I guardiani del potere e della libertà

Il popolo di Seattle conosce i guardiani del potere. Che non sono i politici, ormai ridotti a burattini del vero potere, ma i signori della finanza, quelli che detengono le chiavi della vita dei cittadini, delle imprese, degli Stati. Come fanno questi signori ad esercitare il loro potere? Semplice, con il debito di cui detengono il controllo assoluto.

Avanti! febbraio 2000

Il popolo di Seattle conosce i guardiani del potere. Che non sono i politici, ormai ridotti a burattini del vero potere, ma i signori della finanza, quelli che detengono le chiavi della vita dei cittadini, delle imprese, degli Stati. Come fanno questi signori ad esercitare il loro potere? Semplice, con il debito di cui detengono il controllo assoluto. Attraverso un meccanismo perverso e allucinante, i signori della finanza producono denaro dal nulla e lo mettono a carico di cittadini, imprese e Stati. Che devono soggiacere alla loro folle ideologia del potere se non vogliono soccombere, schiacciati dalla potenza di fuoco delle leve finanziarie di cui questi signori dispongono. E che usano senza che nessuno li abbia mai delegati a farlo, senza avere alcuna investitura se non quella che gli è derivata dalla insulsa stupidità dei nostri politici.
Insomma, un gruppo di distinti signori, crea denaro dal nulla, lo presta agli Stati che lo mettono a carico dei cittadini e delle imprese attraverso il debito pubblico. Dopodiché, per pagare gli interessi su questo debito, dato che il debito nel frattempo è diventato così enorme che nessuno Stato al mondo potrà mai più pagarlo, i cittadini lavorano almeno nove mesi l’anno sotto il controllo di quello strumento ottuso di oppressione che è il sistema fiscale. Il cui scopo non è quello di garantire i servizi essenziali e la solidarietà attraverso una ridistribuzione equa della ricchezza ormai da qualche decennio, ma solo quello di opprimere la gente facendola lavorare come schiava al servizio del potere finanziario. Quello che va in servizi di pessima qualità, oltretutto, è una quota sempre più piccola del prelievo fiscale. Quello che va in assistenza è strapagato dagli assistiti e comunque è un diritto e non una concessione. La maggior parte dei soldi delle tasse se ne vanno per pagare gli interessi per quei soldi che le banche hanno creato dietro l’autorizzazione dello Stato e in nome dei cittadini. Ma non basta, ovviamente, perché la maggior parte della gente, per comprare una casa, che è un diritto e non un lusso, per l’automobile, che è una necessità e non un optional, per il telefonino che è pure una necessità e non un capriccio, e persino per una vacanza di quindici giorni in un mare superaffollato (ma almeno sta lontana dal lavoro e dalla corsa sempre più affannosa di questa società di folli ed è una necessità pure questa), devono fare debiti con una banca, una finanziaria, con uno strozzino, perché i soldi non bastano mai.
Già, dicono tutti così, mancano i soldi, siamo tutti indebitati dalla nascita e sempre di più, non si potranno pagare le pensioni né i servizi, privatizziamo tutto, anche la scuola, la sanità, i trasporti, la riscossione delle tasse, ovvero la repressione. Ci manca solo che privatizzino anche l’esercito e la polizia e poi di pubblico, vale a dire di comune a tutti, resterà solo il debito, sempre più grande, sempre più minaccioso che si andrà a sommare a quelli che siamo costretti a fare per campare tutti i giorni.
Ma è vero, poi, che non ci sono i soldi? Che mancano le risorse, che la vita debba essere sempre più difficile e grama, che tutti si abbia sempre meno nonostante si produca sempre di più? Tutti, tranne i soliti noti, cioè coloro che detengono il potere, che su questo sistema prosperano e campano benissimo. E che magari fanno arricchire a dismisura qualche eletto rappresentante di quella droga dei popoli che è diventato lo sport. Prima il potere ne colpiva uno per educarne cento. Adesso è diventato ambizioso: ne arricchisce uno per illuderne mille e rincretinirne un milione.
E già, perché gli economisti ci dicono che produciamo ogni anno di più, che la ricchezza, misurata in termini di PIL cresce ogni anno, anche se di poco ma cresce, e invece qui si sta sempre peggio, sempre più sbattuti tra lavoro alienato e degrado metropolitano, tra debiti allucinanti e repressione fiscale, tra la nevrosi quotidiana e l’effimero paradiso del tubo catodico che ci spaccia il nulla per l’oro dei sogni. Con la paura, sempre più angosciosa, di non farcela ad arrivare alla fine del mese, di non riuscire a reggere tutto, il mutuo, l’affitto, le tasse, la benzina, le bollette, le scarpe, una giacca decente, la spesa. Già, la spesa per un mangiare sempre più schifoso e degradato, sempre più artificiale, sempre più pieno di spot pubblicitari e di OGM invece che di vitamine e proteine.
Stiamo tutti sempre peggio, eppure mancano i soldi mancano sempre di più, il baratro è per molti sempre più vicino, la tentazione di cadere nelle mani dello strozzino, dell’assegno a vuoto, di fare quelle tre lire invece delle solite due con qualunque sistema, giusto per campare qualche giorno senza dover pensare e preoccuparsi sempre di tutto, e poi quando i soldi sono finiti ci si pensa. E con l’incubo di perderlo il lavoro, perché e questa è la novità, la globalizzazione vuole il lavoro precario, la flessibilità, la capacità di adattarsi al nuovo mondo, alla nuova mentalità, di perdere quell’unica sicurezza che era rimasta del posto fisso, della fabbrica per una vita, dell’impiego sicuro. E una volta che l’hai perso, il lavoro te lo devi anche andare a inventare perché questo è il verbo della nuova economia, questo il frutto della globalizzazione. Almeno è quello che ci raccontano i burattini-politici, che ripetono meccanicamente la lezioncina che i burattinai finanzieri gli hanno fatto imparare a memoria. Così imputano alla globalizzazione il precariato e la flessibilità, che è come imputare al mare di essere fatto di acqua e di bagnare. Come se l’oceano si dovesse per forza attraversare a nuoto mentre i signori della finanza navigano tranquilli sui loro potenti yacht. Già perché se è vero che la globalizzazione è inevitabile ed irreversibile, non sta scritto da nessuna parte che si debba farla con il sangue ed il sudore dei soliti disgraziati, per il potere immenso e l’ambizione smodata dei soliti privilegiati. E con il miraggio delle grandi opportunità che offre la new economy, il sistema di garanzie dei lavoratori, conquistato con sudore e fatica in decenni di lotte dure, è stato di fatto abolito, dato che ormai più del 40% dei lavoratori svolge un lavoro autonomo e tutti quelli che ce l’hanno ancora dipendente, sono a rischio di ristrutturazione in nome della flessibilità.
Questo discorso non significa affatto che il lavoro salariato, che non dobbiamo dimenticare significa sfruttamento e alienazione, sia il migliore dei mondi possibile. Faremmo un torto ai nostri padri che l’hanno combattuto, alla storia che è andata avanti e a noi stessi se pensassimo di voler reclamare per noi ed i nostri figli un anacronistico ritorno al mondo della fabbrica totalizzante. Il problema è che continuiamo a leggere la storia con gli occhiali dei nostri padri o meglio dei nostri nonni, e questo ci impedisce di vedere che cosa è cambiato e quali siano le nuove strade della lotta per la liberazione.
E allora cerchiamole queste strade, prima che la confusione sovrasti la ragione e scateni l’ennesima guerra tra poveri, con le quali per millenni i poveri sono stati turlupinati, in nome della patria, del campanile, della religione, degli ideali, della razza e adesso pure dello sport.
Il popolo di Seattle li conosce i nuovi padroni del mondo, quei (poco) compiti signori che controllano la trimurti del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, e della World Trade Organization. Che stampano soldi, che fanno le politiche monetarie ed economiche di tutti gli Stati del mondo, che dettano le loro condizioni per garantire il monopolio delle multinazionali che governano il WTO. Sono questi i veri padroni del mondo che impongono la loro volontà a tutti in governi, compresi quelli ritenuti potentissimi che formano il G8. Insomma c’è un gruppo di multinazionali, che con la corruzione, le pressioni, l’uso del denaro e quando occorre quello della forza, sta imponendo agli Stati del mondo il proprio monopolio, che è fatto di cibi di plastica, di sfruttamento bestiale, di inquinamento selvaggio, di mercificazione della vita, di agricoltura impazzita, il tutto in nome di un profitto miope e distruttore. Perché se per il profitto della Monsanto dobbiamo avere come risultato la distruzione di migliaia di varietà di semi, o la distruzione di tutti i semi, se per il profitto delle petrolifere dobbiamo avere la distruzione di migliaia di specie animali, o di tutte le specie animali, se per il profitto dei mercanti d’armi dobbiamo subire l’uccisione di milioni di persone o la scomparsa di tutta l’umanità, allora il profitto, questo profitto, questa logica perversa deve essere bandita dal mondo civile. Perché non rispetta nulla, tanto meno le regole del mercato. Le contrattazioni con la pistola posata sul tavolo si addicono forse ai film western, ovvero ad un’epoca senza leggi né regole, non al mercato né, tanto meno, ad una società civile.
Allora, se il compito del WTO è quello di violare le regole, di tutelare il monopolio, di coprire lo sfruttamento e la distruzione dell’ambiente, di stroncare le produzioni e le tradizioni locali, è giusto, è sacrosanto combatterlo. Se il compito del FMI è quello di fare da guardiano del potere finanziario costringendo le economie locali alle pretese del potere delle multinazionali attraverso le pressioni monetarie, è giusto che sia abolito. Se il compito della BM è quello di dominare le economie dei paesi e delle aziende attraverso il debito, è necessario abbatterla.
Perché, e questo è il punto nodale, il grande inganno è proprio l’economia del debito e le assurde conseguenze cui porta.
Il debito, in altri termini, è uno strumento di potere. Per far funzionare un’economia qualunque, è necessaria una quantità di moneta adeguata alla dimensione delle attività che si svolgono. Ma non è scritto da nessuna parte che questa moneta debba essere emessa esclusivamente sul debito e, se anche fosse necessario, non si vede la ragione per cui i frutti di questo debito debbano andare a vantaggio di un pugno di speculatori invece che della collettività. Insomma, il sistema finanziario siede al tavolo del mercato con la pistola sul tavolo, e la punta alla tempia di chi vuole, di chi gli è scomodo. Basta chiudere i rubinetti del credito e nessuna impresa né Stato al mondo è in grado di resistere ai suoi ricatti.
E se anche questo sistema fosse insostituibile, non si capisce la ragione per

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