Le radici teoriche della FAZ

In un momento di così grande confusione mi sembra opportuno riproporre un estratto dell’intervista che Ethel Chiodelli mi fece un paio di anni fa, in cui si parla delle radici teoriche e filosofiche dell’idea della FAZ. Credo che possa essere un contributo per aprire una discussione sui fondamenti teorici di una nuova società che ormai è necessario ed urgente cominciare a edificare prima che sia troppo tardi.  

La FAZ ha l’apparenza di una proposta tecnica e pratica, ma si tratta solo di apparenza perché in realtà affonda le sue radici in un retroterra filosofico e culturale che non è necessario mettere in mostra e che però è alquanto articolato.

Il punto forse più qualificante del progetto FAZ è proprio il meccanismo di interazione per la sua diffusione. Non ricordo se anche in Un’Altra Moneta, ma spesso in conferenze ed altri scritti sia io che i miei collaboratori abbiamo parlato della FAZ come di un meccanismo virale, un virus che si installa nell’organismo malato della società e la trasforma.

Partiamo dalla constatazione che il “materiale umano” nella nostra società è quello che è, ovvero è intriso di cultura del denaro, avidità, egoismo e prevaricazione. Viviamo nella società del potere e del denaro e questo è ciò che abbiamo.

La società è dominata dal pensiero della scarsità, che ha uniformato a sé le strutture sociali e l’ambiente. Il pensiero della scarsità presuppone che le risorse sono sempre limitate e che c’è necessità di un potere che ne gestisca la distribuzione. Farlo nel modo più equo possibile è l’essenza del buon governo. La stessa economia è definita la scienza della scarsità in tutti i manuali che la presentano: dove c’è abbondanza di risorse non c’è economia, i beni non hanno un prezzo.

Questa definizione nasce da una visione positivista del mondo: gli uomini sono i soggetti agenti della trasformazione di un mondo posto (positum) oggettivamente di fronte a loro. Conflitti, egoismo e potere trovano qui la comune radice, nella percezione della inevitabile scarsità delle risorse.

Il rovesciamento di questa logica consiste nel considerare gli uomini stessi come risorsa. È l’effetto della nuova visione dell’universo indotta dalla fisica quantistica. L’universo è in sé inconoscibile, sono gli uomini che osservandolo lo trasformano. La separazione tra soggetto e oggetto diviene, in questa prospettiva, priva di significato. L’Essere è uno, per dirla con Parmenide, e la molteplicità è un’illusione della nostra mente. La coscienza consiste nella comprensione delle infinite opportunità che la conoscenza di sé può generare.

Se le risorse sono negli uomini è evidente che esse sono illimitate. La dimostrazione di questo assunto è riportata in Un’Altra moneta come un corollario della generale dimostrazione proposta da Tipler sulle risorse dell’universo. Questo assunto è il presupposto sul quale si fonda l’economia dell’abbondanza.

Viviamo in questo momento immersi in una contraddizione fondamentale: da un lato la cultura dominante è sempre quella della scarsità, dall’altra è evidente intorno a noi che la produzione è sempre eccedente e che le crisi non dipendono da un eccesso di domanda ma semmai da un eccesso di offerta di beni.

C’è una percezione diffusa di un mondo in cui tutti potrebbero vivere agiatamente, percezione sostenuta dal mondo dei media, poiché l’abbondanza è divenuta raggiungibile. Non è più il sacrificio la via della salvezza individuale, sacrificio che nasceva per solidarietà nei confronti degli altri membri della comunità e che trovava la sua fonte nella considerazione che senza solidarietà e coesione sociale l’individuo era perduto.

Ora, questa logica ha un senso in una società che fonda la propria economia sulla scarsità delle risorse, ma non ne ha alcuno se le risorse sono sovrabbondanti. Perché sacrificarsi se le risorse sono non solo sufficienti per tutti ma eccedenti rispetto alle necessità?

Questo concetto non è ancora emerso con chiarezza nella coscienza collettiva, tuttavia esso è ben presente e dispiega comunque i suoi effetti. Intendo dire che la diffusione dell’abbondanza delle merci, che è palese per tutti quelli che vivono in occidente, fa sì che la gente sia sempre meno disposta a sacrificarsi. È altrettanto palese che non dipende più dal sacrificio individuale la salvezza di ciascuno né quella della società.

Qui c’è un punto interessante: è proprio l’abbondanza evidente, apparentemente raggiungibile e invece per molti puramente illusoria, perché la gestione della distribuzione attraverso il denaro è ancora dominata dalla logica della scarsità, a generare un allentamento dei vincoli etici nella società. La cultura dell’illegalità viene da questa contraddizione tra una visione tuttora perpetuata della cultura della scarsità e l’evidenza della produzione dell’abbondanza.

La produzione immateriale ha rotto gli argini e gli steccati della cultura della scarsità. È intuitivo per chiunque che non ci sono limiti alla produzione di beni immateriali. È questa la ragione per cui il conflitto sul copyright e il movimento dell’Open Source sono così diffusi ed ottengono tanto consenso. Per Marx la proprietà della terra e delle macchine è un furto, per i giovani ancor di più lo è la proprietà della musica o del software.

In questo brodo culturale, occorre riuscire a cambiare la testa a gente che è bombardata continuamente da messaggi contraddittori, come ad esempio quelli sul debito pubblico, a volte presentato come una jattura, altre come una opportunità.

Cambiare la testa agli uomini non è semplice. Marx pensava che la coscienza di classe si formasse in fabbrica, per la via della evidenza della comune condizione di sfruttato che ciascun operaio riscontrava nei suoi compagni. La diffusione di questa coscienza era quindi favorita dalla stretta vicinanza degli operai. Per questa ragione gli operai erano potenzialmente rivoluzionari, mentre i contadini, parimenti sfruttati ma impossibilitati a riconoscere il proprio sfruttamento rispecchiandolo in quello degli altri, lo erano in misura minore.

Questa analisi, che ha agitato il mondo comunista per decenni e prodotto anche un paio di guerre tra Urss e Cina, oggi non ha praticamente più alcun significato. Nel mondo anglosassone il fordismo ha generato, a partire dal secondo dopoguerra, una cultura dell’invidia e della competizione per il possesso dell’autovettura con cinque cavalli in più, o della casetta a schiera con l’erba del giardino più verde. L’agiatezza raggiungibile è stata per il cambiamento un motore formidabile sostenuto dalle illusioni proposte dalla televisione e dalla pubblicità. Il marxismo nasce in un ambiente culturale positivista e si è mosso essenzialmente in una logica di scarsità, anche se molte pagine dei Grundrisse, ad esempio, o dei Manoscritti del 1844 possono ancora dare molto al pensiero, ma questa è un altro argomento.

La coscienza si forma oggi, nel mediatico, e internet è divenuto il luogo dove questa coscienza si può formare in modo critico, quello che un tempo era il compito delle scuole di partito. Internet rappresenta la vera svolta per la costruzione di un’alternativa alla società del denaro.

Tuttavia, occorre sempre cambiare la testa agli uomini e la questione si pone daccapo: come farlo? La via di Pol Pot di tagliare la testa a tutti quelli che ce l’avevano formata, per fare l’uomo nuovo dai ragazzini tredicenni che spediva a fare guerriglia, non sembra né funzionale né praticabile, oltre ad essere oltremodo disgustosa.

La via della formazione dell’etica individuale “altruista” è quella seguita dalle chiese. L’effetto sono le guerre di religione ed un controllo ferreo sui comportamenti tramite la colpa ed il pentimento. Ne segue la necessità del sacrificio individuale per il bene collettivo, appunto, nell’ambito della cultura della scarsità.

Quindi, l’alternativa per la realizzazione dell’homo novus è quella di partire dal suo essere reale, dalla sua natura e utilizzarla per indurlo a tenere comportamenti socialmente utili. In fondo, l’idea non è molto distante dalla “mano invisibile” di Smith, solo che qui lo Stato, o meglio la comunità, ha un ruolo essenziale nel disegnare l’ambiente più adatto affinché la mano invisibile possa essere efficace. L’idea mi è venuta dallo studio della teoria dei giochi, per la quale un comportamento cooperativo è più conveniente a livello individuale di uno egoistico (cfr le considerazioni su Axelrod in Un’altra Moneta). Se è così, tra le varie opzioni nella scelta dei nostri comportamenti, esiste sempre un’alternativa che realizza questo assunto. Se il mondo è creato dalla nostra visione di esso, esisterà sempre una diversa visione che generi abbondanza, qualunque sia il bene o l’organizzazione di beni oggetto di interesse.

Se prendiamo ad esempio la necessità di soddisfare il bisogno trasporto, è ovvio che le automobili non possono adempiere al compito di garantire un trasporto individuale soddisfacente per tutti. Un mondo con oltre 7 miliardi di automobili è impensabile, e oltretutto il trasporto si paralizzerebbe. Quindi l’automobile in sé, che è uno strumento di trasporto pensato in una logica di scarsità e di esclusione, non è una soluzione. Tuttavia esistono diverse possibili soluzioni che possono conciliare le esigenze strettamente individuali con quelle collettive, ma è necessario uscire dalla logica del profitto che è alla base della produzione delle automobili per vederle.

Il compito della società, e quindi della FAZ, è di realizzare un ambiente in cui le scelte cooperative che realizzano nel modo migliore il fine individuale sono favorite, e soprattutto appaiano evidenti.

Il denaro a tasso negativo è una di queste tecniche. Il problema è che il denaro a tasso negativo rompe il legame millenario che rende sopportabile l’archetipo della paura di morire. Il denaro rappresenta la sicurezza del futuro e più se ne accumula maggiore diventa questa sicurezza.

Con il denaro, che è l’astratta rappresentazione del necessario per vivere, gli uomini estendono la loro conoscenza nel tempo prevedendo il futuro e ridisegnando il passato. Come nota giustamente Severino, questa capacità o potenza di previsione è la fonte del nichilismo dell’Occidente. Allo stesso tempo essa è all’origine della natura metafisica del denaro, che si fa dio perché garantisce a chi lo possiede in grande quantità, un grande numero di anni di sopravvivenza, e a chi ne possiede in quantità infinita, garantisce l’immortalità. L’interesse sul capitale, che è lo strumento attraverso il quale il capitale cresce indefinitamente, è percepito come il veicolo per raggiungere l’immortalità. L’anima non serve più se hai capitale a sufficienza, così come non serve più l’intermediazione di nessuno (sciamano o prete che sia) per ottenere l’illusione dell’immortalità.

Il tasso negativo rompe, quindi, questo archetipo ed è questa la ragione per cui, al di là di ogni altra considerazione, ritengo essenziale introdurlo insieme al Reddito di Cittadinanza che restituisce sicurezza a ciascuno ma in una dimensione di fiducia collettiva. Da questo punto di vista, il RdC rafforza i comportamenti socialmente cooperativi, poiché senza uno sforzo comune è impossibile realizzare la distribuzione di RdC.

Tornando al tasso negativo, l’unico modo per farlo accettare, oltre ad accompagnarlo con il RdC, consiste nel dimostrarne l’utilità per tutti senza doverne necessariamente spiegare la natura. Ogni FAZ deve essere pensata come uno strumento che genera comportamenti solidali, indipendentemente dalla volontà e dal reale grado di coscienza dei suoi membri. Saranno poi questi comportamenti solidali a generare coscienza solidale. L’essenziale è che il comportamento, che viene percepito da ciascuno come essenzialmente egoistico, comporti un effetto socialmente rilevante.

La semplice accettazione del denaro a tasso negativo ha questo effetto. Da un lato, infatti, questo comporta vantaggi per tutti i soggetti che lo usano (vedi le Faq di Un’altra moneta), e dall’altra comporta la possibilità di erogare RdC e di confinare il denaro di debito nella trappola della liquidità.

La cosa interessante, ma anche la più difficile da praticare, è che per usare il denaro a tasso negativo non è affatto necessario che la gente capisca tutti gli effetti di esso, così come per usare un telefonino non è necessario avere nozioni di microelettronica o di matematica superiore.

La FAZ è uno strumento duttile, che può nascere anche per determinate categorie di scambio e poi trasformarsi o rinascere per svolgere una differente funzione, anche più generale. Non ha affatto bisogno di un potere per essere gestita, e nemmeno di un territorio, poiché la maggior parte della produzione è fatta di beni immateriali. In un certo senso, la comunità open source è potenzialmente una FAZ, poiché è un luogo in cui ciascuno cede la propria attività gratuitamente agli altri ricavandone però un tornaconto personale.

Quello che ho scritto finora rende possibile la risposta alla prima domanda. La via per arrivare a costruire una FAZ passa attraverso il rovesciamento del modo di vedere l’universo, un rovesciamento che mette al centro l’individuo come creatore. La mia esperienza personale viene dal movimento del ’68 e dall’illusione che la politica potesse allora davvero trasformare il mondo. In effetti, molto è stato fatto grazie a quel movimento, soprattutto sul piano dei rapporti individuali che, visti a posteriori, sono essenziali perché si generino diversi rapporti sociali. La mia esperienza politica è naufragata nel lontano 1975 sullo scoglio di una paradossale espulsione dal Manifesto per “frazionismo”, un’espressione – temo ormai incomprensibile – con cui si denunciavano attività incompatibili con il principio del Centralismo Democratico, che era un modo ampolloso per definire il potere di controllo dell’élite di potere sul partito. Il paradosso consisteva nel fatto che il Manifesto era nato proprio dalla contestazione di questo principio e che applicarlo equivaleva a sconfessare tutta l’esperienza e l’idealità espressa dal movimento.

Il percorso che poi ho seguito è stato alquanto tortuoso, poiché dovevo liberarmi di anni di studi e di pratica marxista, il che però, non comportava liberarsi di Marx, quanto piuttosto di Lenin, Trotskij, Mao, Stalin e tutta la retorica pseudomarxista che questi gestori del Centralismo Democratico e delle logiche di potere portavano con sé. Per questa ragione ho iniziato un lungo percorso nel pensiero filosofico a ritroso nel tempo, ripartendo da Feuerbach e da Hegel, e soprattutto dalla critica di Heidegger a Parmenide e Nietzsche. In questo la lettura di Severino, che insiste monotonamente sull’Unità dell’Essere e sul nichilismo dell’occidente (e dei suoi abitatori) in tutte le sue opere è stata per me di grande importanza. A forza di arrampicarmi sui capelli di questi giganti del pensiero sono riuscito ad arrivare a capire cosa intende Parmenide con la necessità di superare la porta del sentiero di Aletheia, quello che conduce all’Unità dell’Essere.

Tutto quello che ho scritto dopo, è il tentativo di descrivere i pochi passi percorsi su quel sentiero.

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