L’Economia della post-scarsità

Testo tratto dalla tesi di laurea in Filosofia “Volontà di potenza: relazioni tra corpo reattivo in Nietzsche e singolarità tecnologica” di Sebastiano Scròfina (2007):

(…) Secondo il fisico ed economista R. Hanson (2008), sono numerose le “singolarità” che nel corso della storia hanno profondamente influenzato lo sviluppo economico. Come nel caso della rivoluzione agricola e di quella industriale, secondo l’autore un’innovazione che rendesse inutile la gran parte del lavoro umano potrebbe aumentare la crescita economica dalle 60 alle 250 volte. Un tale mutamento nei meccanismi della produzione economica potrebbe innescare cambiamenti radicali nelle stesse definizioni di lavoro e ricchezza. Se oggi la ricchezza è definita dal fattore del capitale e da quello del lavoro, in una società in cui il lavoro non fosse più necessario ai fini della produzione si troverebbe costretta a ridefinire il concetto di ricchezza. Stallman (GNU Manifesto – Stallman, Richard; Dr. Dobb’s Journal, March 1985) e Doctorow (Cory Doctorow, Down and out in the magic Kingdom, TOR, 2003) definiscono “economia post-scarsità”: si vuole qui delineare, in modo solo apparentemente paradossale, la possibilità di un sistema economico di gestione e allocazione di risorse sempre sufficienti a soddisfare le necessità percepite dagli individui, laddove il termine stesso “economia” è oggi indissolubilmente legato all’efficiente allocazione di risorse per definizione scarse, ovvero sempre inferiori alle necessità percepite dagli individui.

Per chiarire il fenomeno delle “economie dell’abbondanza” non possiamo prescindere dall’analisi di De Simone (2003), la prima ad aver definito in modo esauriente gli aspetti teorici e pratici di uno scenario che, per quanto riesce a sfuggire all’intuizione comune, potremmo definire una “singolarità economica”. Secondo De Simone è possibile trascendere il paradossale stato raggiunto dallo sviluppo economico, dove sistemi ormai basati sulla produzione di conoscenza e non più di materia si trovano però costretti a reificare la conoscenza stessa trattandola come merce, negando quindi l’intrinseca infinitesimalità del suo costo marginale, penalizzando creatori, fruitori e rallentando la diffusione dell’informazione nel sistema.

A questo fine sarà necessario, secondo l’autore, ridefinire la ricchezza come creatività, recidendo quindi ogni legame con tempo e materia. Se la ricchezza non è materia, ne consegue che essa non sia più accumulabile: viene così meno il carattere essenzialmente reattivo del denaro, aprendo la strada a quello che De Simone disegna come “altra moneta”, un non-denaro che è flusso prima che stato, dove quindi, come nel caso del dono, ad una maggiore capacità e forza di spendersi creativamente (e di spendere) non corrisponde necessariamente un impoverimento.

Riprendendo le tesi del cosmologo e fisico Frank Tipler (1988), secondo cui le risorse sono illimitate – quindi abbondanti ma, ovviamente, non infinite – sul piano fisico, nel senso che sono sempre sufficienti per ciascuna unità vivente nel tempo della sua vita, De Simone afferma:

“Il problema delle risorse deve essere posto su un piano culturale e non su un piano di mero conteggio di esse data una determinata capacità di utilizzo. Questa, infatti, dipende dalle conoscenze scientifiche, che hanno una capacità di crescita almeno pari alla crescita dell’espansione della vita nell’universo” (De Simone).

Esempio concreto di abbondanza illimitata e pur tuttavia finita è l’energia solare: riceviamo dal sole 3,850,000 exajoule di energia ogni anno, mentre il consumo energetico totale è inferiore ai 440 EJ. (fonte: Wikipedia.)

Il fatto che quest’abbondanza non sia ancora accessibile dimostra la fondatezza dell’affermazione che il problema delle risorse sia un problema “culturale”, una questione non oggettiva bensì prospettica.

Se da un lato anche Kurzweil nota come solo lo 0.3% dell’energia solare sarebbe sufficiente a soddisfare i bisogni energetici umani previsti per il 2030, De Simone sottolinea come sia necessario passare innanzitutto dalla ridefinizione del paradigma economico della scarsità, che è essenzialmente incompatibile con la summenzionata abbondanza di energia, e quindi non
sarebbe – e infatti non è – in grado di relazionarvisi.

L’autore delinea un’economia dove – attraverso la ridefinizione del concetto di ricchezza e il conseguente abbandono della riproduzione artificiale della scarsità – possa emergere abbondanza anche di risorse limitate, ovvero misurate da un’unità di conto, come ad esempio le informazioni oggi “protette” da proprietà intellettuale.

“Vedo quindi gli uomini liberi tornare ad alcuni dei principi più solidi e autentici della religione e della virtù tradizionali: che l’avarizia è un vizio, l’esazione dell’usura una colpa, l’amore per il denaro spregevole, e che chi meno s’affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda saggezza. Rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all’utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l’ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, gigli del campo che non seminano e non filano. Ma attenzione! Il momento non è ancora giunto. Per almeno altri cent’anni dovremo fingere con noi stessi e con tutti gli altri che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato utile e quel che è giusto no. Avarizia, usura, prudenza devono essere il nostro dio ancora per un poco, perché solo questi principi possono trarci dal cunicolo del bisogno economico alla luce del giorno.” (J.M.Keynes, Esortazioni e profezie, pg. 282. La prima stesura del testo risale al 1930).

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