L’economia di Godot

Accendendo la televisione o leggendo un giornale, capita di scoprire che il misterioso filo del tempo regolatore di tutte le cose, lega tra loro immagini ed eventi apparentemente diversissimi.
Quando arriverà la ripresa? – chiese ansiosamente l’anchorman (o woman) impomatato all’illuminato esperto di economia onusto di gloria e di cerone che sedeva impettito nella poltrona riservata agli ospiti illustri, durante una brillante puntata di un talk show paraserioso di gran moda quell’inverno. Egli respirò profondamente come se raccogliesse delle idee ed elaborasse nella sua mente sublime chissà quali complesse analisi (irraggiungibili dai comuni mortali), e poi, guardando il suo uditorio stupefatto da tanta scienza esclamò con piglio deciso: – Ma l’anno prossimo, con ogni probabilità! – L’anchorwoman (o man) tirò un sospiro di sollievo che fu accompagnato dall’applauso liberatore levatosi dal pubblico felice e soddisfatto.
Scosse dagli applausi, le medaglie al valore economico (ovvero i contratti di consulenza con i maggiori istituti finanziari), tintinnavano sul petto orgoglioso dell’illustre cattedratico.


Il signor Godot mi manda per dirvi che oggi non può venire, ma che certamente arriverà domani”, disse il ragazzo tutto di un fiato a Didi e Gogo che lo guardavano speranzosi, tirando anch’essi un sospiro di sollievo.
Già, domani, come la ripresa economica. E oggi? Aspettiamo, tanto domani è vicino e se avete fame niente paura, basta fare un debituccio con la banca più vicina tanto i soldi ve li regalano o quasi. E quelli che non possono fare un debito perché magari stanno senza stipendio fisso? Ah che noia, ma quelli non esistono nemmeno. Questa è una società in cui conta (e ha diritto di vivere) solo chi ha la fiducia della banca, o non l’avevate ancora capito?
Meno male che nel flash successivo (dopo la pubblicità) un celebrato campione del pallone ci tranquillizza pure lui, assicurando che “alla fine del primo tempo arriverà la ripresa e la squadra andrà molto meglio“. Ma perché questo primo tempo non finisce mai, l’arbitro quando fischia?

Arriva l’estate e puntualmente arrivano le cattive notizie sull’andamento dell’economia. Vi chiederete il perché le cattive notizie debbano arrivare d’estate. La ragione è semplice: d’estate la gente non c’è, fa caldo, pensa alle ferie, cerca i soldi per andare in vacanza (se può), e quindi tutto passa in secondo ordine. Soprattutto, d’estate la memoria è corta, più che nei lunghi mesi invernali quando un po’ di tempo per leggere il giornale c’è e chi non ama leggere (in pratica la grande maggioranza della popolazione) passa le serate davanti alla tv di MediaStato. Quindi, si possono dire anche le notizie cattive, tanto saranno in pochi a farci caso.
Qual è la cattiva notizia? Che l’economia va male e che della ripresa si potrà parlare solo alla fine dell’anno prossimo. Chi prova a fare uno sforzo di memoria, tra i fumi di questa estate bollente, forse dirà che in fondo non è proprio una gran notizia questa, poiché si vede che le cose economiche vanno male; in fondo basta andare a fare la spesa per trovarsi senza un centesimo dopo aver comprato appena appena l’essenziale.
Se siete rimasti delusi, allora vi dirò il resto della notizia cattiva. Ovvero che le cose andranno peggio. Ma come, direte voi, le previsioni più pessimistiche parlavano di una ripresa certa per la metà del 2003 e adesso invece scopriamo che va sempre peggio? E com’è possibile? Il denaro costa sempre meno, il pericolo terrorismo è passato o quasi, la guerra è stata fatta e per qualche mese non se ne parla, persino la SARS è scomparsa dai telegiornali e le trasmissioni televisive sono sempre più affollate di squinziette pronte a mostrare al volgo e all’inclita le proprie grazie, e le cose vanno male? E gli economisti che l’anno scorso dicevano che la ripresa sarebbe iniziata quest’anno che dicono? E quelli che nel 2001 dicevano che sarebbe iniziata nel 2002 che fanno? E poi quelli che nel 2000 giuravano sulle magnifiche sorti e progressive del capitalismo a partire dall’anno successivo dove stanno?
Se volete potete insultarli usando la terminologia del turpiloquio più in voga nei bassifondi degli angiporti del mondo, ma vi avviso che sarebbe impresa inutile. Infatti, sono sordi e dotati di una immarcescibile faccia di bronzo. Perciò, continueranno a calcare le scene televisive circondati da squinziette prosperose, preceduti da telenovelas fumose e seguiti da accesi dibattiti sul niente. Ergo l’atto veramente rivoluzionario è quello di spegnere il televisore e mandarli tutti a dare via i ciapp come dicono al nord.
Dopodiché vediamo di capire che cosa sta succedendo in Europa. Ah già, dimenticavo di dirvi che la crisi non è solo italica ma coinvolge tutta l’Europa, oltre che gli USA, il Giappone, il sud est asiatico, il sud america, l’Australia e la nuova Zelanda. Del resto del mondo nemmeno se ne parla, stanno già alla fame da parecchio e se ne sono tutti dimenticati.
Stephen Roach, capo economista della Morgan Stanley, in una lunga intervista su Affari & Finanza di questa settimana, ha fatto le sue previsioni dopo un giro in Europa nel quale ha constatato il pessimismo diffuso tra gli operatori del vecchio continente sull’andamento dell’economia (ed aver visto pure le cifre sconfortanti che hanno determinato quel pessimismo).
In sintesi, quest’anno l’Europa “crescerà” (si fa per dire) dello 0,4% invece del 2 e passa previsto l’anno scorso, e nel 2004, se alla fine dell’anno ci sarà la sperata ripresa, si arriverà al 2,3% (ma sono pronto a scommettere che alla fine dell’anno questa previsione sarà già scesa e a metà dell’anno prossimo sarà ridotta ai decimali). Quest’anno come l’anno scorso e l’anno prima e quello precedente e così via fino alla fine degli anni ottanta, da quando cioè la crisi del Messico e poi quella del Giappone non hanno risvegliato i fantasmi della deflazione e della stagnazione economica.
Intanto il dollaro continua a scendere rispetto all’euro e la faccenda sta mettendo in difficoltà sia le imprese che esportavano negli USA che la gente comune, visto che ormai un euro equivale a mille delle vecchie lirette quanto a potere d’acquisto. Questo è l’aspetto peggiorativo della situazione, visto che la conseguenza è un ulteriore calo dei consumi e lo spettro della deflazione che si fa sempre più consistente nei paesi del vecchio continente. La prospettiva è al massimo una nuova ondata speculativa di borsa, dopo tre anni di drammatiche cadute, non appena fosse scorto un barlume di ripresa. Ma le previsioni dei più sono per un’ulteriore caduta dei corsi, con il DJ fino a 7.500 ed il Nasdaq a 1200 (oggi stanno rispettivamente a 9000 e 1600 punti).
Lo scenario è desolante e preoccupante ma la cosa più assurda è che le aziende hanno una grande capacità produttiva che sfruttano solo in parte a causa della crisi. Insomma, abbiamo prodotto troppo e dobbiamo morire di fame, come scrisse Joaquim Bochaca tanti anni fa. C’è qualcosa di più assurdo di questo? Già la gente non ha soldi, e non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Tranne i soliti ricchi che ne hanno sempre di più, la maggior parte della gente ha sempre più difficoltà ad arrivare alla fine del mese.

Vi chiederete com’è possibile che con la deflazione alle porte i prezzi salgano invece di scendere. La deflazione, infatti, consiste proprio in una caduta generale dei prezzi alla produzione. Questo, però non comporta affatto una corrispondente discesa dei prezzi al dettaglio. Infatti, se la caduta dei prezzi è determinata proprio dalla debolezza della domanda complessiva di beni, e questo induce la maggior parte delle imprese ad abbassare i prezzi per cercare di vendere di più, a livello locale molti commercianti reagiscono alla debolezza della domanda alzando i prezzi, poiché contano sulla necessità della gente di acquistare determinati generi per sopravvivere. Insomma, la vecchia storia dei fornai di manzoniana memoria. Chi sta in difficoltà, taglia prima le spese superflue e poi quelle necessarie, cercando comunque di salvare l’indispensabile anche se riducono un po’ i consumi (ovvero la spesa alimentare, il vestiario non di lusso, l’affitto, l’energia e tutto quello che è indispensabile per sopravvivere). D’altra parte al di sotto di una certa soglia i consumi indispensabili sono incomprimibili (è evidente che si può saltare la vacanza ma non si può non fare la spesa), e quindi i commercianti ne approfittano ben sapendo che per certi prodotti la domanda non può scendere al di sotto di un determinato livello. Di qui lo “strano” fenomeno per cui in piena deflazione certi prezzi salgono con relativo codazzo di polemiche nei confronti persino dell’Istat, e la conseguenza evidente, che tranne i soliti privilegiati, la gente ha sempre meno soldi.
E la ripresa, allora, arriverà domani, visto che senza soldi la domanda non può ripartire e senza la domanda non si va da nessuna parte. Sembra proprio che l’arbitro se lo sia ingoiato il fischietto.
E allora che si fa? Si aspetta il Giappone o l’Argentina, ovvero la stagnazione da quindici anni o il crollo del sistema finanziario, per provare a fare qualcosa di nuovo o di diverso, o c’è una maniera per uscire da questo buco in cui ci hanno cacciati e cambiare questa società? E’ proprio quello che sosteniamo e che stiamo provando a fare noi di openeconomy (www.open-economy.org): che è possibile, ora e subito, fare un sistema diverso di creazione di ricchezza che parta dal presupposto che essa non è l’accumulazione del capitale ma ciò che rende migliore la vita, la società e l’ambiente, ovvero proprio ciò che oggi è considerato un costo e non ricchezza. Vogliamo costruire una FAZ, una Zona di Autonomia Finanziaria, liberata dal potere soffocante del denaro delle banche, degli USA e dei poteri centrali, per fare un nostro denaro, una nostra produzione, una nostra società. La sfida è possibile, e subito, perché oggi è la nostra vita, e la logica del domani appartiene a Godot ed alla sua economia del potere. E domani non verrà mai, appunto.

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