e di critica.

L’obiettivo possibile è la ricostruzione di un Welfare efficiente che parta dal basso, però, e chenon si fondi sulla logica assistenziale ma sul diritto di tutti gli esseri umani di vivere ad un livello di vita accettabile. Un Glocal Welfare, basato sulla valorizzazione delle risorse locali con la coscienza, però, di essere inseriti in un contesto irreversibile di globalizzazione.

Lo strumento adottabile è laproduzione di energia da fonti rinnovabili con impianti di piccolo taglio distribuiti sul territorio del Comune in modo da non modificare gli equilibri ambientali, e l’adozione di monete locali per finanziare la parte della costruzione che dipende direttamente dalle delle risorse locali.

La produzione di energia è alla base di ogni filiera economica e di ogni attività umana. Finora, la produzione è stata gestita in maniera centralizzata, dapprima dagli Stati, poiché l’energia è stata a lungo considerata di interesse nazionale, e da qualche tempo, sull’onda della privatizzazione, da grandi imprese multinazionali che posseggono gli strumenti finanziari per realizzare la costruzione di impianti di grandi dimensioni. Le fonti rinnovabili hanno la caratteristica di essere poco adatte ad una produzione di grandi dimensioni, poiché l’efficienza degli impianti è decisamente maggiore se la produzione viene utilizzata essenzialmente sul posto.

Di tutta l’energia che si utilizza nel mondo, il 40% è destinata al riscaldamento degli edifici, il 30% alla circolazione dei veicoli ed il rimanente 30% alla produzione di energia elettrica. In quest’ultima voce è compresa una quota, difficilmente quantificabile ma certamente crescente, di energia destinata al raffrescamento degli edifici mediante l’aria condizionata. Si tratta, quindi, di produrre non solo energia elettrica ma anche, e soprattutto, energia per l’autotrazione e calore per il riscaldamento ed il raffrescamento degli edifici. Per quanto concerne la produzione di energia elettrica, le tecnologie delle rinnovabili sono mature e sperimentate da tempo, soprattutto il fotovoltaico piano, l’idrico e l’eolico. Esistono, però, anche tecnologie più recenti, meno conosciute ma anche più efficienti, come lo smaltimento di biomasse con impianti di piccole dimensioni, il fotovoltaico a concentrazione solare, le fuel cells, che consentono di produrre energia elettrica e allo stesso tempo calore da utilizzare per il teleriscaldamento e per la produzione di acqua calda. Una particolare menzione merita la concentrazione solare a medie e alte temperature, che consente di produrre fino a qualche MegaWatt di energia, essenzialmente indirizzata alla produzione di calore per il teleriscaldamento che può consentire ad un piccolo paese di assicurare a tutti i propri edifici il riscaldamento invernale e il raffrescamento estivo a costi molto contenuti.

Il grande vantaggio delle energie da fonti rinnovabili è che il costo più elevato degli impianti è ammortizzato con relativa rapidità per il fatto che la fonte energetica non ha praticamente alcun costo, e che le uniche spese periodiche sono relative alla manutenzione, peraltro in genere modesta, degli impianti. Per quanto concerne, poi, l’autotrazione, in attesa della messa a punto delle tecnologie per la produzione efficiente dell’idrogeno, che è un eccellente vettore per lo stoccaggiodell’energia, si possono stimolare le colture di vegetali per estrarne gli oli per i motori diesel, come il girasole e la colza. La produzione locale di energia elettrica è certamente più efficiente per via della mancata dispersione della corrente nel trasporto sulla rete, oltre ad essere decisamente più compatibile con l’ambiente e la sicurezza per la mancanza di tralicci ad alta tensione. Lo smaltimento delle biomasse, se effettuato con impianti di piccola dimensione (da 200 kW a 3 Mw), consentono di recuperare per la produzione di energia gli scarti delle attività agricole di una piccola comunità rurale, senza produrre né inquinamento ambientale né un incremento del traffico. Infine, l’eolico di piccolo taglio, con turbine da 3 fino a 100 kW, non produce l’impatto ambientale delle grandi pale eoliche che deturpano il paesaggio e generano problemi ambientali. Una piccola pala, su un palo di altezza da 5 fino a 20 metri, si confonde con il paesaggio e gli edifici ed ha una maggiore efficienza dei grandi impianti.

L’idea centrale è quella di coinvolgere nella costruzione degli impianti tutta la popolazione locale, costruendo strutture di gestione di diritto privato (soprattutto utilizzando la normativa in favore dei piccoli Comuni), al cui capitale partecipino, in diverse maniere, gli abitanti della comunità locale. La distribuzione delle azioni o degli altri titoli emessi dalla società, può infatti avvenire sia mediante conferimenti in denaro, allocando il risparmio in investimenti che sono sotto gli occhi di tutti, e quindi più controllabili dai risparmiatori di titoli emessi da multinazionali in giro per il mondo, sia mediante conferimenti in natura, tramite ad esempio, la concessione dello spazio utile per collocare una turbina eolica sul proprio terreno, infine mediante la semplice accettazione della moneta locale emessa dal Comune o da altro Ente sotto la sua direzione.

I Comuni, nella situazione attuale, non dispongono spesso di mezzi finanziari per riuscire nemmeno a promuovere un dibattito su un’iniziativa del genere, figuriamoci a costruire un impianto. Però il modello che dobbiamo realizzare non deve prevedere che i Comuni impegnino le scarse risorse pubbliche di cui dispongono. Infatti, per la costruzione di impianti da fonti rinnovabili si può fare affidamento si diverse fonti di finanziamento. Anzitutto sui contributi della UE, gestiti dalle Regioni, che a seconda del tipo di tecnologia adottata arrivano a coprire in media un 40% del costo totale dell’impianto. Per l’eolico, questo contributo avviene mediante l’emissione dei certificati verdi e per gli impianti che riducono le emissioni di CO2, mediante i certificati bianchi, che sono gestiti sul mercato come titoli di natura finanziaria. Poi, circa un 10% dell’investimento complessivo, può essere apportato dal Comune mediante il conferimento di immobili (terreni o edifici) dove collocare gli impianti di maggiori dimensioni e più prossimi alle abitazioni per via della maggiore efficienza del teleriscaldamento. Un altro 30% può essere assicurato dalla partecipazione della popolazione locale, supponiamo per due terzi in denaro e per un terzo in diritti per il collocamento degli impianti. Resta un 20% circa, ma forse anche meno, che può essere finanziato o mediante il project financing, che peraltro deve assicurare anche la monetizzazione del 20% circa rappresentato nell’investimento ipotizzato dalle garanzie immobiliari i diritti reali poste dal Comune e dai privati, oppure mediante l’emissione di una moneta a circolazione locale.

Abbiamo visto che è assurdo che non ci siano i soldi per fare le strutture e i servizi che abbiamo la possibilità tecnologica di realizzare, e nemmeno per mantenere quel livello minimo di efficienza raggiunto negli anni settanta.

Il problema non è solo italiano poiché, in realtà, analoghe difficoltà si riscontrano in tutti i paesi del mondo industrializzato, a partire dagli Stati Uniti dove, negli ultimi vent’anni, il livello della vita sociale e dei servizi comuni si è ridotto per certe classi in misura intollerabile, fino ad escluderle del tutto da servizi essenziali come la sanità, la previdenza, l’abitazione.

Imputiamo questa situazione al sistema finanziario e alla moneta, soprattutto con riferimento ai criteri seguiti per la sua gestione ed emissione, ed al ruolo che essa svolge nel generare l’economia del debito. La tagliola di un debito crescente e incontrollabile, tiene in ostaggio, ormai, tutte le economie occidentali, a partire da quella statunitense nella quale tutti i soggetti economici, comprese soprattutto le famiglie, sono ormai indebitati oltre il limite della tolleranza. La scarsità del denaro in circolazione non viene più attribuita a ragioni economiche ma a precise scelte politiche del sistema di potere finanziario. Solo in questa ottica si spiegano i tentativi di superare il problema affiancando alla moneta ufficiale (della Banca Centrale e non dello Stato che ormai non ne esistono più se non in forma di titoli di debito), monete complementari a circolazione locale che integrano in misura crescente l’inefficienza del sistema monetario nazionale.

Recentemente, diversi governi regionali tedeschi hanno varato una propria moneta locale per mezzo della quale è possibile gestire servizi pubblici e assistenza altrimenti destinati ad essere soppressi. Si tratta per lo più e soprattutto in Germania, di monete non di debito perché emesse con una scadenza predeterminata che ne favorisce la rapida circolazione impedendone la tesaurizzazione.

L’emissione di una moneta complementare locale si giustifica, nel quadro di questo progetto, con la copertura che viene data dalla produzione di energia e dal moltiplicatore di ricchezza che la produzione genera. In realtà, chi conosce la mia teoria sulla moneta3, sa che non c’è alcuna necessità di copertura per giustificare l’emissione di moneta, e che l’adozione del tasso negativo consente all’Ente locale di disporre di risorse che derivano proprio dalla circolazione della moneta locale. Ovviamente tale moneta, per circolare, deve essere accettata dalla popolazione locale oltre che dallo stesso Comune che la emette e dalle imprese che eseguiranno i lavori. Queste, d’altra parte, non avranno alcuna difficoltà nel farlo, considerando che all’incirca un 20% dei costi di costruzione di un impianto sono rappresentati da spese locali che possono essere coperte appunto dal pagamento effettuato in moneta locale. Il concetto di complementarietà della moneta consiste nel fatto che essa circola in misura sussidiaria rispetto alla moneta ufficiale, per cui i pagamenti potrebbero essere effettuati in parte in moneta ufficiale e, in parte complementare, in moneta locale.

Gli impianti devono essere tarati in modo tale da consentire il soddisfacimento di tutte le esigenze locali di energia sotto le diverse forme, e di ottenere una eccedenza da vendere nella rete nazionale, al fine di assicurare alla società un maggior ricavo. Questo può consentire al Comune di emettere una maggiore quantità di moneta locale, per ridurre progressivamente il costo dell’energia per i cittadini, erogando una parte di questa moneta in misura uguale per tutti. Si introduce, in questo modo, il principio del Reddito di Cittadinanza per assicurare le condizioni minime di vita partendo dal garantire a tutti il diritto di accesso all’energia, quale base indispensabile di ogni attività economica ed umana4. E’ questo il senso del Glocalist Welfare cui si accennava sopra, un sistema di sicurezza sociale fondato sulla produzione di ricchezza e su una distribuzione stimolatrice di ulteriore produzione, che non sottrae risorse alla società a ai produttori e che consente la liberazione di energie, fisiche e intellettuali assicurando a tutti le condizioni minime di vita.

Il termine Glocalist è una crasi di Global e Localist, ed indica la necessità di avere allo stesso tempo un’ottica mondiale in una politica locale radicata sul territorio. Non possiamo impedire ai Cinesi e ai paesi emergenti di produrre a costi bassi, ma dobbiamo affrontare la sfida mondiale incrementando la vera ricchezza, vale a dire la conoscenza e l’intelligenza. E solo un Welfare che consenta a tutti di liberare le proprie capacità creative, è in grado di invertire la tendenza al degrado morale e culturale in atto nel nostro paese. La creatività è possibile solo nella libertà e nella cultura.

Il disastro imminente che si profila dinanzi ai nostri occhi non ci deve far dimenticare la nostra storia e la nostra cultura, che è anzitutto storia di libertà e di grandi innovazioni. Abbiamo risorse straordinarie, rappresentate non solo dalla ricchezza prodotta con il lavoro delle generazioni passate, ma soprattutto dal retaggio di cultura e conoscenza che abbiamo accumulato in tanti secoli di storia.

Il Rinascimento italiano è nato dai Comuni, da un nuovo e rivoluzionario equilibrio raggiunto nella relazione tra città e campagna. Cinquantamila campanili, ricchi di risorse e di umanità, attendono solo il momento di dare nuovamente vita alle città esangui e moribonde del nostro tempo.

Abbiamo le risorse, nella società e dentro noi stessi, per dare inizio ad un nuovo Rinascimento, dobbiamo solo volerlo.

Note
1 Il meccanismo di creazione del denaro è descritto praticamente in tutti i miei libri sull’economia, poiché è il presupposto della critica dell’economia finanziaria moderna. La trattazione più diffusa si trova, comunque, in “Un Milione al mese a tutti: Subito!” Edizioni Malatempora, Roma 1999
2 Sul concetto di ricchezza e sulla dimostrazione che esso coincide essenzialmente con la quantità di informazioni disponibili in una società storicamente data, cfr. il mio “Un’Altra Moneta”, Malatempora, Roma 2004
3 Cfr. sul punto, soprattutto “Dove andrà a finire l’economia dei ricchi”, ed. Malatempora, Roma, 2003
4 Sul Reddito di Cittadinanza, vedi “Un Milione al mese a tutti: Subito! Op. cit.
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